Inquinamento nel Mediterraneo ed ecotossicologia: la sfida della ricerca transfrontaliera tra Italia e Tunisia

L'intervista a Mohamed Banni, ecotossicologo dell'Università di Monastir, delinea le strategie scientifiche condivise per contrastare plastiche e cambiamenti climatici. Un'alleanza transfrontaliera tra Sicilia e Nord Africa che trasforma le minacce marittime in risorse d'economia circolare

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Il Bacino del Mediterraneo rappresenta un crocevia storico e geostrategico fondamentale, ma si trova oggi ad affrontare pressioni ambientali senza precedenti. Nell’Aula Magna del Dipartimento di Scienze Umanistiche dell’Università degli Studi di Palermo si è tenuto nei giorni scorsi un convegno dal titolo “Il Mediterraneo nelle nuove priorità europee e nazionali. La ricerca e l’innovazione nella cooperazione con il Mediterraneo e l’Africa”, organizzato dall’Ateneo palermitano insieme ad APRE (Agenzia per la Promozione della Ricerca Europea).

L’incontro ha offerto una piattaforma di confronto ad alto livello istituzionale e scientifico focalizzata sul Mediterranean Pact, inteso come nuova cornice strategica europea per orientare investimenti, innovazione e cooperazione tra le sponde nord e sud del bacino.

In questo contesto di dialogo tra diplomazia scientifica, Horizon Europe, Mission Ocean, PNRR e Piano Mattei, emerge con forza la voce di chi la tutela ambientale la persegue sul campo ogni giorno attraverso la ricerca ecotossicologica.

A margine dei lavori dell’ateneo palermitano, il ricercatore tunisino Mohamed Banni, docente ed ecotossicologo presso l’Università di Monastir, ha tracciato il quadro delle emergenze e delle opportunità legate alla protezione degli ecosistemi marini: «Essendo un ricercatore che lavora sul campo dell’ecotossicologia, è fondamentale parlare dell’aspetto legato all’inquinamento nel Mediterraneo e il legame con la Sicilia in particolare, l’Italia in generale», ha dichiarato, sottolineando l’interdipendenza ecologica e geografica che unisce la costa nordafricana al territorio siciliano e all’intera penisola italiana.

Inquinanti e clima: la diagnosi ecotossicologica sulle acque del Mediterraneo

La salute del Mare Nostrum è compromessa da una duplice pressione sinergica: la contaminazione chimica da un lato e l’innalzamento delle temperature dall’altro. Questo binomio di fattori altera profondamente la resilienza biologica delle specie marine, provocando un sensibile e progressivo impoverimento della biodiversità acquatica.

Nel suo intervento, Banni ha evidenziato come la diagnosi ecotossicologica non possa più prescindere da uno studio congiunto di queste variabili ambientali e come l’unica via praticabile sia rappresentata dai network di cooperazione accademica transfrontaliera. «Infatti noi abbiamo dei progetti di ricerca comune con l’Italia, ma soprattutto con la Sicilia, attraverso i progetti transborder, transfrontaliere, ma anche NextM Project, che hanno come tema principale come combattere l’inquinamento nel Mediterraneo che viene anche compilato con il cambiamento climatico», ha spiegato il docente.

Questa sinergia operativa vede direttamente impegnati i ricercatori tunisini dell’Università di Monastir al fianco dei colleghi italiani e siciliani. L’obiettivo condiviso è individuare con precisione scientifica i principali agenti inquinanti responsabili del declino faunistico e floristico, definendo al contempo strategie mirate di mitigazione e prevenzione.

Dai materiali biologici ai filtri di posidonia: la risposta tecnologica della ricerca

Oltre all’attività d’indagine e al monitoraggio quantitativo dei contaminanti, la ricerca transfrontaliera italo-tunisina si sta concentrando sullo sviluppo di soluzioni tecnologiche a basso impatto ambientale e ad elevata sostenibilità.

Una delle frontiere più promettenti è rappresentata dall’impiego di biomateriali naturali per la depurazione e il filtraggio delle acque marine. «Con i ricercatori italiani, ma anche del mio laboratorio in Tunisia, stiamo facendo del meglio per capire quali sono inquinanti principali e limitare il loro input nel Mediterraneo», ha affermato Mohamed Banni.

