Isola delle Femmine avvolta dal suo mare davanti a Palermo non è soltanto l’isolotto della riserva naturale, con la sua torre e le sue acque, ma un’isola immaginaria e sotterranea: quella costruita nei secoli attorno alle donne rinchiuse, alle penitenti, alle monache, alle prigioniere e alle principesse costrette alla fuga.
È una Sicilia fatta di porte chiuse, chiostri, celle e passaggi segreti. E, sullo sfondo, il mare: quello dei pirati, delle imbarcazioni, delle fanciulle abbandonate alla deriva. Una Sicilia dove la storia documentata e la leggenda finiscono spesso per condividere lo stesso corridoio.
La prima prigione è un’isola
L’isolotto che dà il nome al comune è oggi conosciuto soprattutto per il paesaggio e per la riserva naturale, ma da secoli porta con sé una delle leggende più persistenti della costa palermitana.
Secondo il racconto popolare più noto, tredici ragazze turche sarebbero state imbarcate dai familiari su una nave senza nocchiero, come punizione per colpe mai precisate. Dopo giorni di navigazione e una tempesta, sarebbero approdate sull’isolotto, dove avrebbero vissuto isolate per sette anni. Quando finalmente i parenti le avrebbero ritrovate, le famiglie avrebbero deciso di stabilirsi sulla terraferma. È una storia che possiede tutti gli elementi della fiaba mediterranea: la colpa, l’esilio, il mare, la tempesta, la sopravvivenza e il ritorno. Ma soprattutto contiene un’immagine potente: un’isola trasformata in carcere femminile.
La storia, però, non coincide con ciò che sappiamo delle strutture presenti sull’isolotto. La torre che domina l’area apparteneva, insieme alla torre sulla terraferma, al sistema difensivo delle torri costiere siciliane. Non ci sono prove che fosse un penitenziario destinato esclusivamente alle donne. E proprio qui comincia il viaggio nell’“isola sotterranea”.
Le vere carceri erano spesso dentro i conventi
Nella Palermo storica la reclusione femminile non appartiene soltanto al mondo delle leggende. Le fonti raccontano una realtà nella quale carcere, convento e istituzione di controllo potevano essere sorprendentemente vicini.
Uno studio dell’Università di Catania sulle carceri palermitane ricorda come la città disponesse, già in età moderna, di numerosi luoghi di detenzione e cita espressamente le carceri femminili della Vetriera. Con la nascita del Regno delle Due Sicilie, intorno al 1820, il sistema carcerario palermitano comprendeva diverse strutture destinate alla detenzione. Ma per le donne il confine tra punizione, disciplina religiosa e controllo sociale poteva essere ancora più sottile.
Una ricerca conservata dall’Università di Padova sottolinea che, nel caso siciliano, la detenzione femminile in età moderna era frequentemente scontata all’interno dei monasteri. Questa pratica, secondo lo studio, sarebbe proseguita per secoli, anche dopo la soppressione del Sant’Uffizio siciliano.
È una delle chiavi per capire la vera “Isola delle Femmine”: non necessariamente un isolotto circondato dal mare, ma spazi separati dal resto della società, nei quali le donne potevano essere rinchiuse, educate, corrette, convertite o semplicemente sottratte alla comunità.
Le “repentite”: quando il convento diventa rifugio e reclusione
A Palermo esiste ancora una traccia particolarmente suggestiva di questa storia: la Cripta delle Repentite. Nel Cinquecento il complesso religioso di Santa Maria la Grazia, noto come convento delle Repentite, accolse donne provenienti dalla prostituzione che avevano intrapreso un percorso di conversione e vita monastica. La cripta è stata riscoperta casualmente nel 2005 durante lavori di ristrutturazione.
Sotto la città moderna emerge così un altro mondo: quello delle donne definite “pentite”, sottoposte a una radicale trasformazione della propria identità sociale. Il termine stesso è rivelatore. Non racconta soltanto una scelta religiosa: racconta il modo in cui una società stabiliva quali comportamenti femminili fossero accettabili e quali dovessero essere corretti.
Anche i monasteri femminili palermitani medievali costituiscono un capitolo importante. La storica Patrizia Sardina ha ricostruito la vicenda degli otto monasteri femminili fondati a Palermo tra XI e XIV secolo, mostrando quanto queste istituzioni fossero anche realtà economiche e sociali, oltre che religiose. E le fonti non restituiscono soltanto immagini di obbedienza. Documentano anche conflitti, trasgressioni e tentativi di sottrarsi alle regole.
Donne prigioniere, ma non sempre in silenzio
È forse questo il passaggio più interessante: la leggenda tende a trasformare le donne rinchiuse in principesse, peccatrici o vittime; i documenti, invece, mostrano persone che cercavano concretamente di negoziare la propria libertà.
Negli archivi ecclesiastici di Trapani, per esempio, compaiono le vicende delle donne accolte nel Reclusorio di Santa Maria Maddalena: penitenti, donne in condizioni di miseria, ma anche mogli che cercavano rifugio da mariti violenti. I documenti raccontano inoltre casi di monacazioni forzate e di giovani donne che tentarono di recuperare la propria libertà.
La Sicilia delle leggende aveva dunque un corrispettivo molto concreto: donne realmente confinate dentro istituzioni create e amministrate da una società prevalentemente maschile. Ed è probabilmente da questa realtà che le storie hanno preso parte della loro forza.
Il mare dei pirati e le donne senza terra
Nella memoria popolare siciliana il mare è raramente soltanto un paesaggio. È una frontiera. Da quel mare arrivano i pirati, i nemici, i mercanti, gli invasori. Ma dal mare vengono anche le donne che devono fuggire, quelle che vengono rapite, abbandonate o costrette a partire. La leggenda delle tredici fanciulle dell’Isola delle Femmine appartiene esattamente a questo immaginario. Una nave senza guida diventa una prigione galleggiante; l’isolotto diventa una cella naturale. La storia non ha bisogno di sbarre: è il Mediterraneo stesso a diventare il muro del carcere.
Una Sicilia sotterranea
Alla fine, l’“Isola delle Femmine” di questa storia non è un luogo preciso. È una mappa immaginaria della reclusione femminile in Sicilia. Ha le celle delle carceri storiche, i conventi, i reclusori, le cripte e i palazzi nobiliari. Ha le principesse imprigionate e le penitenti. Ha le ragazze mandate alla deriva dalle proprie famiglie e le donne che cercano rifugio da mariti violenti. Ha le navi dei pirati e le gallerie segrete. E soprattutto ha il mare. Perché in Sicilia il mare può essere contemporaneamente una prigione e una possibilità di fuga. Può separare una donna dalla sua famiglia, ma anche permetterle di raggiungere una nuova terra. Può inghiottire una storia oppure conservarla per secoli.
L’isolotto davanti a Palermo, dunque, è soltanto la superficie. Sotto il suo nome si nasconde una storia molto più vasta: quella di una società che per secoli ha costruito intorno alle donne confini fisici, morali e simbolici.
Le tredici ragazze della leggenda forse non sono mai esistite. La torre dell’isolotto non fu, per quanto documentato, una prigione femminile. Ma le donne recluse, controllate, costrette alla clausura o alla penitenza sono esistite davvero.
Serena Marotta
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