Aiutiamo i giovani a sbocciare. L’esempio di Alberto Favata (VIDEO)

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Palermo è una città difficile, leggiamo sempre di più di giovani sbandati, di baby gang, bullismo. In questo scenario molto problematico gli insegnanti hanno un ruolo fondamentale, molte famiglie sono separate e i primi a risentirne sono i giovani.  A parte questo vi è proprio una nuova generazione che subisce questa società che non dà speranza. Ne abbiamo parlato con Alberto Favata, insegnante.

Come sei diventato insegnante?

«Sono approdato all’insegnamento dopo qualche anno dalla laurea. Sognavo la professione di storico dell’arte, per ritrovarmi poi in cattedra nella scuola dell’obbligo, senza che questo si sia imposto come un ripiego o come un deragliamento rispetto alle intenzioni originarie.
La progettualità di vita non è un assunto aprioristico, ma un percorso di ricerca che si può compiere anche in maniera progressiva. Non sempre l’esito corrisponde all’esaudimento di una aspettativa o alla perfetta armonizzazione tra attitudine e attività pratica. Se per me è stato così non posso che considerarla una benedizione».

Che vuol dire essere docente?

«Formarsi alla scuola della pazienza. La pazienza dell’attesa. I tempi di apprendimento, di maturazione del senso del dovere, del senso di colpa, della definizione di spazi di autonomia rispetto alla dipendenza dall’adulto, sono per definizione lunghi, a volte possono protrarsi per anni. Ci capita di vedere sbocciare improvvisamente personalità fino a quel momento racchiuse dentro un bozzolo impenetrabile e oscuro. Poi, quando meno te l’aspetti, la crisalide assume le sembianze della farfalla. Ma può anche succedere il contrario, ed è lì che ti poni delle domande sulle responsabilità tue e del contesto, cercando di correggere il tiro per non ripetere errori involontari commessi in passato».

Come coniughi essere sposo, padre e insegnante?

«L’esercizio della professione di docente permette di trascorrere a casa un tempo maggiore, rispetto a quanto avviene per tante altre categorie lavorative. È un privilegio e insieme un dono il potersi ritrovare assieme già a partire dal momento del pranzo; supportare i figli nello studio, laddove si renda necessario; trovare il tempo per un dialogo che non si limita alla comunicazione essenziale, ma che può dilatarsi anche ad argomenti di più ampio respiro, frutto del racconto delle esperienze vissute e dell’osservazione di quanto avviene attorno a noi, nella dimensione sia locale (vita familiare, etc.), sia globale (i fatti della cronaca, la storia, la politica)».

Quale sfida educativa ti pone stare all’ Istituto comprensivo Francesco Paolo Perez Madre Teresa di Calcutta che ha grandi presenze di ragazzini non italiani?

«Le scuole ad alta presenza migratoria sono uno specchio della società multirazziale, del melting pot. L’integrazione è la sfida più difficile e urgente, specie nelle grandi città come Palermo in cui, giocoforza, gli immigrati sono relegati in quartieri popolari dove la coesistenza obbedisce a regole non sempre trasparenti: marginalizzazione e subordinazione/soggezione rispetto al potere della criminalità sono rischi incombenti. Derive pericolose che scuola, parrocchie, associazioni e volontariato possono arginare riportando risultati decisivi».

Vai a messa tutti i giorni. Perché?

«Il Giubileo del 2000 ha segnato l’inizio delle mie comunioni quotidiane. Stavo per concludere l’università a Pisa e sentii nel cuore il bisogno di abbeverarmi a questa fonte che non si esaurisce e che disseta. Bisogna vigilare per non scivolare nell’abitudinarietà, sebbene ogni giorno, anche quando la fatica o la distrazione possono prendere il sopravvento, persino la eco di una sola parola della liturgia, del canto o della Scrittura, siano sufficienti a rinnovare lo Spirito e orientare la giornata verso prospettive nuove».

Ogni insegnante è importante per dare speranza a quei giovani che incontra. Tanti ragazzi problematici sono stati salvati proprio da docenti.

Riccardo Rossi 

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