Giornata internazionale per la prevenzione dello sfruttamento dell’ambiente durante le guerre e i conflitti armati: l’ambiente, vittima silenziosa dei conflitti

Istituita dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite con la Risoluzione A/RES/56/4 del 5 novembre 2001, si celebra ogni anno il 6 novembre

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Ogni anno, il 6 novembre, si celebra la Giornata internazionale per la prevenzione dello sfruttamento dell’ambiente durante le guerre e i conflitti armati, istituita dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite con la Risoluzione A/RES/56/4 del 5 novembre 2001. Questa ricorrenza nasce dalla consapevolezza che le conseguenze di una guerra non si esauriscono nelle perdite umane, nella distruzione delle infrastrutture o nelle crisi economiche e sociali. I conflitti armati provocano infatti danni profondi agli ecosistemi, compromettendo risorse naturali essenziali e alterando gli equilibri ambientali anche per molti anni dopo la cessazione delle ostilità.

La protezione dell’ambiente rappresenta quindi una responsabilità collettiva, strettamente connessa alla tutela dei diritti umani, della pace e dello sviluppo sostenibile.

L’ambiente come vittima silenziosa dei conflitti

Durante una guerra, l’ambiente diventa spesso una vittima invisibile: foreste distrutte, suoli contaminati, risorse idriche compromesse e habitat naturali devastati rappresentano conseguenze che possono permanere ben oltre la conclusione del conflitto. Le esplosioni, gli incendi e il danneggiamento degli impianti industriali possono determinare il rilascio di sostanze pericolose nell’aria, nell’acqua e nel suolo. Allo stesso tempo, lo sfruttamento incontrollato delle risorse naturali, come minerali, legname e combustibili fossili, può contribuire ad alimentare le ostilità e aggravare le condizioni di instabilità dei territori coinvolti avendo ricadute sull’economia globale com’è dimostrato oggi dalla guerra in Europa tra Russia e Ucraina, e quella tra Israele e Iran.

Le conseguenze coinvolgono sicuramente e direttamente le comunità locali nelle aree di conflitto. La contaminazione delle fonti idriche, la perdita dei terreni agricoli e la distruzione delle risorse naturali compromettono l’accesso all’acqua potabile, la sicurezza alimentare e le possibilità di sostentamento. Il danno ambientale diventa così anche un danno sociale, perché incide sulla salute, sulle condizioni economiche e sulla qualità della vita delle popolazioni, aumentando le disuguaglianze e rendendo più complessi i processi di ricostruzione.

L’ambiente, infatti, non costituisce soltanto l’insieme delle risorse naturali che ci circondano, ma rappresenta il contesto biologico, sociale e culturale nel quale ogni individuo sviluppa la propria esistenza. La sua distruzione può quindi compromettere non soltanto il benessere fisico, ma anche le relazioni sociali, l’identità delle comunità e il legame delle persone con il proprio territorio. Questa prospettiva è stata rafforzata nel 2016 dall’Assemblea delle Nazioni Unite per l’Ambiente, che con la Risoluzione UNEP/EA.2/Res.15 ha riconosciuto il ruolo degli ecosistemi sani e delle risorse gestite in modo sostenibile nella riduzione del rischio di conflitti, richiamando esplicitamente l’attuazione degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile. La tutela dell’ambiente diventa così parte integrante della costruzione della pace, attraverso un approccio che unisce prevenzione, responsabilità e sostenibilità a lungo termine. La tutela dell’ambiente durante i conflitti armati è strettamente collegata ai principi dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, adottata dalle Nazioni Unite nel 2015, che riconosce l’interdipendenza tra sostenibilità ambientale, benessere sociale, sviluppo economico e pace. In particolare, l’Obiettivo 16 – Pace, giustizia e istituzioni solide promuove società pacifiche e inclusive, l’accesso alla giustizia e la costruzione di istituzioni efficaci e responsabili. Tra i suoi traguardi, il Target 16.1 mira a ridurre significativamente tutte le forme di violenza e i relativi tassi di mortalità. Il raggiungimento di questo obiettivo viene monitorato anche attraverso l’indicatore 16.1.2, che misura il numero di morti legate ai conflitti ogni 100.000 abitanti, distinguendo per sesso, età e causa. Il Target 16.3 promuove invece lo Stato di diritto a livello nazionale e internazionale e l’accesso alla giustizia, principi fondamentali anche per garantire il rispetto delle norme applicabili durante i conflitti armati e l’accertamento delle responsabilità per eventuali danni ambientali. Tra i relativi indicatori, il 16.3.3 misura la percentuale di persone che, avendo vissuto una controversia negli ultimi due anni, hanno avuto accesso a meccanismi formali o informali per la sua risoluzione. Un ulteriore riferimento è rappresentato dal Target 16.6, che promuove istituzioni efficaci, responsabili e trasparenti, la cui solidità è essenziale per affrontare le conseguenze dei conflitti e coordinare gli interventi di ricostruzione. Questo traguardo viene monitorato attraverso indicatori relativi alla gestione della spesa pubblica rispetto ai bilanci approvati (16.6.1) e alla soddisfazione dei cittadini nei confronti dei servizi pubblici (16.6.2). Sebbene questi indicatori non misurino direttamente i danni ambientali provocati dalle guerre, consentono di valutare alcuni aspetti fondamentali della sicurezza, della giustizia e della capacità delle istituzioni di rispondere alle crisi. I conflitti armati rappresentano infatti un fenomeno profondamente impattante, le cui conseguenze non si limitano alle perdite umane e alla distruzione delle infrastrutture, ma comprendono anche la contaminazione delle risorse idriche e dei suoli, il danneggiamento degli ecosistemi e la compromissione delle risorse naturali da cui dipendono le comunità.

