Gaetano Costa nasce a Caltanissetta il 1° marzo 1916, all’interno di un contesto sociale e culturale siciliano segnato da storiche disuguaglianze e da complessi equilibri di potere. Dopo aver completato gli studi secondari presso il Liceo Classico Ruggero Settimo del capoluogo nisseno, sceglie di intraprendere la carriera giuridica iscrivendosi alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Palermo. Il 27 giugno 1938, all’età di ventidue anni, consegue la laurea con il massimo dei voti discutendo una tesi in diritto penale dal titolo “Concorso di cause nel sistema del nostro diritto positivo”, elaborata sotto la guida del professor Giuseppe Maggiore, figura di spicco della dottrina penalistica dell’epoca.
Fin dagli anni della giovinezza e degli studi universitari, Costa manifesta una spiccata coscienza civile e una profonda avversione al regime fascista, aderendo clandestinamente al Partito Comunista d’Italia insieme a intellettuali e figure di rilievo della politica siciliana quali Leonardo Sciascia, Pompeo Colajanni ed Emanuele Macaluso. Negli ambienti della militanza antifascista conosce Rita Bartoli, che diventerà sua moglie e compagna di vita, condividendone le scelte umane e le traversie professionali.
Vinto il concorso in magistratura nel 1940, la sua immissione nelle funzioni giudiziarie viene rinviata a causa dello scoppio della Seconda guerra mondiale. Chiamato alle armi come ufficiale di complemento nel Corpo del Commissariato dell’Aeronautica Militare, partecipa alle operazioni di guerra sul fronte alpino e nel Mediterraneo, venendo decorato con tre croci al merito di guerra per il servizio prestato. Subito dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, rifiuta ogni adesione alle forze nazi-fasciste e si unisce alle formazioni partigiane combattenti della Resistenza operanti tra la Val di Susa e la Valsesia.
Concluso il conflitto bellico, Costa entra pienamente in servizio nell’ordine giudiziario. Dopo una breve prima esperienza presso il Tribunale di Roma avviata nel settembre 1942, chiede e ottiene il trasferimento alla Procura della Repubblica di Caltanissetta, dove prende possesso nel settembre 1944 e dove opererà ininterrottamente per oltre tre decenni, prima come Sostituto Procuratore e successivamente come Procuratore Capo. Nello svolgimento del suo ruolo nel circondario nisseno, il magistrato si distingue per una straordinaria preparazione tecnica, per l’indipendenza da ogni centro di potere politico o sociale e per una spiccata umanità rivolta in particolar modo verso le fasce popolari più deboli. Pur avendo riconsegnato la tessera di partito all’atto dell’ingresso permanente in magistratura per preservare l’assoluta e visibile terzietà dell’ufficio, la sua formazione ideale e l’esperienza partigiana rimarranno il fulcro etico del suo rigore professionale.
L’intuizione pionieristica e il contesto palermitano
Durante il lungo periodo trascorso alla Procura di Caltanissetta, Gaetano Costa matura una comprensione del fenomeno mafioso ampiamente anticipatrice dei tempi. Tra gli anni Cinquanta e Sessanta, comprende che la dinamica criminale siciliana sta abbandonando le sue forme tradizionali legate al latifondo, alla guardiania rurale e alla criminalità dei pascoli per trasformarsi in un fenomeno economico-finanziario moderno. Attraverso le prime complesse inchieste dirette sui bilanci e sulle transazioni della Banca Rurale di Mussomeli, della Banca Artigiana di San Cataldo e della filiale del Banco di Sicilia di Campofranco, il magistrato comincia a tracciare la mappa dei flussi finanziari illeciti.
Il 28 marzo 1969, nel corso della sua deposizione dinanzi alla Commissione Parlamentare d’Inchiesta sul fenomeno della mafia, Costa offre un’analisi lucida e profetica della mutazione di Cosa Nostra. In quell’occasione dichiara ai parlamentari che la mafia arcaica è ormai tramontata e che l’organizzazione si è insediata nei gangli vitali della pubblica amministrazione, controllando la gestione degli appalti pubblici, le concessioni edilizie e il sistema delle assunzioni. Costa denuncia l’inadeguatezza dei tradizionali strumenti repressivi e segnala l’urgenza di introdurre nell’ordinamento italiano normative speciali capaci di aggredire direttamente i patrimoni e i conti bancari dei presunti mafiosi, unico mezzo per intaccarne il potere reale.
