Più lavoro, meno vita: il prezzo della hustle culture

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Tutto ha un prezzo. Perché riposare ci pesa più che lavorare? Perché un pomeriggio senza scadenze, un giorno “vuoto”, un momento di inattività finiscono spesso per generare senso di colpa invece che sollievo? In un’epoca dicorse continue, notifiche costanti e identità sempre più legate alla performance,il riposo sembra aver perso dignità, diventando una parentesi da giustificare più che un diritto da esercitare.

Non è una contraddizione nuova. Già alla fine dell’Ottocento, il filosofo francesePaul Lafargue, neIl diritto all’oziodenunciava quello che definiva il “folle amore per il lavoro”, spinto fino all’esaurimento delle forze vitali. Una critica che oggi appare sorprendentemente attuale. Perché se è vero che da oltre due secoli si parla di equilibrio tra vita e lavoro, è altrettanto vero che i ritmi contemporanei sembrano aver reso quell’equilibrio sempre più fragile.

La produttività come valore morale

La cosiddettahustle culture, ossia la cultura della produttività a ogni costo, non si limita a organizzare il lavoro ne modella le identità, dando forma e direzione alla società odierna. Essere sempre occupati, sempre reperibili, sempre “sul pezzo” diventa un segno di valore personale. Il tempo libero viene tollerato solo se funzionale a “ricaricarsi” per tornare a produrre. Il riposo, in questa narrazione, non è fine a sé stesso, ma è uno strumento.

Eppure i segnali di crisi sono sotto gli occhi di tutti. Ansia, disturbi dell’umore, insonnia, affaticamento mentale cronico non sono più eccezioni, ma esperienze diffuse. Non a caso l’Organizzazione Mondiale della Sanitàha riconosciuto ilburnoutcome fenomeno occupazionale, legato a condizioni di stress lavorativo cronico non gestito.

Stress lavoro-correlato: cosa succede in Italia

In Italia il tema della salute mentale sul lavoro esiste anche sul piano normativo. Come ricordaDomenico Sanseverino,ricercatore in Psicologia del Lavoro all’Università di Torino, il Testo Unico sulla sicurezza impone alle aziende di valutare il rischio di stress lavoro-correlato, includendo fattori come carico e orari di lavoro, autonomia, relazioni interpersonali, cultura organizzativa ed equilibrio vita-lavoro.

Il problema, però, è spesso nell’applicazione concreta.«La valutazione– spiega Sanseverino –è talvolta vista come un mero adempimento formale, una pratica da sbrigare senza sollevare polvere». Soprattutto nelle piccole e medie imprese, ildisagio psicologicoviene ancora letto come una fragilità individuale, non come un segnale di disfunzioni organizzative. A questo si aggiunge lostigma. Infatti, parlare di malessere mentale sul lavoro continua a essere difficile, quando non rischioso.

Eppure, i dati raccontano un’altra storia. Una recente indagineIpsos Health Servicemostra come oggi in Italia la salute mentale sia percepita come ilsecondo problema di salute più rilevante, subito dopo il cancro, con un indice quadruplicato rispetto al 2020.«È un dato ambivalente– osserva Sanseverino –racconta una sofferenza diffusa, ma anche una maggiore attenzione al tema. Probabilmente entrambe le cose».

Burnout: non un problema individuale

Quando si parla di burnout, il rischio è ridurlo a una parola-ombrello buona per ogni forma di stanchezza. In realtà, come racconta il dott. Sanseverino, si tratta di una sindrome specifica composta da tre elementi:esaurimento psicofisico,distanziamento mentale o cinismo verso il lavoroeridotta percezione di efficacia professionale.

Il punto centrale, sottolinea Sanseverino, è che il burnout non è una malattia né una debolezza personale. È unfenomeno organizzativo.«Emer­ge quando lo stress lavoro-correlato, non gestito adeguatamente, diventa cronico. E la cronicità deriva soprattutto da disfunzioni dell’ambiente di lavoro, solo in seconda battuta da caratteristiche individuali». Riconoscerlo ufficialmente come fenomeno organizzativo significa spostare lo sguardo, intervenendo non soltanto sul singolo lavoratore, ma sulle condizioni che producono quello stress.

Si può lavorare meno e meglio?

Negli ultimi anni alcuni Paesi, come il Regno Unito, hanno introdotto o sperimentato i cosiddettimental health day, giornate di assenza dal lavoro dedicate al benessere psicologico. Possono funzionare? «Sì, ma solo se inseriti in una strategia più ampia», avverte Sanseverino. Un giorno di pausa non basta se il contesto resta disfunzionale.

Il nodo, ancora una volta, è culturale e organizzativo: obiettivi realistici, confini chiari tra tempi di vita e tempi di lavoro, diritto al recupero e alla disconnessione. Non a caso in Europa si discute sempre più disettimana corta, che non significa semplicemente lavorare meno, ma ripensare i modelli produttivi. Una delle sfide principali, in questo senso, è contenere il rischio dellaconnettività costante, che rende il lavoro potenzialmente infinito.

Negli ultimi anni alcune sperimentazioni concrete hanno mostrato cheridurre il tempo di lavoro può migliorare il benessere senza compromettere i risultati. Nel 2022, nel Regno Unito, un ampioprogettopilota sullasettimana corta, coordinato da4 Day Week Globalcon il supporto dell’Università di Cambridge, ha coinvolto61 aziendeper sei mesi.

I risultati sono stati significativi:-65% di casi di burnout,-39% di stress percepito, con livelli di produttività rimasti stabili o, in alcuni casi, migliorati. Esperienze simili, con esiti comparabili, sono state registrate anche in Islanda, Belgio e Spagna.

Un problema più grande del lavoro

Al di là delle singole aziende, c’è una questione più ampia. Viviamo in unmercato del lavoro ipercompetitivo, rapido, instabile, che offre sempre meno garanzie di sicurezza e riconoscimento, sia economico che identitario. Il lavoro diventa totalizzante, e il tempo sembra dividersi solo tra “lavoro” e “recupero dal lavoro”.

«Con conseguenze devastanti sulla salute», sottolinea Sanseverino. Perché la salute non è solo assenza di sintomi, mabenessere complessivoe capacità di realizzare il proprio potenziale. Oggi tutto questo sembra sempre più un lusso. E spesso, conclude,«la salute di alcuni contesti è costruita sulla profonda disfunzionalità di altri».

La domanda resta aperta, e forse è proprio questo il punto. In una società che misura il valore delle persone in base alla loro produttività e performatività, rivendicare il diritto al riposo diventa un atto quasi sovversivo. Non perché significhi fare meno, ma perché costringe a ripensare cosa intendiamo davvero per benessere, lavoro e vita.

Samuele Arnone

 

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