L’Etna torna a infiammare le notti siciliane con una nuova colata lavica che scivola silenziosa lungo la Valle del Bove, attirando centinaia di escursionisti verso i punti panoramici di Serracozzo e Monte Fontane. Ma il fascino del vulcano nasconde insidie che richiedono massima prudenza: Leonardo La Pica, presidente del Soccorso alpino e speleologico siciliano (Cnsas), avverte che il percorso per avvicinarsi al fronte non è una passeggiata per tutti: «Non si tratta di un sentiero facilmente accessibile a chiunque – spiega – ma di un itinerario che va affrontato con attrezzatura specifica e un minimo di esperienza di montagna». Per motivi di sicurezza, alcuni sindaci (come quello di Milo) hanno stabilito che l’accesso alle zone della colata sia limitato ai soli orari diurni. È inoltre obbligatorio l’accompagnamento da parte di guide alpine e vulcanologiche autorizzate.
Al centro della gestione operativa c’è il Dipartimento regionale della Protezione civile, guidato dall’ingegner Salvo Cocina, che opera come centro nevralgico di coordinamento tra i dati scientifici e la sicurezza pubblica. Sulla base dei rilievi dell’Ingv l’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, il fronte lavico ha raggiunto una quota di circa 1.420 metri sul livello del mare, a est di Rocca Musarra, con un’estensione complessiva di circa 2,8 chilometri. Secondo gli ultimi aggiornamenti del Dipartimento, le attività di protezione civile per la colata lavica nella Valle del Bove, sul versante orientale dell’Etna, proseguono senza sosta attraverso un monitoraggio costante della situazione vulcanologica. Allo stato attuale, le valutazioni tecniche indicano che la colata è scarsamente alimentata e non rappresenta un pericolo per i centri abitati, anche in caso di un eventuale raddoppio del tasso di alimentazione. Nonostante il quadro rassicurante, è stato confermato il livello di allerta nazionale giallo, e sono state attivate diverse misure di sicurezza: tra queste, il presidio del sentiero di Pietracannone da parte del Corpo Forestale e una vigilanza dinamica della Polizia di Stato. Durante i recenti incontri di coordinamento con i sindaci e gli enti scientifici come l’Ingv e il Cnr (Consiglio nazionale delle ricerche), è stata inoltre sottolineata la necessità di una comunicazione più efficace sui rischi e di un rafforzamento della segnaletica informativa da parte del Parco dell’Etna. Qualsiasi variazione nel flusso lavico comporterà una tempestiva rimodulazione dei servizi e delle misure di protezione civile.
La sfida principale resta la sicurezza degli escursionisti, un tema su cui La Pica è categorico. Il presidente del Cnsas chiarisce che il terreno, composto da vecchie colate laviche, è impervio e instabile, reso ancora più pericoloso in questo periodo dalla presenza di neve e ghiaccio. Spiega che a 1.400 metri, specialmente a gennaio, le condizioni meteo possono mutare in un istante: «Appena cala il sole, anche se è stata una bella giornata, la temperatura scende bruscamente e il fondo bagnato rischia di ghiacciare, compromettendo la tenuta degli scarponi».
Per questo motivo, raccomanda caldamente di adottare un abbigliamento “a cipolla”, con giubbotto e strati tecnici per gestire sia il calore durante il cammino che il freddo intenso una volta fermi, evitando che il sudore geli addosso a causa del vento. In un contesto così dinamico e potenzialmente ostile, conclude il presidente, la disattenzione o la mancanza di equipaggiamento adeguato possono trasformare un momento di meraviglia in una situazione di grave pericolo.
Mario Catalano