Nel gennaio 1978 il Consiglio Superiore della Magistratura nomina Gaetano Costa Procuratore Capo della Repubblica di Palermo. La nomina incontra un’immediata quanto strisciante ostilità all’interno del Palazzo di Giustizia palermitano. Il Procuratore uscente, Giovanni Pizzillo, rifiuta di chiedere l’anticipato possesso, ritardando deliberatamente l’insediamento effettivo di Costa fino al luglio di quello stesso anno.
Consapevole delle diffidenze e del clima conservatore che lo circonda, Costa pronuncia al momento della presa di possesso un discorso dall’inattesa chiarezza: avverte i colleghi che il suo inserimento in un ambiente sconosciuto avrebbe inevitabilmente provocato “fenomeni di rigetto”, ma auspica che la discussione interna possa svolgersi senza riserve mentali per preservare la serenità dell’ufficio, denunciando il rischio che interlocutori ostili e inficiati da inimicizie possano condurre l’organo giudiziario al degrado della lite.
La Palermo in cui Costa si trova ad operare tra il 1978 e il 1980 è attraversata da una trasformazione violenta degli assetti criminali. È la fase in cui il clan dei Corleonesi, guidato da Salvatore Riina e Bernardo Provenzano, muove l’offensiva contro le famiglie urbane tradizionali dei Bontate, degli Inzerillo e dei Badalamenti. Al contempo, il capoluogo siciliano diventa il centro nevralgico del narcotraffico internazionale di eroina lungo l’asse tra la Sicilia e gli Stati Uniti, un traffico capace di generare una liquidità imponente che richiede il sistematico riciclaggio dei narcodollari attraverso il sistema bancario e le imprese edili contigue alla mafia.
Il Rapporto dei 55 e la firma solitaria
Preso possesso della Procura di Palermo, Gaetano Costa impone immediatamente un cambio di passo metodologico e organizzativo. Stringe una stretta e riservata intesa operativa con Rocco Chinnici, insediatosi alla guida dell’Ufficio Istruzione del Tribunale. Per eludere i canali informativi informali che trapelano dal Palazzo di Giustizia, i due magistrati si incontrano frequentemente all’interno dell’ascensore di servizio dell’edificio, scambiandosi documenti e coordinando le indagini al riparo da occhi indiscreti.
L’attenzione della Procura e degli organi di polizia giudiziaria si focalizza sulle imponenti operazioni di narcotraffico che collegano la Sicilia alle famiglie mafiose italo-americane di New York, con particolare riferimento ai clan Gambino e Inzerillo. Le indagini svolte dalla Squadra Mobile guidata da Boris Giuliano, assassinato il 21 luglio 1979, avevano spalancato le porte dei santuari finanziari della mafia. Il testimone investigativo passa all’Arma dei Carabinieri e in specifico al Capitano Emanuele Basile, comandante della Compagnia di Monreale.
Il 16 aprile 1980 il Capitano Basile consegna al giudice istruttore Paolo Borsellino un articolato e dettagliato rapporto giudiziario, noto come il “rapporto dei 55”. L’informativa documenta con precisione i legami finanziari, societari e parentali tra il costruttore edile Rosario Spatola, figura incensurata e stimata nel mondo imprenditoriale per l’impiego di centinaia di maestranze, il boss Salvatore Inzerillo e gli esponenti del clan Gambino. Il documento dimostra come i capitali della droga vengano riciclati nel settore dell’edilizia pubblica e negli appalti del comune di Palermo.
Pochi giorni dopo il deposito del rapporto, la notte tra il 3 e il 4 maggio 1980, il Capitano Basile viene barbaramente ucciso a Monreale. Convinto che la risposta delle istituzioni debba essere immediata per impedire l’impunità degli assassini, Costa decide di intervenire con la massima severità.
La mattina del 9 maggio 1980 Costa convoca tutti i Sostituti Procuratori del suo ufficio per sottoscrivere i decreti di convalida dei fermi e gli ordini di cattura nei confronti di Rosario Spatola, Salvatore Inzerillo, John Gambino e decine di loro sodali. Nel corso del vertice si consuma uno strappo istituzionale senza precedenti. La totalità o la quasi totalità dei sostituti rifiuta di firmare i provvedimenti, adducendo formalmente la presunta debolezza degli indizi raccolti dai Carabinieri e la necessità di compiere ulteriori accertamenti.
