La mafia uccide solo d’estate?

Text with image

Each element can be added and moved around within any page effortlessly. All the features you need are just one click away.

Reading Time: 13 minutes

Parte seconda

Un’analisi storica dei delitti mafiosi estivi

“Tranquillo, ora siamo d’inverno. La mafia uccide solo d’estate”. Siamo ancora alle prese con la “bugia bianca” pronunciata dal padre per rassicurare il figlio Arturo, spaventato dalla violenza mafiosa nella Palermo degli anni ’70-’90 tratta dal film La mafia uccide solo d’estate (2013) di Pierfrancesco “Pif” Diliberto. Ma proprio il giovane Arturo, all’inizio degli anni ‘80, si rese conto che la mafia non ha stagioni proibite e che le sue scie di sangue scorrono tutto l’anno, inverno incluso. Proseguiamo quindi nella nostra analisi, lungo la strada che, dagli anni ‘80, ci porta al nuovo millennio.

Anni ’80: la guerra di mafia e le stragi estive

Gli anni ’80 in Italia furono caratterizzati da due fenomeni intrecciati: la seconda guerra di mafia in Sicilia, scatenata dai Corleonesi per il dominio su Cosa Nostra, e la reazione dello Stato con il pool antimafia e il Maxi-processo. Fu un decennio di sangue, con numerosi omicidi eccellenti che sono rimasti impressi nella memoria collettiva. Il nuovo decennio si aprì con un omicidio eclatante, quello di Piersanti Mattarella, presidente della Regione Siciliana, che domenica 6 gennaio 1980 a Palermo, mentre si recava a messa con la moglie Irma Chiazzese, la figlia Maria e la suocera Franca, fu freddato da una serie di colpi detonati da un revolver calibro 38 che attraversarono il finestrino dell’auto in cui si trovava.

La seconda guerra di mafia esplose tra il 1981 e il 1983: i Corleonesi di Totò Riina e Bernardo Provenzano fecero eliminare centinaia di membri delle famiglie “perdenti”, i Bontate, gli Inzerillo, i Badalamenti e altri. Gran parte di queste uccisioni riguardò mafiosi stessi, quindi una faida interna, avvenute in ogni periodo dell’anno. Ma la furia dei Corleonesi si rivolse contro i simboli dello Stato.

Nel 1982 si verificarono due omicidi clamorosi: il segretario regionale del PCI Pio La Torre fu crivellato a Palermo il 30 aprile 1982 e il generale Carlo Alberto dalla Chiesa, prefetto antimafia, venne assassinato insieme alla giovane moglie Emanuela Setti Carraro il 3 settembre 1982. Questi eventi, primavera e fine estate, continuano a segnalare una strategia: il colpire quando necessario, senza attendere oltre. Dopo l’omicidio Dalla Chiesa, l’antimafia conobbe un momento di smarrimento, ma sembrò non arrendersi.

Un attacco estivo di grande risonanza fu l’attentato di via Pipitone Federico a Palermo: il 29 luglio 1983 un’autobomba squarciò l’edificio dove abitava il giudice istruttore Rocco Chinnici, uccidendo lui, due carabinieri di scorta e un portiere. Si salvò solo Giovanni Paparcuri, il suo autista. Chinnici era il fondatore del pool antimafia e aveva ispirato giovani magistrati come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. La mafia lo eliminò in piena estate, con una modalità eclatante: una carica di esplosivo sotto casa posizionato all’interno di una Fiat 126 verde. Il suo omicidio fu precursore delle stragi con autobomba che torneranno tragicamente un decennio dopo. L’omicidio Chinnici dimostrò che Cosa Nostra non temeva l’attenzione mediatica: colpì a fine luglio, nel cuore di Palermo, generando indignazione e paura mentre la città era semideserta per le ferie.

