Gaetano Porcasi, le mie tele come memoria visiva

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Gaetano Porcasi, il pittore che scava nella memoria per non dimenticare

 I ragazzi mi chiedono: tutto questo quando è successo? Gli anziani: perché non l’abbiamo saputo prima? E io potrei rispondere con la solita frase fatta: “i tempi non erano maturi. Ma non lo sono nemmeno oggi.” -ci spiega il pittore Gaetano Porcasi durante la nostra intervista esclusiva.

Gaetano dipinge per ricordare, per denunciare, per rompere il silenzio. La sua pittura non è decorazione, è uno strumento di coscienza. Lui non racconta solo la mafia, ma la rimozione, l’indifferenza, il vuoto che resta quando la memoria non viene coltivata. Nato in Sicilia e formatosi all’ “Accademia di Belle Arti” di Palermo, Gaetano ha insegnato e lavorato tra Sardegna e Sicilia, e oggi è docente al Liceo Scientifico di Partinico. Da oltre dieci anni ha deciso di concentrare la sua produzione artistica sulla storia italiana, con un focus particolare sulle vittime della mafia. Oltre 600 tele raccontano non solo i grandi nomi delle stragi mafiose, ma anche storie dimenticate: dai Fasci Siciliani alle stragi nazifasciste, dagli eccidi del dopoguerra fino ai contadini uccisi da Giuliano e i suoi banditi. Ma attenzione: Gaetano Porcasi non si definisce “artista antimafia”. «Non mi piace essere etichettato così. Io sono un artista dell’impegno civile», ci dice con semplicità. Un impegno che ha radici profonde: «Già alle medie realizzavo un giornalino disegnando immagini che trovavo nei quotidiani. La mia arte civile è nata con me, da bambino».

Negli anni, la sua pittura si è affinata, ma non ha perso forza. Ha scelto uno stile diretto, popolare, lontano dalla pittura “sofisticata” che avrebbe potuto fare grazie alla sua formazione accademica. «Come i cantastorie, come Giotto, Raffaello… io ho usato la pittura per raccontare. Come diceva Sciascia, l’artista attento alle dinamiche sociali guarda oltre l’orizzonte».

Tra i momenti più forti, inevitabilmente, le stragi degli anni Novanta. Ma per Gaetano  non bastava rappresentare quei fatti: «Volevo capire da dove veniva il fenomeno mafioso». È lì che ha incrociato un altro punto fermo della sua vita: Giuseppe Carlo Marino, storico e docente universitario, scomparso di recente. «Era il mio faro. Amava la pittura e nei miei quadri vedeva una scrittura, un racconto, un’informazione. Nel suo libro” La Sicilia delle stragi”, erano state pubblicate 32 mie opere, ma non sono mai entrate nel Palazzo regionale siciliano: troppo dirette. La verità, quando è nuda, fa paura. «La mia pittura scuote, può dare fastidio. E non solo ai mafiosi… Quando arrivi a certi livelli, scatta l’ostilità, l’indifferenza. Alcune grandi università non mi hanno mai invitato. Troppo scomodo. Troppo spesso si nasconde tutto dietro un falso perbenismo».

Eppure il bisogno di raccontare resta forte. «Avrei potuto scegliere la pittura da salotto, ma ho scelto quella del popolo». Le sue tele sono piene di volti, nomi, luoghi, numeri civici. «Ogni numero dipinto è un frammento di storia. Raccontano, messi insieme, la sequenza logica di una narrazione: la storia della mafia.  E raccontarla oggi è ancora difficile, anche con i ragazzi. «Insegno in un liceo scientifico, e spesso gli studenti non conoscono la storia dei morti ammazzati dalla mafia. Come possiamo parlare loro di mafia se manca questa base di informazione?».

Gaetano è diretto e ci spiega il suo punto di vista: «L’antimafia oggi si fa solo a parole. Non è cambiato nulla. La mafia ha solo cambiato volto. Non è più quella delle stragi, è quella internazionale, invisibile, che ci manipola come burattini. Quando c’è il morto in TV, arrivano tutti. Ma a una mostra su quei morti… quasi nessuno».

Anche la scuola sembra dimenticare. «Pochi ragazzi hanno scelto il tema della maturità dedicato quest’ anno a Paolo Borsellino. Questo dice molto. Si ricorda solo il giorno delle commemorazioni. Il resto dell’anno: silenzio».

Gaetano lamenta anche il vuoto istituzionale: «Manca il sostegno. L’attenzione su questi temi è sporadica. Le ˈAgende Rosseˈ, ˈL’Informaleˈ di Napoli contro la camorra… sono isole. Ma servirebbe una rete». Un segnale forte arriva da Corleone: nella casa confiscata al boss Provenzano oggi c’è la “Casa della Legalità”, dove sono esposte 63 sue opere. «Una soddisfazione. Un presidio nel cuore del territorio mafioso».

Dalla strage di Portella della Ginestra del 1894 alla cattura dei super boss, Gaetano ha costruito una narrazione lunga oltre un secolo. «Ho aperto cassetti nascosti, raccolto storie che nessuno raccontava. Mi “diverto” a farlo. Ma non è cambiato nulla». E la prova arriva ogni volta, quando gli studenti lo guardano dopo una mostra e chiedono: “Tutto questo quando è successo?” O quando gli anziani lo fermano: “Perché non abbiamo potuto vederli prima?”

«Potrei rispondere che ˈI tempi non erano maturiˈ. Una frase usata troppo spesso per giustificare silenzi, omissioni, rimozioni. Quando si parla di mafia, questa frase ritorna, come se il problema fosse sempre il momento sbagliato. Eppure, anche oggi, quei tempi continuano a non essere maturi. Non lo sono neanche oggi. L’unica mia speranza è che le mie opere possano essere usate meglio in futuro. Perché la memoria serve. Ma serve adesso».





 

Dorotea Rizzo
Dorotea Rizzo
Giornalista pubblicista con laurea in Lettere, specializzata in editing, giornalismo web e cura di mostre. Collabora con siti web, redazioni giornalistiche ed enti culturali a Palermo.

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