Il 17 giugno ci ricorda che l’acqua è il nuovo oro blu

Oggi è la Giornata mondiale per la lotta alla desertificazione e alla siccità, che ci ricorda il valore dell’acqua

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L’acqua viene spesso definita il nuovo oro blu. L’espressione è efficace, ma va capita bene: l’acqua non è preziosa perché può diventare merce rara; è preziosa perché è insostituibile. Senza acqua non c’è agricoltura, non c’è salute, non c’è energia, non c’è biodiversità, non c’è futuro per i territori. La Giornata mondiale per la lotta alla desertificazione e alla siccità ci ricorda che il valore dell’acqua non si misura solo in euro o metri cubi, ma nella capacità di mantenere vivi i suoli, le comunità e gli ecosistemi. Misurare l’impronta idrica è un primo passo. Ridurla, adattarla alle condizioni locali e trasformarla in scelte concrete è la sfida più importante. Perché combattere la desertificazione non significa soltanto difendere la terra dall’aridità. Significa difendere la possibilità stessa di abitare i territori in modo giusto, sostenibile e resiliente

Ogni anno, il 17 giugno, si celebra la Giornata mondiale per la lotta alla desertificazione e alla siccità, istituita dalle Nazioni Unite per richiamare l’attenzione su una crisi spesso silenziosa: la perdita di fertilità dei suoli, la riduzione della disponibilità idrica e l’avanzare di condizioni ambientali sempre più aride. Non si tratta di un problema lontano, confinato ai deserti o alle grandi aree aride del pianeta. La desertificazione riguarda anche l’Europa mediterranea e, in modo particolare, il Sud Italia. In Sicilia, come in altre regioni meridionali, lunghi periodi senza piogge, temperature più elevate, incendi, consumo di suolo, gestione inefficiente delle risorse e impoverimento degli ecosistemi rendono il territorio più fragile. La siccità non è solo “mancanza d’acqua”: è un fenomeno che colpisce agricoltura, paesaggio, biodiversità, economia locale e qualità della vita. La desertificazione non significa necessariamente che un territorio si trasformi in un deserto di sabbia. Significa, più precisamente, che il suolo perde progressivamente la capacità di svolgere le sue funzioni vitali: trattenere acqua, ospitare biodiversità, sostenere colture, filtrare sostanze inquinanti, immagazzinare carbonio e proteggere il territorio dall’erosione. Un suolo degradato assorbe meno acqua quando piove, si erode più facilmente e diventa meno produttivo. Così si crea un circolo vizioso: meno vegetazione significa meno ombra, meno umidità, più calore, più evaporazione e maggiore vulnerabilità alla siccità. In un clima che cambia, questo equilibrio diventa sempre più delicato.

La water footprint: misurare l’acqua nascosta

Per capire il legame tra siccità, consumi e produzione, uno strumento utile è la water footprint, o impronta idrica. È un indicatore che misura quanta acqua viene utilizzata, direttamente e indirettamente, per produrre un bene, offrire un servizio o sostenere un’attività. Quando beviamo un bicchiere d’acqua vediamo il consumo diretto. Ma molta più acqua è “nascosta” nei prodotti che usiamo ogni giorno: nel cibo, nei vestiti, nell’energia, nei materiali da costruzione, nei processi industriali. La water footprint rende visibile questa acqua invisibile e ci aiuta a capire dove si concentrano i maggiori impatti.

In genere si distinguono tre componenti:

  • Acqua verde, cioè l’acqua piovana trattenuta nel suolo e utilizzata dalle piante, particolarmente importante in agricoltura.
  • Acqua blu, cioè l’acqua prelevata da fiumi, laghi, invasi e falde sotterranee per irrigazione, industria, usi civili o energetici.
  • Acqua grigia, cioè il volume d’acqua teoricamente necessario per diluire gli inquinanti fino a riportare la qualità dell’acqua entro limiti accettabili.

Questa distinzione è importante perché non tutta l’acqua ha lo stesso peso ambientale. Consumare un metro cubo d’acqua in una zona ricca di risorse idriche non ha lo stesso impatto che consumarlo in un’area già colpita da stress idrico (o da scarsità idrica). Per questo l’impronta idrica non va calcolata considerando solo la quantità consumata di acqua ma anche tenendo conto delle condizioni locali in cui questa importante risorsa è consumata e anche al consumo dell´acqua considerata di qualità.

La water footprint ci insegna una cosa fondamentale: l’acqua è globale nei mercati, ma locale negli impatti. Un prodotto può essere consumato in una città europea, ma avere la sua impronta idrica in un bacino agricolo del Mediterraneo, in un’area tropicale o in una regione già soggetta a siccità. Questo vale anche per le filiere agroalimentari: coltivare una stessa coltura in due territori diversi può generare impatti molto differenti a seconda delle piogge, dell’efficienza irrigua, della salute del suolo, della disponibilità delle falde e della qualità delle acque. Nel contesto siciliano e del Sud Italia, questa lettura è decisiva. Dove le precipitazioni sono più irregolari e le temperature aumentano, ogni scelta produttiva deve essere valutata considerando il bilancio idrico locale. Non basta chiedersi “quanta acqua serve?”, ma anche “da dove arriva quell’acqua?”, “in quale periodo dell’anno viene usata?”, “quali ecosistemi o comunità ne dipendono?” e “il territorio può sostenerne il prelievo?”.

La lotta alla desertificazione ha un riferimento internazionale centrale: la Convenzione delle Nazioni Unite per la lotta alla desertificazione, conosciuta come UNCCD. È il quadro globale che promuove azioni coordinate contro degrado del suolo, siccità e perdita di produttività delle terre. L’Italia ha ratificato la Convenzione con la Legge 4 giugno 1997, n. 170. A livello europeo, un pilastro è la Direttiva Quadro Acque 2000/60/CE, che stabilisce un quadro comune per la protezione delle acque superficiali, sotterranee, interne, di transizione e costiere. In Italia, questa direttiva è stata recepita nella Parte Terza del Decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, il cosiddetto Codice dell’Ambiente. Per la misurazione dell’impronta idrica, il riferimento tecnico più importante è la norma ISO 14046:2014, che definisce principi, requisiti e linee guida per valutare e comunicare la water footprint secondo un approccio basato sulciclo di vita di un prodotto.  Questo significa considerare non solo il momento del consumo finale, ma l’intera catena: materie prime, produzione, trasporto, uso e fine vita.

Sicilia e Sud Italia

In Sicilia e in tutto il Mezzogiorno, la desertificazione non è un concetto astratto. Le carenze di precipitazioni, il caldo prolungato, la pressione sulle falde, le perdite nelle reti idriche, la riduzione della sostanza organica nei suoli e l’abbandono di alcune aree agricole stanno trasformando il rapporto tra comunità e risorsa idrica. La risposta non può essere solo emergenziale. Servono interventi strutturali: riduzione delle perdite nelle reti, riuso delle acque reflue depurate, invasi e infrastrutture gestiti in modo sostenibile, agricoltura più efficiente, tecniche di irrigazione di precisione, recupero della sostanza organica nei suoli, riforestazione, tutela delle aree umide, contrasto al consumo di suolo e pianificazione territoriale basata sui dati climatici.

La water footprint può diventare uno strumento di supporto a queste scelte. Può aiutare enti pubblici, imprese agricole, industrie e cittadini a comprendere quali attività esercitano maggiore pressione sulle risorse idriche e dove intervenire per ridurre sprechi e impatti.

dott.ssa Antonella Cigno