A Palermo, l’estate 1985 fu una delle più terribili mai vissute dalla città, definita “una delle peggiori stagioni di violenza mafiosa”. Tutto iniziò sul finire di luglio 1985: il 28 luglio il commissario di polizia Giuseppe “Beppe” Montana, capo della sezione Catturandi, venne ucciso a colpi di pistola sulla spiaggia di Porticello, davanti alla fidanzata, durante un momento di relax dopo una giornata di lavoro. Il 6 agosto 1985 la mafia sferrò un altro colpo: un commando armato di kalashnikov tese un’imboscata in via Croce Rossa al vicequestore Antonino Cassarà, nuovo capo della squadra mobile, crivellando di proiettili lui e l’agente Roberto Antiochia. In quell’occasione si salvò l’agente di Polizia Natale Mondo, che fu ucciso dalla mafia nel gennaio 1988. Fu una vera strage in pieno giorno: decine di colpi. Cassarà morì tra le braccia della moglie e sotto gli occhi della figlia piccola. L’estate ’85 lasciò Palermo attonita e demoralizzata: in dieci giorni la questura aveva perso le sue figure chiave. Quell’anno il senso di impunità della mafia raggiunse l’apice. Non a caso, proprio da quelle tragedie ripartì la riscossa dello Stato: il giudice Antonino Caponnetto arrivò a Palermo per guidare il pool antimafia rimasto orfano di Chinnici e, sebbene dopo la strage del 6 agosto 1985 si fosse diffuso lo sconforto, in realtà la reazione istituzionale stava maturando. Ma fu nell’autunno del 1986 che la mafia dimostrò, in maniera eclatante, che il suo operato non conosceva stagionalità e nemmeno onore. Il 7 ottobre di quell’anno uccise Claudio Domino, un innocente bambino di 11 anni, a riprova che, contrariamente a quanto asserito dagli stessi mafiosi e da un gruppo di nostalgici sostenitori della “vecchia mafia buona”, uccideva donne e bambini. Sempre negli anni ‘80, ancora una volta nel periodo estivo, Cosa Nostra compì omicidi dimostrativi, contro imprenditori che avevano deciso di non abbassare il capo di fronte alle richieste di estorsione o decisero di collaborare con le forze dell’ordine. Ricordiamo, a tal proposito, l’uccisione di Carmelo Iannì, avventa nel 1980 e quella di Vincenzo Spinelli, avvenuta nel 1982.

Sempre negli anni ’80, la ’Ndrangheta cominciò a colpire bersagli più istituzionali. Un caso esemplare fu l’omicidio di Lodovico Ligato, ex parlamentare DC e già presidente delle Ferrovie dello Stato: Ligato fu assassinato a Reggio Calabria il 27 agosto 1989 con 26 colpi di pistola davanti casa sua. Era coinvolto in scandali sugli appalti e la sua eliminazione, ordinata dai boss calabresi, rappresentò uno dei primi omicidi “eccellenti” commessi dalla ’ndrangheta in ambito politico-economico. Pochi giorni prima, il 18 agosto 1989, un fatto ancor più eclatante era accaduto in Colombia: il candidato liberale alla presidenza Luis Carlos Galán fu assassinato durante un comizio pubblico, colpito a morte davanti a 10 mila persone per ordine dei signori della droga Pablo Escobar e Gonzalo Rodríguez Gacha. Quel delitto scosse il mondo e segnò l’apice della guerra dei cartelli della cocaina contro lo Stato colombiano. Quell’estate del 1989 vide dunque attacchi mafiosi micidiali in contesti diversissimi: dalle strade calabresi a quelle sudamericane. In Italia, l’omicidio Ligato confermò che la mafia calabrese era ormai potente quanto Cosa Nostra nel controllare pezzi di economia e politica.

Per completare il quadro degli anni ’80, a Napoli infuriò la faida di camorra tra NCO e NF (Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo contro Nuova Famiglia, cartello anti-Cutolo). Questa guerra culminò nel 1982-83 con decine di omicidi, ma colpì perlopiù affiliati e parenti, inclusi efferati agguati come la strage di Torre Annunziata del giugno 1984. Anche la Camorra quindi, non sospese la sua attività omicida d’estate. Un altro delitto orrendo fu l’omicidio, avvenuto nella primavera 1983, della piccola Simonetta Lamberti, 11 anni, figlia di un giudice e uccisa a Cava de’ Tirreni in un attentato camorristico: sebbene avvenuto il 29 maggio 1982, fu preludio di quella stagione di violenza. Verso la fine del decennio la Camorra riorientò i suoi metodi, ma alcuni clan (Casalesi) continuarono nei primi ’90 con omicidi di amministratori locali, sacerdoti e giornalisti.

In Giappone, gli anni ’80 portarono una sanguinosa faida interna allo Yamaguchi-gumi (1985-1989) dopo l’uccisione del boss Masaru Takenaka (gennaio ’85). Gli scontri tra yakuza provocarono attentati anche in pubblico: ad esempio, il 5 gennaio 1989 il nuovo leader della Yamaguchi-gumi, Kazuo Nakanishi, fu ferito gravemente a Kobe. Ma per restare su date estive il 28 agosto 1997 venne assassinato a colpi di pistola Masaru Takumi, potente numero due (wakagashira) dello Yamaguchi-gumi, in un hotel di Kobe. Questo omicidio, pur essendo negli anni ’90  – ma ne parliamo qui in tema Yakuza – avvenne per mano di un clan dissidente e causò anche la morte di un passante. Dunque anche la mafia giapponese, sebbene meno incline a atti plateali contro lo Stato, non ha evitato regolamenti di conti estivi quando c’è stata l’opportunità.