Oltre alle riserve tecniche, emerge la diffusa resistenza dell’ambiente giudiziario a rompere gli equilibri di potere consolidati in città. Alcuni magistrati dell’ufficio diffondono all’esterno la notizia del proprio dissenso, facendo pervenire ai collegi difensivi degli indagati la voce che la linea di rigore sia farina del sacco esclusivo del Procuratore Capo.
Di fronte al rifiuto dei colleghi, Gaetano Costa decide di rompere la prassi della firma collegiale e appone la sua sola firma in calce ai 56 mandati di cattura. Con quel gesto solitario e coraggioso, il Procuratore salva l’inchiesta, che diventerà il celebre “Processo Spatola”, spina dorsale del futuro lavoro istruttorio di Giovanni Falcone, ma firma al contempo la propria condanna a morte. La fuga di notizie sul suo isolamento segnala a Cosa Nostra che la rimozione del magistrato non avrebbe innescato reazioni corali all’interno della Procura.
L’esecuzione del 6 agosto 1980
Il 6 agosto 1980 è un giorno afoso a Palermo. Gaetano Costa trascorre la mattinata lavorando nel suo studio nel Palazzo di Giustizia per completare l’esame degli ultimi fascicoli prima delle ferie estive. Il giorno seguente si sarebbe dovuto imbarcare con la moglie Rita Bartoli per raggiungere l’isola di Vulcano, nelle Eolie. Contemporaneamente, a Bologna si celebrano i funerali di Stato per le ottantacinque vittime dell’attentato alla stazione del 2 agosto.
Nonostante fosse l’unico magistrato della Procura a cui era stata formale assegnazione di una scorta, la tutela non era ancora operativa e avrebbe dovuto prendere servizio soltanto al suo rientro dalle vacanze. In ogni caso, Costa aveva sempre preferito camminare a piedi e rifiutato l’uso di vetture blindate o servizi di protezione ravvicinata nei suoi spostamenti privati, ritenendo eticamente inaccettabile mettere a rischio la vita di giovani agenti di polizia per tutelare la propria persona.
Intorno alle ore 19:30, muovendosi da solo e senza alcuna protezione a poca distanza dalla sua abitazione, Costa passeggia lungo via Cavour. Si ferma di fronte a una bancarella di libri usati per sfogliare un volume. In quel momento un commando mafioso gli si avvicina da tergo. Il killer, con il volto parzialmente nascosto da un berretto con visiera e la pistola avvolta in un quotidiano, esplode da una distanza inferiore ai cinquanta centimetri tre colpi di pistola calibro 38 sparatigli alle spalle. Raggiunto da un proiettile al volto, il Procuratore crolla al suolo dissanguandosi sul marciapiede. I sicari fuggono a bordo di una moto trovata poi bruciata o di una vettura di supporto, dileguandosi nel traffico della sera.
I soccorsi si rivelano immediati ma inutili: il magistrato spira pochi minuti dopo il suo arrivo in ospedale. L’assassinio del Procuratore Capo di Palermo provoca profondo sconcerto nel Paese, ma la risposta dell’ambiente giudiziario locale appare contrassegnata da un imbarazzato e pesante silenzio. Ai funerali partecipa una folla composta ma ristretta e si nota la clamorosa assenza di larga parte dei magistrati della Procura di Palermo, a testimonianza del clima di distanza e diffidenza che aveva accompagnato gli ultimi mesi di vita di Costa.
L’iter investigativo e processuale: le ombre di una verità incompiuta
L’inchiesta e la successiva vicenda processuale relative all’assassinio di Gaetano Costa hanno rappresentato uno dei percorsi più complessi della storia giudiziaria italiana, caratterizzandosi per una frammentazione dei fascicoli che non è arrivata a una condanna definitiva dei mandanti e degli esecutori materiali per lo specifico reato di omicidio.
Nelle prime fasi, le indagini vengono avviate a Palermo ma trasferite per competenza territoriale alla Procura della Repubblica di Catania. La magistratura etnea focalizza il quadro d’accusa nei confronti di Salvatore Inzerillo (nato nel 1957), lontano parente del boss Totuccio Inzerillo, individuato come il presunto “palo” e complice del commando di via Cavour.