L’utilizzo dei residui biologici della pianta marina Posidonia oceanica permette di realizzare dispositivi filtranti capaci di intercettare sostanze tossiche prima che si diffondano irrimediabilmente negli habitat pelagici, coniugando l’ingegneria dei materiali naturali con la riduzione degli scarichi inquinanti alla fonte.

L’emergenza microplastiche e il concetto integrato di salute “One Health”

Un capitolo centrale delle attività svolte dal laboratorio di ecotossicologia riguarda i contaminanti emergenti, prima fra tutti la frazione plastica e microplastica che si accumula nei fondali e nella catena trofica.

La presenza onnipresente dei frammenti sintetici rappresenta un pericolo costante non solo per la fauna ittica, ma per l’intera piramide alimentare, arrivando a condizionare la salute della popolazione umana attraverso il consumo di prodotti ittici contaminati. «Uno dei maggior interessi è stato dato alle microplastiche, alla plastica in generale, visto l’importanza di questo inquinamento che viene qualificato di emergente a livello del Mediterraneo», ha sottolineato il ricercatore di Monastir.

Gli studi condotti nell’ambito delle collaborazioni internazionali dimostrano come l’inquinamento da plastica debba essere analizzato sotto una lente multidisciplinare. «Secondo alcune ricerche da noi condotte, abbiamo dimostrato l’impatto negativo sulla biodiversità e sull’essere umano in un concetto di One Health e di salute umana», ha aggiunto Banni. Il paradigma One Health evidenzia come la salute umana, la salute animale e la salute degli ecosistemi siano indissolubilmente legate, imponendo politiche di tutela ambientale che tengano conto di questa stretta interconnessione biologica.

Blue Economy e risorse circolari: trasformare le emergenze marittime in opportunità

La risposta alle sfide ambientali del Mediterraneo passa inevitabilmente attraverso un cambio di paradigma economico, orientato verso i principi della Blue Economy e dell’economia circolare.

In tale contesto, i programmi europei di cooperazione didattica e scientifica svolgono un ruolo propulsore nel formare nuove competenze e promuovere modelli di sviluppo sostenibile. Il ricercatore ha ricordato l’importanza del progetto Erasmus Plus, coordinato dall’Université Littoral Côte d’Opale in Francia, che vede la partecipazione attiva dell’Università degli Studi di Palermo, dell’Università di Monastir, dell’Università di Sousse in Tunisia, oltre a partner accademici in Giordania ed Egitto.

«Al centro della nostra ricerca c’è la Blue Economy, quindi economia circolare», ha spiegato Banni, evidenziando come l’obiettivo del network sia promuovere la transizione ecologica valorizzando gli scarti biologici della pesca e affrontando problematiche stringenti mediante approcci di riutilizzo industriale. «Stiamo puntando sull’economia circolare, ma soprattutto sulla Blue Economy, rendendo e trasformando in certi casi il problema a risorsa, tipo gli scarti di pesce, ma anche in specie invasive, tipo il granchio blu».

La sfida del granchio blu: valorizzazione molecolare tra salute e acquacoltura

L’esempio più emblematico di questo approccio circolare è rappresentato dalla gestione del granchio blu, una specie aliena invasiva che ha colonizzato ampie porzioni delle coste mediterranee provocando ingenti danni alla biodiversità autoctona e al settore della pesca tradizionale.

Anziché subire passivamente la proliferazione di questa specie, la ricerca scientifica italo-tunisina ha elaborato una strategia volta all’estrazione di biomolecole ad alto valore aggiunto. Banni ha illustrato l’ultimo progetto in collaborazione con istituzioni accademiche e sanitarie italiane: «Un progetto per la valorizzazione di questa specie tramite molecole che possono essere molto utili sia per la salute umana, ma anche per il mangime dei pesci».

Attraverso l’estrazione di molecole bioattive dal carapace e dai tessuti del granchio blu, i ricercatori mirano a produrre componenti utili per l’industria nutraceutica e farmaceutica, oltre a formulazioni innovative per la mangimistica destinata all’acquacoltura.

Mario Catalano