Anni ’90: le grandi stragi estive in Italia e la violenza dei cartelli all’estero

I primi anni ’90 rappresentano un punto di svolta sia per la mafia italiana che per le organizzazioni criminali all’estero. Nell’agosto del 1981, Cosa Nostra decise di uccidere Libero Grassi, imprenditore palermitano che denunciò pubblicamente e mediaticamente il suo no alle richieste di estorsione. Ma proprio in Italia, il 1992-93 fu il biennio delle stragi di mafia contro lo Stato, con omicidi e attentati di portata senza precedenti, concentrati proprio tra primavera ed estate. All’estero, intanto, i cartelli della droga in Colombia e Messico scatenarono campagne terroristiche con assassini di politici e massacri di civili, molti dei quali occorsi nei mesi estivi.

Il 1992 è ricordato in Italia come l’anno delle stragi di Capaci e via D’Amelio. Dopo il Maxi-processo, conclusosi nel gennaio 1992 con condanne definitive ai boss, Cosa Nostra pianificò la sua vendetta frontale. Il 23 maggio 1992 un potentissimo ordigno di oltre 400 kg di esplosivo fece saltare in aria un tratto dell’autostrada A29 presso Capaci, mentre transitava la colonna blindata del giudice Giovanni Falcone. Nell’attentato di Capaci persero la vita Falcone, sua moglie Francesca Morvillo, anch’ella magistrato, e tre agenti della scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro. L’immagine dello scenario di devastazione sull’autostrada, un cratere enorme e auto ridotte a rottami, sconvolse l’Italia e fece il giro del mondo. Meno di due mesi dopo, il 19 luglio 1992, Cosa Nostra colpì di nuovo: una Fiat 126 verde carica di tritolo esplose sotto casa della madre del giudice Paolo Borsellino in via d’Amelio a Palermo, uccidendo Borsellino e cinque agenti di scorta: Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Emanuela Loi, Claudio Traina e Vincenzo Fabio Li Muli.

Quelle due stragi provocarono un’ondata di indignazione popolare senza precedenti, con folle ai funerali e portarono al famoso grido di “fuori la mafia dallo Stato”. Paradossalmente i dati statistici ci dicono che l’estate in generale non era la stagione più “calda” per i delitti mafiosi, ma il 1992 fece eccezione, concentrando tra maggio e luglio quei due attentati e altri fatti perché, poche settimane dopo, il 17 settembre fu ucciso anche il giornalista Beppe Alfano a Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina. In quei mesi del 1992, la mafia volle massimizzare l’impatto: colpire durante l’estate, quando l’attenzione internazionale era alta: colpire Falcone e Borsellino, figure conosciute in tutto il mondo, significava lanciare un messaggio di sfida totale.

Il 1993 fu l’anno della coda della strategia stragista dei corleonesi. Nonostante l’arresto di Riina avvenuto a gennaio, i suoi sodali ordinarono una serie di attentati “continentali” contro il patrimonio artistico e civile dell’Italia, per costringere lo Stato a più miti consigli sulla gestione dei mafiosi detenuti. Anche questi attacchi avvennero nella tarda primavera-estate: la notte del 27 maggio 1993 un’autobomba in via dei Georgofili a Firenze, uccise 5 persone tra cui 2 bambini, e ne ferì 48, devastando la Torre dei Pulci e danneggiando irreparabilmente diverse opere d’arte. Il 27 luglio 1993, quasi in contemporanea, esplosero altre bombe: a Milano in via Palestro e a Roma presso le chiese di San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro. La strage di via Palestro a Milano del 27 luglio uccise 3 vigili del fuoco, un vigile urbano, un passante e ferì 12 persone. Le esplosioni a Roma nella notte tra 27 e 28 luglio ferirono in totale 22 persone e danneggiarono le basiliche, fortunatamente senza causare vittime. Queste bombe di fine luglio ’93 segnarono l’apice della follia stragista di Cosa Nostra sul continente dopodiché, anche per il forte giro di vite investigativo, la strategia terroristica fu abbandonata. Ma va sottolineato: tra maggio e luglio 1993 la mafia siciliana fece fuoco e fiamme, portando la morte nel cuore delle città proprio in estate, quando la gente passeggiava tranquilla. L’impatto psicologico fu enorme: l’estate ’93 per molti italiani fu vissuta con angoscia, sentendosi bersaglio di un nemico interno pronto a colpire ovunque.