Il dibattimento di primo grado si celebra dinanzi alla Corte d’Assise di Catania e si conclude con l’assoluzione dell’unico imputato per non aver commesso il fatto, sentenza confermata nei successivi gradi di giudizio. Nelle motivazioni della sentenza assolutoria, la Corte d’Assise riconosce formalmente la matrice mafiosa dell’attentato ed esplicita come durante le udienze sia “aleggiata la presenza di Cosa Nostra”, lamentando tuttavia che l’impostazione riduttiva delle prime indagini e la carenza di riscontri univoci non abbiano consentito l’affermazione di una responsabilità penale individuale.
La ricostruzione del contesto originario dell’omicidio registra un progresso decisivo con l’avvio della collaborazione con la giustizia di Tommaso Buscetta nel 1984. Rispondendo agli interrogativi di Giovanni Falcone, Buscetta dichiara che l’eliminazione di Costa non fu deliberata mediante una formale riunione della Commissione di Cosa Nostra, bensì rappresentò un’azione promossa direttamente da Salvatore “Totuccio” Inzerillo (classe 1944). Inzerillo, duramente colpito negli interessi economici dai 56 mandati di cattura firmati da Costa nel maggio 1980, volle punire il magistrato e al tempo stesso lanciare un segnale di forza militare nei confronti della fazione rivale dei Corleonesi.
Successive dichiarazioni di altri collaboratori di giustizia, tra cui Salvatore Cucuzza e Francesco Marino Mannoia, hanno confermato che Inzerillo ottenne comunque il previo e informale assenso dei principali esponenti della Cupola, tra cui Stefano Bontate, Pippo Calò e Michele Greco, e che l’agguato vide la partecipazione materiale di Giovannello Greco.
Nonostante la maturazione di queste acquisizioni storiche e investigative, la vicenda processuale specifica per la morte di Gaetano Costa non ha mai condotto a un verdetto di condanna irrevocabile nei confronti degli esecutori materiali e dei mandanti apicali. I principali indiziati del delitto, a partire dallo stesso Totuccio Inzerillo e da Stefano Bontate, vennero assassinati nel corso del 1981 durante la seconda guerra di mafia, estinguendo l’azione penale a loro carico. La sentenza definitiva si è chiusa senza colpevoli, lasciando aperto un solco di amarezza e un’incompiutezza di fondo nella storia della giustizia italiana.
Testimonianze e voci dell’epoca: il coraggio del ricordo
La figura di Gaetano Costa è stata rievocata negli anni attraverso testimonianze di altissimo valore civile che ne hanno delineato tanto l’isolamento sofferto dentro il Palazzo di Giustizia quanto il rigore etico del suo operato.
La vedova Rita Bartoli Costa si è battuta per decenni contro le dimenticanze istituzionali, raccogliendo le sue memorie nel volume “Una storia vera a Palermo”. In un’intervista rilasciata al giornalista Massimo Nava per il Corriere della Sera il 14 settembre 1983, la signora Costa descrisse la spaccatura interna alla Procura palermitana con parole prive di diplomazia, evidenziando come il Palazzo di Giustizia potesse dividersi in tre gruppi distinti: un ristretto nucleo di magistrati realmente impegnati contro la mafia, una maggioranza preoccupata unicamente della tranquillità e della carriera, e un esiguo gruppo contiguo alla criminalità organizzata. In quella stessa occasione denunciò come il marito fosse stato abbandonato dai suoi sostituti e come un paio di essi fossero andati a riferire agli avvocati dei mafiosi che la colpa dei mandati di cattura ricadeva interamente ed esclusivamente sul Procuratore Capo.
Anni dopo la scomparsa del marito, Rita Bartoli ribadì che di Gaetano Costa “si poteva comprare solo la morte”, poiché il suo rigore morale ne rendeva impossibile qualunque forma di corruttibilità o addomesticamento.
Anche i figli del magistrato hanno mantenuto un atteggiamento rigoroso e critico verso la retorica delle commemorazioni. Il figlio Michele Costa, awocato, ha espresso in più occasioni la profonda amarezza per l’isolamento in cui fu lasciato il padre, manifestando il proprio dissenso mediante scritte e prese di posizione pubbliche. Per lungo tempo Michele Costa ha scelto di non varcare la soglia del Palazzo di Giustizia di Palermo durante le cerimonie ufficiali, fermandosi sui gradini dell’ingresso in segno di protesta contro la permanenza nell’edificio di soggetti che avevano contribuito a creare il clima di ostilità attorno al genitore. Inoltre, ha criticato l’evoluzione delle correnti e delle lottizzazioni all’interno del Consiglio Superiore della Magistratura, ravvisandovi l’origine dell’indebolimento dei giudici indipendenti.
