Giornata Popoli Indigeni 2026: diritti e S-LCA nella supply chain

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Ogni anno, il 9 agosto, si celebra la Giornata Internazionale dei Popoli Indigeni, istituita dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1994. La data ricorda la prima riunione, avvenuta nel 1982, del Working Group on Indigenous Populations delle Nazioni Unite e rappresenta un’occasione per promuovere la tutela dei diritti, delle culture e delle identità dei popoli indigeni nel mondo. Nel 2026 la ricorrenza assume un significato ancora più specifico. Il tema scelto dalle Nazioni Unite è “Honouring Indigenous Midwives: Safeguarding Life and Well-being”, dedicato al riconoscimento delle ostetriche indigene come depositarie di conoscenze e figure centrali per la salute e il benessere delle proprie comunità. Il tema di quest’anno porta in primo piano un elemento fondamentale: parlare di popoli indigeni non significa soltanto parlare di tutela di tradizioni del passato. Significa riconoscere sistemi di conoscenza, pratiche sociali, forme di organizzazione e relazioni con il territorio che continuano a svolgere un ruolo essenziale nella vita e nel benessere delle comunità. La Giornata rappresenta quindi un momento importante per richiamare l’attenzione sulle condizioni di vita di comunità che, in molte aree del mondo, continuano a confrontarsi con forme di esclusione, discriminazione, marginalizzazione e perdita di controllo sui propri territori e sulle proprie risorse. Parlare di popoli indigeni significa infatti affrontare temi che riguardano non soltanto la protezione di culture e tradizioni, ma anche il riconoscimento di diritti collettivi, autonomia, partecipazione ai processi decisionali e possibilità di mantenere un legame diretto con le terre e le risorse da cui dipendono la vita economica, sociale e culturale delle comunità.

Chi sono i popoli indigeni?

Non esiste, a livello internazionale, una definizione unica e universalmente vincolante di “popoli indigeni”. La stessa Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei popoli indigeni non ne stabilisce una definizione formale: un approccio che riflette anche l’importanza attribuita al principio di auto-identificazione, strettamente collegato al diritto all’autodeterminazione.

Esistono tuttavia alcune caratteristiche ricorrenti. I popoli indigeni presentano spesso una continuità storica con società precedenti alla colonizzazione, mantengono un forte legame con terre e territori tradizionali e conservano, almeno in parte, sistemi sociali, economici, politici e culturali distinti. Lingue, conoscenze, credenze, pratiche tradizionali e rapporto con le risorse naturali contribuiscono quindi a definire identità collettive profondamente legate ai territori.

Non si tratta, inoltre, di una realtà marginale dal punto di vista numerico.

I popoli indigeni nel mondo: alcuni numeri

Indicatore Dato
Popolazione indigena mondiale stimata oltre 476 milioni di persone
Quota della popolazione mondiale circa 6,2%
Paesi in cui vivono circa 90
Gruppi/culture distinti oltre 5.000
Diversità linguistica parlano una parte predominante delle circa 7.000 lingue esistenti nel mondo
Quota tra le persone in povertà estrema circa 18,2%
Lavoratori indigeni nell’economia informale oltre 86%, rispetto a circa il 66% dei non indigeni
Divario salariale medio stimato circa -18% rispetto ai lavoratori non indigeni

 

I dati permettono di cogliere un punto essenziale: pur rappresentando una quota relativamente limitata della popolazione mondiale, i popoli indigeni sono sproporzionatamente esposti ad alcune forme di vulnerabilità sociale ed economica. A questo si aggiunge la centralità del territorio. I territori dei popoli indigeni comprendono una quota molto significativa della superficie terrestre globale e includono aree di grande valore naturale e culturale. Il rapporto con la terra, tuttavia, non può essere interpretato esclusivamente in termini ambientali. Per molte comunità il territorio è allo stesso tempo fonte di sostentamento, spazio sociale, patrimonio culturale, luogo di trasmissione delle conoscenze e componente dell’identità collettiva. La perdita dell’accesso a una terra o a una risorsa può quindi avere conseguenze che vanno ben oltre la perdita di un bene materiale: può incidere sulla continuità culturale, sulla salute, sulle attività economiche tradizionali, sulle relazioni comunitarie e sulla capacità di una popolazione di determinare autonomamente il proprio futuro. È proprio questo intreccio tra territorio, diritti, condizioni di vita e attività economiche a rendere il tema particolarmente rilevante quando parliamo di sostenibilità.