Dopo il 1993, la mafia, complice l’arresto dei capi e le nuove normative come il carcere duro del 41-bis, cambiò strategia. Si pose fine alla stagione delle stragi, privilegiando la sommersione e gli affari economici. Ciò portò a una drastica diminuzione degli omicidi “eccellenti” nei decenni successivi. Non che le cosche rinunciassero del tutto al delitto: ma da metà anni ’90 in poi, in Italia, i pochi omicidi di rilievo furono mirati e circoscritti. Ad esempio, la Camorra casalese uccise il parroco anticamorra don Giuseppe Diana nel marzo 1994 e Cosa Nostra eliminò il parroco antimafia don Pino Puglisi il 15 settembre 1993, nel giorno del suo 56º compleanno.

Per trovare un evento mafioso rilevante in estate dopo il ’93, bisogna guardare alla ’ndrangheta che, silenziosamente prosperata, fece parlare di sé in modo cruento fuori dai confini nazionali: la cosiddetta strage di Ferragosto a Duisburg fu l’epilogo internazionale di una faida partita a San Luca (Calabria) nel 1991 e riesplosa nel 2006: l’omicidio della giovane Maria Strangio a Natale 2006 aveva innescato vendette culminate sei anni dopo in Germania che portarono ai sei morti crivellati nelle auto fuori dal ristorante “Da Bruno”. L’evento fece scalpore mondiale: mai la mafia calabrese aveva colpito così platealmente fuori dall’Italia. La scelta del 15 agosto, ricorrenza di Ferragosto, fu probabilmente dettata dalle abitudini delle vittime, sorpresi dopo una festa di compleanno, ma colpire in un giorno di festa sottolineò la ferocia spietata della faida.

Nel frattempo, guardando fuori dall’Italia, negli anni ’90, troviamo alcuni degli episodi più sanguinosi nella storia delle mafie globali, molti dei quali occorsi in mesi estivi. Dopo l’assassinio Galán del 1989 già citato, la Colombia visse altre tragedie: nel luglio 1994 fu ucciso un altro candidato presidenziale, Álvaro Gómez Hurtado, in quel caso da ambienti paramilitari di destra in un contesto di narco-politica. Sempre in Sud America, un caso particolare fu l’omicidio, in estate, di una figura insolita, Andrés Escobar, calciatore colombiano, assassinato il 2 luglio 1994 a Medellín da sicari legati alle scommesse clandestine, come ritorsione per un suo autogol ai Mondiali. Un fatto minore nel quadro generale, ma indicativo di un clima di violenza diffusa in cui la vita umana valeva poco di fronte agli interessi criminali.

Fu tuttavia il Messico, dagli anni 2000 in poi, a divenire teatro di violenze inaudite da parte dei cartelli della droga, con massacri anche perpetrati d’estate. Un evento emblematico fu il massacro di San Fernando: il 24 agosto 2010, nello stato messicano di Tamaulipas, sicari del cartello Los Zetas sequestrarono e massacrarono 72 migranti centro-sudamericani, trovati poi in una fossa comune. L’eccidio fu scoperto grazie al racconto di un unico sopravvissuto ferito. I migranti, tra cui molte donne, furono uccisi per aver rifiutato di lavorare per il cartello o di pagare un riscatto. L’episodio è considerato la più grave atrocità commessa dai narcos messicani fino ad allora. Non restò un caso isolato: la guerra tra cartelli in Messico ha prodotto altre stragi, come un secondo massacro a San Fernando nell’aprile 2011 con 193 vittime. I cartelli non guardano a stagioni: colpiscono quando possono, spesso legando la violenza a messaggi intimidatori verso lo Stato o i gruppi rivali. Molti giornalisti coraggiosi e funzionari sono stati assassinati in estate: basti ricordare il giornalista Javier Valdez, cronista del narcotraffico, freddato a Culiacán il 15 maggio 2017 in pieno giorno.

