Centonove: giustizia (tardiva) è fatta

Per capire la portata del disastro culturale e giudiziario consumatosi all'ombra dello Stretto, bisogna riavvolgere il nastro e ricordare cos’era Centonove

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Alla fine, le lancette della giustizia italiana, con la consueta, esasperante lentezza che assomiglia più a una condanna preventiva che a un servizio per il cittadino, hanno rimesso le cose a posto. O quasi. Perché se è vero che la Corte di Cassazione, prima, e i giudici d’appello, poi, hanno demolito pezzo dopo pezzo il teorema accusatorio sul presunto “crac” del settimanale Centonove, nessuno restituirà a Messina, e alla Sicilia intera, una delle voci giornalistiche più libere, graffianti e scomode degli ultimi trent’anni.

L’ultimo capitolo di questa infinita ordalia giudiziaria registra l’assoluzione con formula piena, “perché il fatto non sussiste”, di Francesco Pinizzotto e Andrea Ceccio, rispettivamente amministratore e commercialista legati alle cooperative che editavano la testata. Un verdetto che segue a ruota la clamorosa decisione della Quinta Sezione della Suprema Corte dello scorso aprile, capace di azzerare totalmente l’impianto accusatorio contro il fondatore Enzo Basso, annullando senza rinvio non solo la condanna d’appello a 4 anni e 4 mesi, ma persino la sentenza di primo grado. Un colpo di spugna storico, una smentita solenne per i teoremi della Procura peloritana, che riporta tutto al punto di partenza. Al grado zero. Peccato che, nel frattempo, la vittima sacrificale sia già rimasta sul terreno: il giornale è morto, i giornalisti sono a spasso, la voce è spenta.

Per capire la portata del disastro culturale e giudiziario consumatosi all’ombra dello Stretto, bisogna riavvolgere il nastro e ricordare cos’era Centonove. Fondato nel 1993 da Enzo Basso, giornalista di razza, il settimanale nacque con un’ambizione folle per il panorama editoriale siciliano: fare giornalismo d’inchiesta puro, slegato dai potentati politici, economici e mafiosi. Il nome stesso richiamava la legge 109 del 1996 sulla gestione e il riutilizzo sociale dei beni confiscati alle mafie, a testimonianza di una linea editoriale dichiaratamente schierata in prima linea. Per venticinque anni, ogni giovedì, Centonove è stato il terrore della Messina “bene”, del malaffare politico, delle massonerie deviate, delle zone d’ombra tra burocrazia e criminalità organizzata. Un miracolo laico di resistenza editoriale, capace di campare in edicola e di lanciare decine di cronisti costretti oggi a fare i profughi dell’informazione.

Poi, nel 2017, la mannaia. Un’operazione spettacolare all’alba, la Guardia di Finanza alla porta, i sigilli all’azienda, il sequestro preventivo dei conti e l’arresto ai domiciliari per Basso, dipinto improvvisamente come il “regista” di una holding fraudolenta di otto società cooperative nate, secondo l’accusa, per eludere il fisco, simulare solidità finanziarie inesistenti e distrarre fondi per l’editoria. Insieme a lui, l’obbligo di firma per i collaboratori e professionisti Pinizzotto, Ceccio e Garufi. In poche ore, un patrimonio di credibilità giornalistica venne tritato dal tritacarne mediatico-giudiziario.

Le contestazioni, a guardarle oggi con il senno di poi, e con le carte dei giudici in mano, fanno venire i brividi per la loro inconsistenza originaria. Si parlava di bilanci falsati per un credito d’imposta di oltre 300mila euro, rivelatosi poi regolarmente certificato; si contestava la presenza di una s.r.l. tra i soci della cooperativa Kimon, una struttura societaria che la difesa ha dimostrato essere perfettamente conforme alle norme civili del tempo. Eppure, la macchina non si è fermata. Ha stritolato vite, ha macchiato reputazioni, ha spento le rotative. Enzo Basso ha subito quasi sei mesi di custodia cautelare, per poi essere scarcerato dopo la clamorosa scoperta di una firma falsa sull’interrogatorio di garanzia. Un dettaglio grottesco in una vicenda già surreale.

Oggi, i titoli dei giornali recitano trionfalmente “Giustizia è fatta”. Ma quale giustizia? Quella che impiega nove anni per capire che “il fatto non sussiste”? Quella che sequestra preventivamente una testata giornalistica mettendola all’asta (andata deserta per oltre 220mila euro) senza nominarvi un direttore responsabile, decretandone di fatto il decesso per asfissia finanziaria?

Il caso Centonove è il manifesto del fallimento di un certo modo di intendere l’azione penale nel nostro Paese. Quando lo Stato interviene con tale violenza su un’impresa editoriale prima di un giudizio definitivo, non sta solo perseguendo un presunto reato: sta applicando una pena di morte preventiva. Se un domani assolvi l’imputato, non puoi resuscitare il cadavere dell’azienda che hai distrutto. Restano le macerie. Resta l’amarezza di una Messina più povera di idee, di denunce e di verità. L’assoluzione di Basso, Pinizzotto e Ceccio cancella la colpa, ma non cancella il delitto commesso contro la libertà di stampa. Giustizia è fatta, sì. Ma è una giustizia arrivata al cimitero.

Roberto Greco

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