Dai diritti alla sostenibilità sociale

Materie prime, risorse naturali, energia, infrastrutture e attività produttive possono entrare in relazione con territori nei quali vivono popolazioni indigene. Un’impresa può trovarsi a migliaia di chilometri da queste comunità e, allo stesso tempo, esservi collegata attraverso la propria catena di fornitura. Pensiamo, per esempio, all’estrazione di minerali, allo sfruttamento forestale, alle coltivazioni agricole, alla realizzazione di infrastrutture o a grandi progetti energetici. Le conseguenze per le comunità interessate possono riguardare l’accesso alle risorse, l’utilizzo della terra, le condizioni di salute e sicurezza, l’occupazione, il patrimonio culturale o la possibilità di partecipare alle decisioni che interessano il proprio territorio. La sostenibilità, quindi, non riguarda soltanto l’efficienza nell’utilizzo delle risorse o la riduzione degli impatti ambientali. Comprende anche la capacità di comprendere e gestire le conseguenze che attività economiche, prodotti e filiere possono generare sulle persone e sulle comunità coinvolte.

Da questa prospettiva nasce una domanda fondamentale:

in che modo le attività che si susseguono lungo una catena del valore possono incidere sui diritti, sulle condizioni di vita e sulle opportunità delle comunità locali?

È proprio qui che entra in gioco la Social Life Cycle Assessment (S-LCA).

La Social Life Cycle Assessment è una metodologia standardizzata dalla ISO 14075 che permette di valutare gli aspetti sociali e socioeconomici di prodotti e servizi e i loro impatti, positivi e negativi, effettivi o potenziali, lungo il ciclo di vita. La prospettiva comprende quindi le diverse fasi che vanno dall’estrazione e trasformazione delle materie prime alla produzione, distribuzione, utilizzo, riutilizzo e fine vita. Applicare il Life Cycle Thinking alla dimensione sociale significa andare oltre i confini della singola organizzazione e osservare ciò che accade lungo l’intera catena del valore. A ogni fase possono infatti essere associate relazioni e potenziali impatti su differenti categorie di stakeholder. Tra queste troviamo le Local Communities, cioè le comunità locali che possono essere interessate dalle attività associate al ciclo di vita di un prodotto. Ed è proprio all’interno di questa stakeholder category che le Methodological Sheets for Subcategories in Social Life Cycle Assessment includono la subcategoria “Respect of indigenous rights (Rispetto dei diritti dei popoli indigeni)”, dedicata al rispetto dei diritti delle popolazioni indigene. Accanto ad essa, nella categoria Local Community troviamo aspetti strettamente collegati come Access to material resources (Accesso alle risorse materiali), Access to immaterial resources (Accesso alle risorse immateriali), Delocalization and migration (Delocalizzazione e migrazione), Cultural heritage (Patrimonio culturale), Safe and healthy living conditions (Condizioni di vita sicure e salubri), Community engagement (Coinvolgimento della comunità) e Local employment (Occupazione locale).

La metodologia consente così di tradurre questioni molto ampi, diritti, territorio, cultura, partecipazione in dimensioni specifiche da considerare all’interno di una valutazione sociale del ciclo di vita. Temi come il diritto alla terra e alle risorse, la tutela dell’identità e del patrimonio culturale, il coinvolgimento delle comunità nelle decisioni, le condizioni di salute e sicurezza e le opportunità di sviluppo locale trovano infatti una corrispondenza diretta nelle aree di analisi considerate dalla S-LCA. La subcategoria “Respect of indigenous rights (Rispetto dei diritti dei popoli indigeni)” permette in particolare di portare l’attenzione sul modo in cui le attività economiche possono entrare in relazione con i diritti delle popolazioni indigene.