Anche in ambiti diversi dal narcotraffico si registrano omicidi mafiosi internazionali estivi: in Russia, diversi giornalisti investigativi e imprenditori sono stati uccisi, sebbene spesso in autunno/inverno, ad esempio Anna Politkovskaja fu uccisa ad ottobre 2006. In Cina e Hong Kong, le Triadi hanno compiuto omicidi soprattutto all’interno di faide tra bande o in regolamenti di conti nel mondo del gioco d’azzardo, con casi distribuiti nell’anno. Ad esempio, nella Hong Kong degli anni ’90 vi furono sanguinosi scontri tra gang rivali, uno degli episodi noti fu il cosiddetto massacro di Macau del 1997 tra gruppi legati ai casinò, avvenuto a luglio di quell’anno, con l’uccisione di un boss triadista. Tuttavia, la rilevanza mediatica di tali episodi è inferiore, e spesso catalogata come crimine organizzato senza connotazione “mafiosa” politica.

Va inoltre citato un raro esempio di mafia giapponese che colpisce figure pubbliche: il 17 aprile 2007, il sindaco di Nagasaki Icchō Itō fu assassinato a colpi di pistola da un membro della yakuza Yamaguchi-gumi, a causa di un rancore per un rimborso danni negato. Questo fatto scosse il Giappone, un paese dove le armi da fuoco sono quasi bandite, e dimostrò che perfino la yakuza, di solito restia a sfidare apertamente le istituzioni, poteva arrivare a gesti estremi contro politici locali.

In sintesi, gli anni ’90 e 2000 ci offrono un quadro comparativo netto: in Italia la mafia ha ridotto gli omicidi visibili dopo l’estate ’92-’93, preferendo infiltrarsi nell’economia; all’estero, invece, nuove mafie, narcotrafficanti, mafie postsovietiche e simili, hanno aumentato la violenza, con massacri e delitti eccellenti che non risparmiano affatto i mesi estivi. Nel mondo globalizzato non esiste più un agosto in cui i boss vanno in vacanza: anzi, come visto a Duisburg 2007 o in Messico 2010, proprio ad agosto sono avvenute stragi di risonanza mondiale.

Confronto tra Italia e resto del mondo: stagionalità mafiosa a confronto

Dal nostro excursus storico emerge che la stagionalità degli omicidi mafiosi è perlopiù un mito, o meglio una coincidenza in alcuni momenti chiave e territori. In Italia, come hanno rilevato gli studiosi, non esiste un picco estivo di delitti mafiosi: nel 1992-2016 i morti di mafia si sono distribuiti in modo quasi omogeneo nelle quattro stagioni. Anzi, a Palermo negli anni ’90 solo il 19% degli omicidi avvenne d’estate, contro percentuali maggiori in primavera e inverno. Questo dato sorprende pensando a Falcone e Borsellino uccisi in maggio e luglio ’92 a riprova che quelle furono eccezioni eclatanti. Per assurdo, proprio gli anni raccontati nel film di Pif videro a Palermo più sangue in primavera (37%) che in estate (meno del 18%). Dunque, la rassicurazione del padre di Arturo, “solo d’estate”, era davvero una bugia bianca: nel mondo reale la mafia uccide in tutte le stagioni e, dati alla mano, a Palermo gli inverni e le primavere dei ’90 furono più pericolosi dell’estate.

Strategicamente, i mafiosi sanno scegliere il timing: non tanto per il meteo, quanto per il contesto istituzionale e operativo. Se colpiscono d’estate, è perché in quel momento conviene o è fattibile.

Guardando ad altri Paesi, vediamo che nessuna mafia estera “rispetta le vacanze”. La mafia italo-americana, nei suoi anni di piombo, il periodo ’20-’30 del secolo scorso, eliminava rivali in base alle opportunità: Galante a luglio ’79, ma Castellano a dicembre ’85, ad esempio. I cartelli latinoamericani hanno ucciso figure chiave in ogni mese: il ministro colombiano Lara Bonilla nell’aprile 1984, il cardinale messicano Posadas Ocampo il 24 maggio 1993, la giornalista messicana Miroslava Breach nel marzo 2017. Di sicuro, nei Paesi con clima torrido, i mesi estivi spesso corrispondono alle vacanze politiche, e i narcos ne hanno talvolta approfittato: si pensi all’ondata di violenze in Messico durante l’estate 2018, alla vigilia delle elezioni generali di luglio, con decine di candidati locali assassinati. O ancora, al caso dei 43 studenti desaparecidos a Iguala in Messico, nel settembre 2014, che evidenziò come i cartelli non si fermino mai.

