La figura di Calogero “Lillo” Morreale si colloca al centro di una delle stagioni più intense e drammatiche della storia politica e sindacale della Sicilia occidentale. All’età di trentacinque anni, Morreale incarnava la nuova generazione di dirigenti che, a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, tentavano di traghettare le storiche rivendicazioni del mondo rurale verso una moderna coscienza democratica e amministrativa. Egli ricopriva contemporaneamente cariche di primo piano a Roccamena, un piccolo centro agricolo nell’entroterra palermitano: era segretario della locale sezione del Partito Socialista Italiano (PSI), dirigente di zona dell’Alleanza Contadini, presidente dell’Ente Comunale di Assistenza (ECA) e agente della compagnia assicurativa Unipol.
Questa poliedricità di impegni non era frutto del caso, ma la naturale evoluzione di una rigorosa tradizione familiare. Suo padre, Pietro Morreale, era stato un carismatico esponente comunista e uno dei principali organizzatori delle occupazioni delle terre incolte nel secondo dopoguerra, guidando le mobilitazioni del 1946 e del 1947. L’impegno della famiglia Morreale contro lo strapotere dei latifondisti e dei loro gabelloti mafiosi era già costato caro: tra il 1949 e il 1950, Pietro era scampato a un agguato sotto casa ordito da sicari armati di lupara. In quell’occasione, l’anziano dirigente era riuscito a salvarsi solo grazie a una straordinaria prontezza di riflessi, riconoscendo tra gli assalitori Gioacchino Cascio e il figlio naturale del boss locale Leonardo Giordano. Nonostante una formale denuncia ai Carabinieri, quell’episodio rimase impunito e gli atti d’indagine sparirono misteriosamente nei meandri della burocrazia dell’epoca, offrendo una prima, plastica dimostrazione delle complicità sistemiche di cui godeva la mafia agraria.
Cresciuto sotto la guida di un padre sopravvissuto alla violenza feudale, Calogero Morreale intraprese fin da giovanissimo la militanza attiva. Sotto il suo impulso, il movimento contadino di Roccamena visse una profonda trasformazione strutturale: i braccianti passarono dalla rassegnazione del latifondo alla sfida dell’agricoltura intensiva, promuovendo lo sviluppo della viticoltura attraverso la cooperazione e sottraendo ampie fette di reddito al controllo parassitario dei mediatori. Sposato e padre di due bambini di tre e quattro anni, Morreale era descritto dai suoi compagni come un uomo dalla condotta trasparente e cristallina, interamente dedito al riscatto sociale della propria comunità.
La transizione socio-politica di Roccamena e il feudo che resiste
Per comprendere la portata storica dell’omicidio di Calogero Morreale è necessario analizzare la complessa rete di relazioni socio-economiche che caratterizzava il territorio di Roccamena. La cittadina costituiva, insieme a Monreale e Partinico, uno dei vertici del cosiddetto “triangolo della mafia delle campagne”, un’area in cui le vecchie cosche agrari avevano imposto per decenni un controllo feroce sulle risorse idriche, sui pascoli e sulla manodopera. Questo equilibrio feudale subì una prima, profonda incrinatura in seguito al devastante terremoto della Valle del Belice del 1968. L’afflusso di fondi per la ricostruzione e i piani di trasferimento parziale degli abitati danneggiati aprirono una nuova e colossale prospettiva di speculazione edilizia, spostando gli interessi mafiosi dalla terra al cemento.
Sul piano politico, questa transizione coincise con un radicale cambiamento amministrativo. Nel 1973, dopo anni di egemonia di giunte conservatrici sostenute da una coalizione tra Democrazia Cristiana e Movimento Sociale Italiano, storicamente accusate di immobilismo e contiguità con i potentati agrari, Roccamena elesse una giunta di sinistra guidata dal sindaco socialista Santo Stagno. Questa svolta democratica non si registrava dal 1956, anno in cui un analogo successo elettorale delle sinistre era stato represso dalla mafia attraverso il sequestro intimidatorio di tre consiglieri comunali.
La nuova amministrazione Stagno, sostenuta attivamente da Morreale, decise di modificare drasticamente gli strumenti urbanistici comunali, toccando forti interessi speculativi privati legati alle aree di espansione e alla ricostruzione post-terremoto. Appena tre giorni prima del delitto, il 15 giugno 1975, le elezioni comunali avevano confermato e rafforzato la vittoria delle sinistre. Morreale era stato il principale artefice di quel successo elettorale, dimostrando che il consenso democratico poteva scardinare il controllo territoriale delle cosche. La reazione di Cosa Nostra non si fece attendere, colpendo l’uomo che univa la forza del sindacato contadino alla legittimità del potere amministrativo.
