Infermieri in Sicilia, tra stipendi bassi e precarietà

Il Mezzogiorno e in particolare la Sicilia emergono come aree di marcata vulnerabilità, dove la debolezza della rete assistenziale e le distorsioni del mercato del lavoro sanitario rischiano di compromettere l'equità e la qualità dell'assistenza sanitaria

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La sanità italiana, e soprattutto quella siciliana, si trova ad affrontare una crisi strutturale e profonda che va ben oltre la narrazione emergenziale del periodo post-pandemico. Il Rapporto Eurispes 2026, intitolato “Oltre il lavoro dipendente: nuovi modelli organizzativi del lavoro nell’area infermieristica”, rivela un panorama complesso in cui la carenza di personale rappresenta non un mero deficit numerico, bensì il sintomo evidente di una trasformazione organizzativa e professionale rimasta a metà. Se a livello internazionale l’Organizzazione Mondiale della Sanità segnala un buco d’organico globale di circa sei milioni di operatori e l’Italia si colloca a 6,9 infermieri ogni 1.000 abitanti a fronte di una media europea di 8,9, è scendendo nel dettaglio delle singole realtà regionali che le fratture territoriali diventano drammatiche. In questo scenario, il Mezzogiorno e in particolare la Sicilia emergono come aree di marcata vulnerabilità, dove la debolezza della rete assistenziale e le distorsioni del mercato del lavoro sanitario rischiano di compromettere l’equità e la qualità dell’assistenza sanitaria.

I numeri della Sicilia: tra carenza d’organico e invecchiamento della forza lavoro

L’analisi dei dati Istat ed Eurispes mappa una geografia dell’assistenza fortemente disomogenea su scala nazionale. La Sicilia si attesta agli ultimi posti della graduatoria per dotazione di personale sanitario attivo: con soli 54 infermieri ogni 10.000 residenti, l’isola condivide con la Calabria (53,1) e la Campania (52,2) il primato negativo della disponibilità di risorse umane, collocandosi ben al di sotto della media italiana (69 professionisti ogni 10.000 abitanti) e a siderale distanza da realtà quali il Lazio (86,2) o il Trentino-Alto Adige (85,5). A questo deficit quantitativo si aggiunge un fattore anagrafico critico: l’età media degli infermieri attivi in Sicilia ha raggiunto i 47 anni, superando il dato medio nazionale di 45 anni. La presenza di una quota consistente di personale prossimo al pensionamento prefigura, nel medio periodo, un grave rischio di desertificazione degli organici negli ospedali e nei presidi territoriali dell’isola, in assenza di un’adeguata programmazione del ricambio generazionale.

Sperequazione salariale e incidenza della precarietà contrattuale

Le condizioni economiche e la tipologia dei rapporti di lavoro rappresentano ulteriori fattori decisivi per comprendere la scarsa attrattività del settore pubblico nell’isola. Lo stipendio medio annuale di un infermiere in Sicilia si attesta a circa 30,1 mila euro, un valore sensibilmente inferiore alla media nazionale di 32,4 mila euro, lontano dai picchi del Trentino-Alto Adige (37,2 mila euro) o dell’Emilia-Romagna (35,9 mila euro) e nettamente distante dai parametri medi Ocse (39,8 mila euro). A questa penalizzazione retributiva si somma la struttura dei contratti di lavoro: l’analisi del personale dipendente evidenzia nelle Isole e nel Sud un’incidenza di contratti a tempo determinato notevolmente più elevata rispetto alle regioni del Nord. Livelli retributivi contratti e precarietà dell’impiego disincentivano la fidelizzazione dei professionisti, alimentando il fenomeno del burnout, la mobilità verso altre regioni o verso l’estero e compromettendo la capacità delle strutture sanitarie siciliane di pianificare l’offerta assistenziale su base pluriennale.

Libera professione e doppia attività: le strategie di adattamento nel mercato isolano

La risposta dei professionisti sanitari alle rigidità del sistema pubblico si riflette nelle particolari forme che l’esercizio autonomo assume sul territorio siciliano. Mentre nelle regioni settentrionali prevale la figura dell’infermiere libero professionista “puro” (operante in via esclusiva sul mercato privato, nei servizi domiciliari o in strutture accreditate), in Sicilia e in altre realtà del Mezzogiorno si registra un’incidenza percentuale significativa della “doppia attività”, ossia di professionisti che affiancano la partita Iva a un rapporto di lavoro dipendente. Tale scelta si configura essenzialmente come una strategia individuale per integrare redditi ridotti e stabilizzare la posizione economica. Inoltre, la rilevazione Eurispes evidenzia nell’isola una particolarità demografica: mentre a livello nazionale la libera professione integrata è a prevalenza femminile, in Sicilia il peso della componente maschile tra i professionisti con doppia attività risulta proporzionalmente più elevato, riflettendo contesti occupazionali locali caratterizzati da minori opportunità di lavoro autonomo esclusivo.

La sfida della sanità territoriale e le nuove prospettive contrattuali

La riorganizzazione dell’assistenza territoriale promossa dal PNRR e dal DM 77/2022 individua nell’Infermiere di Famiglia e di Comunità (IFoC) il perno fondamentale della sanità di prossimità. Tuttavia, la sua operatività in Sicilia sconta i ritardi generali d’attuazione riscontrati a livello nazionale, dove gli standard previsti (1 IFoC ogni 3.000 abitanti) rimangono lontani dall’essere pienamente raggiunti. Per superare la gestione emergenziale, il ricorso alle esternalizzazioni o la dipendenza da deroghe temporanee, come l’ingresso di personale con formazione estera privo di un monitoraggio ordinistico sistematico,, l’indagine Eurispes suggerisce l’adozione di modelli contrattuali innovativi. Tra questi spiccano la creazione di un sistema convenzionale pubblico-programmato, analogo a quello vigente per i medici di medicina generale e i pediatri di libera scelta, e l’introduzione del reclutamento libero-professionale diretto da parte delle Aziende sanitarie. Per la Sicilia, garantire un’autonomia regolata, un equo compenso e solide tutele rappresenta la strada maestra per valorizzare le competenze infermieristiche, frenare l’emigrazione professionale e assicurare la sostenibilità del Servizio sanitario regionale.

Roberto Greco