Rendere visibili gli impatti lungo la supply chain

Uno degli elementi più significativi della Social Life Cycle Assessment è la possibilità di individuare criticità sociali che potrebbero rimanere poco visibili se l’analisi si limitasse alle attività direttamente controllate dall’organizzazione. Gli impatti possono infatti manifestarsi nelle fasi più lontane della supply chain. È il caso, ad esempio, di materie prime provenienti da territori nei quali sono presenti comunità indigene: un’impresa può trovarsi geograficamente molto distante da quelle realtà, ma essere comunque collegata ad esse attraverso i propri fornitori e subfornitori.

Adottare una prospettiva di ciclo di vita significa quindi ampliare il perimetro dell’analisi e interrogarsi su ciò che avviene a monte e a valle della produzione. La S-LCA può contribuire a individuare i cosiddetti social hotspots, ovvero fasi, territori o attività della catena del valore caratterizzati da una maggiore possibilità di impatti sociali negativi. Individuare queste aree consente alle organizzazioni di comprendere dove concentrare l’attenzione, approfondire la raccolta dei dati e definire eventuali azioni di miglioramento. Uno degli aspetti più interessanti della metodologia è la possibilità di tradurre principi generali, come quello del rispetto dei diritti delle popolazioni indigene, in elementi che possono essere osservati e analizzati. La valutazione può prendere in considerazione, ad esempio, la presenza di politiche aziendali dedicate alla tutela dei diritti delle comunità, l’esistenza di meccanismi di consultazione e coinvolgimento, il riconoscimento dei diritti sulle terre e sulle risorse, l’eventuale presenza di controversie e il modo in cui un’organizzazione gestisce segnalazioni o criticità.

La raccolta delle informazioni può inoltre andare oltre la sola documentazione aziendale. Interviste, consultazioni con gli stakeholder, visite sul campo, audit e confronto con comunità locali o organizzazioni della società civile possono contribuire a costruire una lettura più completa degli impatti. Questo passaggio è particolarmente importante perché ricorda che la sostenibilità sociale non riguarda soltanto ciò che un’organizzazione dichiara attraverso politiche e procedure, ma anche come le sue attività e quelle della sua catena del valore vengono percepite e vissute dalle persone coinvolte. Una stessa attività, infatti, può generare conseguenze su più dimensioni sociali contemporaneamente. La modifica dell’accesso a un territorio, ad esempio, può avere ripercussioni non soltanto economiche, ma anche culturali, sociali e sanitarie, influenzando pratiche tradizionali, mezzi di sussistenza e relazioni comunitarie.

La Giornata Internazionale dei Popoli Indigeni offre quindi un’occasione particolarmente significativa per ricordare che la sostenibilità di un prodotto non termina con la misurazione delle emissioni, dell’energia o delle risorse consumate. Dietro le materie prime e i processi produttivi esistono anche persone, comunità, culture e territori. La prospettiva di ciclo di vita permette di rendere visibili queste connessioni e di interrogarsi su impatti che possono manifestarsi anche molto lontano dal luogo in cui un prodotto viene realizzato o commercializzato. La Social Life Cycle Assessment offre, in questo senso, un approccio strutturato per comprendere quali stakeholder possono essere coinvolti lungo la catena del valore, quali temi sociali risultano più rilevanti e dove possono concentrarsi potenziali criticità o opportunità di miglioramento. La Giornata del 9 agosto può così diventare qualcosa di più di una ricorrenza dedicata alla sensibilizzazione: può rappresentare un invito concreto a chiederci chi si trova lungo il ciclo di vita dei nostri prodotti, quali diritti possono essere interessati dalle nostre attività e quanto conosciamo realmente gli impatti sociali della nostra supply chain. Perché valutare la sostenibilità sociale significa anche rendere visibili quelle comunità che, pur trovandosi lontano dal consumatore finale, possono essere profondamente coinvolte nelle catene globali del valore.

Dott.ssa Antonella Cigno

Circular Srl 

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