La diga Garcia: l’affare dei 324 miliardi e la penetrazione di Cosa Nostra
Il detonatore definitivo della violenza mafiosa contro Calogero Morreale fu, tuttavia, l’avvio delle procedure per la costruzione della diga Garcia, un imponente invaso artificiale progettato sul Belìce Sinistro per garantire una riserva idrica di cento milioni di metri cubi. Questo progetto infrastrutturale rappresentava una delle più grandi operazioni di spesa pubblica mai pianificate in Sicilia, con un investimento complessivo stimato in trecentoventiquattro miliardi di lire nell’arco di un decennio. La scomposizione di questa cifra colossale rivela l’enormità degli appetiti economici in gioco: 17 miliardi erano destinati agli espropri dei terreni da sommergere; 37 miliardi erano stanziati per i lavori di costruzione veri e propri, appaltati alla ditta Lodigiani a partire dal primo ottobre 1975; 10 miliardi servivano a coprire le spese generali e l’IVA; 100 miliardi erano vincolati a piani decennali di rimboschimento e viabilità sussidiaria; 110 miliardi erano destinati alla realizzazione dei canali di adduzione per i consorzi di bonifica dell’Alto e Medio Belice, del Delia-Nivolelli e del Basso Belice-Carboi infine, circa 50 miliardi erano riservati alle condotte per il trasporto dell’acqua potabile nel trapanese.
Davanti a questo flusso di denaro, le storiche cosche di Corleone, Monreale e Roccamena si riorganizzarono rapidamente per imporre il proprio controllo oligopolistico. Mentre i vertici tecnici delle imprese appaltatrici sostenevano pubblicamente la totale impermeabilità dei cantieri alle pressioni criminali, le inchieste giornalistiche di Mario Francese documentarono come Cosa Nostra si fosse già infiltrata capillarmente nell’affare. I mafiosi imposero il monopolio sulle forniture di materiali inerti e sabbia dalle cave di Balestrate, San Vito Lo Capo e Castellammare del Golfo, gestirono in subappalto il noleggio dei mezzi d’opera per lo sbancamento e assunsero persino il controllo della mensa che serviva gli oltre cinquecento operai del cantiere.
In questo contesto, il ruolo di Morreale come dirigente sindacale e assistente per i piani di esproprio dei terreni agricoli divenne altamente scomodo. Egli aveva iniziato a denunciare apertamente i tentativi di speculazione fondiaria volti a gonfiare gli indennizzi statali a favore di potenti famiglie latifondiste collegate alla mafia, tra cui spiccavano i Garda di Monreale. Questa opposizione minacciava direttamente i nuovi equilibri finanziari che i Corleonesi di Totò Riina stavano strutturando attorno all’opera.
La centralità della diga Garcia come acceleratore di violenza mafiosa è dimostrata dalla spietata sequenza di omicidi e sequestri che insanguinò la vallata in quegli anni. Prima ancora del delitto Morreale, nel settembre del 1974, si era registrato il rapimento dell’enologo Franco Madonia, nipote del boss Giuseppe Garda, liberato dopo sette mesi dietro il pagamento di un miliardo di lire, un’operazione interpretata dagli investigatori come una manovra di pressione per costringere il vecchio patriarca a cedere il controllo di terreni strategici limitrofi all’invaso. Successivamente, la “variante Garcia” avrebbe preteso altre vittime eccellenti: il colonnello dei Carabinieri Giuseppe Russo e il suo amico Filippo Costa, assassinati il 20 agosto 1977, e lo stesso giornalista Mario Francese, freddato sotto casa il 26 gennaio 1979 per aver svelato gli intrecci tra i Corleonesi e le grandi imprese nazionali nei cantieri della diga.
La dinamica dell’agguato in contrada Ruello
L’eliminazione fisica di Calogero Morreale fu eseguita con modalità spietate ed estremamente precise nel primo pomeriggio del 18 giugno 1975. Sebbene alcune fonti archivistiche e database minori riportino erroneamente come data del decesso il 18 luglio 1975, i verbali delle autorità e le cronache giornalistiche dell’epoca confermano inequivocabilmente che l’agguato si consumò il 18 giugno.
Intorno alle ore 14:00, Morreale stava percorrendo a bordo della sua Fiat 500 azzurra la strada rurale che da contrada Ruello, dove possedeva un piccolo vigneto, conduceva verso il centro abitato di Roccamena. La strada attraversava i possedimenti delle contrade Gambari e Balate, terreni un tempo coltivati dalla sua stessa famiglia e storicamente legati alla figura di Giuseppe Garda. Durante il tragitto, il sindacalista fu affiancato da un commando di killer composto da almeno due o tre persone.