La protezione dell’ambiente durante i conflitti armati rappresenta quindi una componente importante della tutela delle popolazioni e della costruzione di una pace duratura, poiché la salvaguardia delle risorse naturali e la gestione delle conseguenze ambientali della guerra contribuiscono a creare le condizioni necessarie per una ripresa sostenibile dei territori colpiti.

Il riconoscimento giuridico del danno ambientale

La ricorrenza del 6 novembre offre anche l’occasione per riflettere su un principio fondamentale: il danno ambientale non rappresenta soltanto la compromissione di una risorsa naturale, ma può costituire anche una lesione dei diritti delle persone e della collettività. Nell’ordinamento giuridico italiano, il danno ambientale trova un riconoscimento specifico nel Decreto Legislativo 3 aprile 2006, n. 152, il cosiddetto Codice dell’Ambiente. L’articolo 300 lo definisce come qualsiasi deterioramento significativo e misurabile, diretto o indiretto, di una risorsa naturale o dell’utilità da essa assicurata. A rafforzare questa tutela è intervenuta la riforma costituzionale del 2022, che ha modificato gli articoli 9 e 41 della Costituzione italiana, introducendo espressamente la protezione dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni. L’ambiente assume così una duplice dimensione giuridica: da un lato, costituisce un bene di interesse collettivo, la cui salvaguardia riguarda l’intera società; dall’altro, rappresenta una condizione essenziale per l’esercizio dei diritti fondamentali della persona. Questa interpretazione permette di comprendere come il deterioramento ambientale possa determinare conseguenze che vanno oltre il danno materiale alle risorse naturali. Quando l’inquinamento o la distruzione di un ecosistema modificano profondamente le condizioni di vita di una comunità, il danno può assumere anche una dimensione esistenziale, incidendo sulla qualità della vita, sulle relazioni sociali e sulle possibilità degli individui di sviluppare liberamente la propria personalità. Applicare questi principi ai contesti di guerra significa comprendere che distruggere un territorio non equivale soltanto a danneggiarne le risorse naturali, ma può significare compromettere le condizioni di vita delle comunità, la loro identità e le opportunità delle generazioni future. È proprio in questa prospettiva che il principio di sostenibilità assume il suo significato più ampio: non soltanto ridurre gli impatti sull’ambiente, ma proteggere il legame inscindibile tra ecosistemi, diritti umani e benessere collettivo.

Il 6 novembre ci ricorda che difendere l’ambiente significa difendere anche la pace. Una pace che non coincide soltanto con l’assenza di conflitti, ma con la possibilità, per ogni individuo e per le generazioni future, di vivere in un ambiente sano, sicuro e dignitoso.

Dott.ssa Maria Antonella Cigno

Circular Srl