Il fratello Francesco Costa ha ricordato il profilo umano del padre sottolineando che, al momento dell’omicidio, egli aveva vent’anni e lo vedeva come un uomo profondamente onesto e un grandissimo lavoratore. Francesco ha evidenziato come il padre fosse una figura autoritaria senza mai volerlo essere, capace di incutere un spontaneo rispetto per la sua levatura morale senza mai abusare o ostentare il potere derivante dalla sua carica.
Tra i colleghi, Giovanni Falcone e Rocco Chinnici hanno lasciato testimonianze scritte sull’impatto dell’operato di Costa. Falcone ha ricordato come il Procuratore avesse impresso una svolta fondamentale all’attività giudiziaria palermitana nel biennio 1978-1980, sbloccando energie nuove e spezzando quella tradizione di “prudenza” e quieto vivere su cui la mafia aveva potuto fare affidamento per anni. Rocco Chinnici, nei suoi appunti personali, ha annotato l’angoscia per la morte del collega, scrivendo chiaramente che Costa era stato ucciso per aver voluto compiere fino in fondo il proprio dovere di magistrato all’interno di una città sonnolenta e pervasa dalla presenza mafiosa.
La gestione della memoria e l’eredità per le nuove generazioni
La memoria pubblica di Gaetano Costa ha conosciuto un percorso complesso. Se nell’immediato decennio successivo al 1980 la sua figura è stata coperta da un imbarazzato silenzio da parte delle strutture burocratiche del Palazzo di Giustizia, la tenacia della famiglia e la nascita della Fondazione Gaetano Costa hanno consentito una piena rilettura storica del suo contributo. La città di Palermo gli ha intitolato una via e una villa comunale, mentre nel 2020 Poste Italiane gli ha dedicato un francobollo commemorativo in occasione del quarantesimo anniversario del sacrificio, affiancato dal conferimento della Medaglia d’Oro al Valor Civile alla memoria decretato dallo Stato italiano.
L’eredità che Gaetano Costa lascia alle nuove generazioni di magistrati e di cittadini si articola su due coordinate fondamentali.
Sul piano della tecnica investigativa, Costa è stato un pioniere dell’aggressione ai patrimoni illeciti e del tracciamento dei flussi finanziari. La sua intuizione di penetrare gli assetti societari e bancari per risalire ai soci occulti delle famiglie mafiose ha anticipato il metodo follow the money perfezionato da Giovanni Falcone e dal Pool Antimafia, dimostrando che l’azione repressiva diventa efficace solo quando colpisce la ricchezza accumulata dalle organizzazioni criminali.
Sul piano dell’etica istituzionale, la figura di Costa rappresenta un modello d’interpretazione della funzione giudiziaria fondato sull’assoluta indipendenza, sull’assenza di condizionamenti politici o correntizi e sul rifiuto del protagonismo personale. La sua scelta di sottoscrivere da solo i mandati di cattura del maggio 1980 rimarrà per sempre il simbolo del coraggio individuale posto a difesa dello Stato di diritto e della dignità della giurisdizione.
Omissioni di un sistema giudiziario
L’assassinio di Gaetano Costa il 6 agosto 1980 segna uno dei momenti più drammatici della storia della Repubblica italiana. La sua vicenda testimonia l’estremo sacrificio di un uomo di Stato che, formatosi ai valori della Resistenza partigiana, ha inteso l’esercizio della giurisdizione come un servizio inflessibile alla costituzione e alle istituzioni democratiche.
La sua morte in solitudine nel centro di Palermo ha messo a nudo le debolezze, le contiguità e le omissioni di un sistema giudiziario e politico che, lasciando isolati i suoi uomini migliori, ne ha agevolato l’eliminazione da parte di Cosa Nostra. Ciononostante, il solco metodologico ed etico da lui tracciato ha alimentato la stagione del Pool Antimafia e continua a costituire un punto di riferimento ineludibile per le giovani generazioni chiamate a tutelare la legalità e la libertà repubblicana.
Roberto Greco
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