La scena del crimine offrì agli investigatori un elemento indiziario fondamentale: l’autovettura fu trovata ferma al centro della carreggiata, con la terza marcia ingranata e senza alcuna traccia di sbandamento, frenata o tentativo di fuga. Questa circostanza suggerì che Morreale conoscesse i propri assassini e, non sospettando il pericolo, avesse rallentato e spento il motore per ascoltare ciò che avevano da dirgli.
A quel punto, i killer aprirono il fuoco a bruciapelo attraverso il parabrezza anteriore con un tiro incrociato di lupara e rivoltella calibro .38. Sette colpi di pistola a tamburo raggiunsero il sindacalista alla testa, uccidendolo all’istante. La precisione dei fori d’entrata sul parabrezza, disposti in un cerchio quasi perfetto a brevissima distanza l’uno dall’altro nonostante il forte rinculo dell’arma, evidenziò immediatamente l’azione di professionisti del crimine. Il corpo di Morreale rimase riverso sul sedile anteriore per circa mezz’ora, fino a quando due contadini, Giuseppe Calamia e suo figlio, notarono l’auto ferma in mezzo alla strada rurale e diedero l’allarme. Per ore, a causa dei ritardi dovuti alle formalità di rito, la salma rimase esposta al sole estivo sotto un sacco di juta prima che il magistrato ne autorizzasse il trasferimento.
Le reazioni della società civile e il dibattito politico all’Assemblea Regionale Siciliana
La notizia dell’assassinio di Calogero Morreale suscitò un’ondata di sdegno e una reazione collettiva immediata a Roccamena e nell’intera Sicilia. Il giorno successivo, in occasione dei funerali solenni, la camera ardente fu allestita nella sala consiliare del Comune, e migliaia di lavoratori, delegazioni sindacali e delegati di partito giunsero da tutta l’isola per rendere omaggio alla salma. Un elemento di straordinaria rottura rispetto al passato fu la mobilitazione spontanea delle donne di Roccamena, che rifiutarono la tradizionale imposizione del silenzio domestico e scesero in piazza accanto ai braccianti per gridare la propria rabbia contro l’arroganza mafiosa.
Il padre della vittima, Pietro Morreale, divenne il simbolo di questa fiera resistenza. Con la voce smorzata da un dolore immenso ma privo di rassegnazione, dichiarò pubblicamente agli inquirenti e alla stampa:«Se credono che ammazzando mio figlio ci mettono paura e che rinunceremo alla nostra battaglia, non hanno capito niente; proprio per il dolore che provo, sono pronto ad andare in piazza e a tenere un comizio ai compagni. Hanno tentato di ammazzarmi venticinque anni fa, ora mi hanno ucciso il figlio, ma se è necessario comincio da capo. Non ci fanno paura».
Il sindaco di Roccamena, Santo Stagno, denunciò con forza il disegno intimidatorio che mirava a paralizzare l’attività della giunta e a ricalcare lo schema già attuato a Sciara vent’anni prima con l’omicidio del sindacalista Salvatore Carnevale. Sulla stessa linea, il segretario provinciale del PSI, Filippo Fiorino, definì Morreale come un nuovo martire della protesta contadina contro le cricche di potere in Sicilia. Le cronache giornalistiche dell’epoca, firmate da storiche firme come Antonio Ravidà su La Stampa e Marco Sassano sull’Avanti!, evidenziarono la saldatura tra la vecchia mafia agraria e i nuovi interessi speculativi legati alla diga.
Il delitto approdò all’Assemblea Regionale Siciliana nella seduta del 26 giugno 1975, sollevando un aspro confronto politico. L’onorevole Ventimiglia pronunciò un discorso accorato, ricordando la figura di quel giovane segretario la cui vita era stata spezzata dal fuoco incrociato delle armi mafiose proprio mentre la democrazia vinceva nelle urne. L’onorevole Ammavuta richiamò l’eccezionale gravità di un omicidio politico consumato all’indomani della svolta elettorale del 15 giugno, sfidando apertamente la volontà di cambiamento del popolo siciliano. Infine, l’assessore regionale al Lavoro, D’Acquisto, porgendo le condoglianze del governo dell’isola, riconobbe formalmente che Morreale era caduto nell’adempimento del proprio dovere civile, difendendo gli interessi vitali dei lavoratori della terra.