Un elemento comparativo è la tipologia di vittime: in Italia, specialmente nei decenni ’70-’90, spiccano tra i caduti estivi magistrati, forze dell’ordine, politici e giornalisti impegnati contro la mafia, a testimoniare la sfida frontale allo Stato quando si sente braccata. All’estero, ad esempio in Messico e Colombia, accanto a figure istituzionali come giudici, politici e poliziotti, troviamo moltissimi civili innocenti colpiti indiscriminatamente: dal cardinale Juan Jesús Posadas Ocampo, arcivescovo di Guadalajara, ucciso per errore scambiato per un boss nel maggio ’93, ai migranti massacrati nell’agosto 2010 dai narcos, fino alle stragi di intere comunità, come l’attentato di via dei Georgofili in Italia, che uccise una famiglia di turisti. La mafia siciliana tradizionale fino agli anni ’80 cercava di evitare vittime collaterali, salvo eccezioni. Questa “regola” saltò proprio nell’estate ’92-’93, e all’estero è saltata da tempo: le mafie moderne, specie quelle del narcotraffico, non hanno remore a compiere stragi di massa e spesso scelgono bersagli dove sanno di fare terrore mediatico, a prescindere dal periodo.

In conclusione, possiamo affermare che “la mafia uccide solo d’estate” è un titolo ironico, non una realtà statistica. La mafia uccide quando vuole e chi vuole, se non viene adeguatamente contrastata. Oggi le mafie italiane preferiscono in genere la corruzione e la sommersione alla violenza plateale; ciò si traduce in meno omicidi e soprattutto omicidi sparsi senza stagione. Ad esempio, l’agguato di ’ndrangheta al Nord, l’omicidio di Marcello Bruzzese, fratello di un pentito, avvenuto a Pesaro il 25 dicembre 2018, dimostra che se vogliono mandare un messaggio scelgono anche il giorno di Natale. Al contrario, come evidenziava l’analisi demografica citata, negli ultimi decenni a Palermo l’estate è stata quasi la stagione più sicura in termini di omicidi mafiosi, un paradosso, se vogliamo.

Ciò non deve però tranquillizzarci troppo: significa solo che la mafia colpisce di meno allo scoperto, non che sia sparita. E quando decide di tornare alla violenza, non guarda il calendario. Lo abbiamo visto con l’omicidio a sangue freddo dell’attivista maltese anti-corruzione Daphne Caruana Galizia, uccisa da un’autobomba il 16 ottobre 2017.

In definitiva, se Arturo chiedesse oggi “la mafia ucciderà anche noi?”, la risposta onesta non farebbe riferimento all’estate o all’inverno. La risposta dovrebbe essere: la mafia uccide quando pensiamo di averla dimenticata. Perciò l’attenzione deve restare alta tutto l’anno. Dunque a livello narrativo e simbolico, l’accostamento “mafia-estate” ha un suo perché: l’estate, stagione di luce, in queste vicende diventa stagione di buio e morte, quasi a infrangere l’innocenza delle vacanze. Proprio per questo è necessario mantenere alta la guardia tutto l’anno: contrastando le mafie sul piano giudiziario, economico e culturale 365 giorni l’anno, senza abbassare mai l’attenzione. Non sono cambiate le armi utilizzate dalle mafie, che resta un’organizzazione criminale che si è evoluta, anche se non spara con la stessa facilità dei decenni precedenti. La prima arma rimane quella del controllo del territorio, su cui governano con l’intimidazione, il terrore e la corruzione, innestandosi nel tessuto sociale e politico. La seconda quella della sua grande disponibilità economica derivante dal malaffare, come il traffico di sostanze stupefacenti, una vera piaga della società che, ancora oggi, sta distruggendo le nuove generazioni come già fece negli anni ‘70. Quella disponibilità economica che oggi le permette di sedere, a livello globale, al tavolo in cui si decidono, proprio a seguito delle scelte economico-finanziarie, i nostri destini. Se negli anni ’90 l’estate siciliana si tingeva di rosso, oggi possiamo dire che nessuna stagione è più favorevole per la mafia, perché la vigilanza e la coscienza antimafiosa non devono andare in vacanza. Questo, in fondo, è il miglior rassicurante insegnamento da consegnare ad Arturo e a tutti noi ricordandoci, però, che il nostro compito è quello di essere in prima linea perché, seppur Giovanni Falcone affermò che “la mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine“, oltre al contrasto delle forze dell’ordine e degli inquirenti, è necessaria una rivoluzione culturale che coinvolga tutti i cittadini ma che, ancora oggi, non è stata portata a termine.

Leggi la prima parte qui

Ultimi Articoli