L’iter giudiziario: l’omertà del territorio e l’archiviazione di Paolo Borsellino
La risposta giudiziaria all’omicidio di Calogero Morreale fu immediata sotto il profilo formale, ma si scontrò ben presto con le insormontabili barriere di omertà che proteggevano i vertici mafiosi dell’area del Belice. Sul luogo del delitto confluirono le massime autorità investigative dell’epoca, tra cui il colonnello dei Carabinieri Mario Sateriale e il dirigente della Squadra Mobile di Palermo, Bruno Contrada, coordinati dal sostituto procuratore Messineo.
Nonostante la tempestività dei rilievi scientifici e l’esecuzione di numerosi esami del guanto di paraffina su sospetti esponenti della criminalità locale, le indagini imboccarono rapidamente una strada in salita. I familiari di Morreale, superando il clima di terrore che avvolgeva il paese, fornirono agli investigatori precise indicazioni, puntando il dito contro un anziano capomafia della zona e i suoi figli, ritenuti i veri registi dell’eliminazione del sindacalista a tutela degli interessi agrari compromessi dalle inchieste sugli espropri.
Tuttavia, il muro di silenzio eretto dalla comunità locale impedì la raccolta di riscontri oggettivi. I testimoni chiave e i residenti delle contrade limitrofe preferirono trincerarsi dietro sistematici “non so” e “non c’ero”, vanificando gli sforzi degli inquirenti. Questa diffusa reticenza portò all’incriminazione formale per favoreggiamento personale nei confronti di tre soggetti del luogo, ritenuti a conoscenza di dettagli determinanti sull’agguato ma ostinatamente silenti.
La svolta decisiva, nella sua drammaticità procedimentale, giunse quando il fascicolo passò nelle mani di Paolo Borsellino, all’epoca giudice istruttore presso il Tribunale di Palermo. Borsellino, pur profondendo il massimo impegno nella ricerca della verità materiale, si trovò di fronte a una totale assenza di elementi probatori gravi, precisi e concordanti. Costretto dal rigore delle norme processuali e dall’impossibilità di superare il silenzio dei testimoni, il giudice istruttore dovette firmare il decreto di archiviazione del caso, disponendo al contempo il proscioglimento dei tre indagati per favoreggiamento. Quella firma, apposta da un magistrato che avrebbe in seguito pagato con la vita la lotta a Cosa Nostra, sancì l’impunità giudiziaria per gli assassini di Morreale, lasciando il delitto privo di una verità processuale definita.
L’eredità storica e il paradosso del negato riconoscimento dello Stato
La mancanza di una sentenza di condanna passata in giudicato contro i mandanti e gli esecutori materiali dell’omicidio ha generato un doloroso paradosso burocratico, perpetrando una profonda ingiustizia nei confronti dei familiari di Calogero Morreale. Nel 1999, la vedova e i figli intrapresero l’iter amministrativo per ottenere dallo Stato italiano il riconoscimento ufficiale di Morreale come “Vittima della mafia”, un atto non solo risarcitorio ma fondamentale per preservare la dignità storica del suo sacrificio.
Nel 2003, dopo quattro anni di silenziosa istruttoria, il Ministero dell’Interno respinse l’istanza, motivando il diniego proprio con l’assenza di una sentenza penale di condanna che attribuisse formalmente il delitto all’organizzazione criminale Cosa Nostra. Questa decisione ministeriale, resa nota all’opinione pubblica nel 2005, riaprì una ferita profonda. L’anziano padre Pietro Morreale contestò aspramente la miopia delle istituzioni statali, denunciando come la rigida applicazione dei regolamenti finisse per penalizzare due volte le vittime della mafia: prima private dei propri cari a causa dell’omertà del territorio, e poi escluse dalla tutela dello Stato a causa di quella stessa impunità generata dall’assenza di testimoni.
A fronte del diniego burocratico delle istituzioni ministeriali, la memoria civile ha saputo restituire a Calogero Morreale il posto che gli spetta nella storia del riscatto siciliano. L’associazione Libera ha inserito stabilmente il suo nome nell’elenco ufficiale delle vittime innocenti delle mafie, pronunciato ogni anno il 21 marzo nelle piazze di tutta Italia per sottrarre all’oblio i pionieri della legalità democratica.
Parallelamente, lo sforzo di digitalizzazione e valorizzazione delle fonti storiche promosso dal Ministero della Cultura ha consentito l’inserimento del profilo biografico di Morreale all’interno del “Muro della Memoria”, un archivio digitale istituzionale dedicato ai caduti nella lotta contro la criminalità organizzata. La sua eredità rimane viva nella memoria collettiva dei lavoratori della Valle del Belice, come monito di una stagione in cui la terra, l’acqua e la libertà democratica furono difese a prezzo del sangue contro la prepotenza dei padrini.
Roberto Greco
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