Libertà di stampa e cronisti uccisi: in Italia non è un binomio astratto, ma un bollettino di guerra aggiornato ogni anno
Dal 3 maggio 2026, la Repubblica si ferma per ricordare chi ha pagato con la vita il diritto di cronaca. Sono oltre 30 i giornalisti assassinati in patria e 19 all’estero, vittime di mafie, terrorismo e impunità. Dietro ogni nome, una storia di coraggio e verità spezzata. Una ferita ancora aperta del nostro Paese. La notizia, attesa da anni, ha finalmente una data e una legge. Con l’approvazione unanime del Senato, il governo ha istituito la Giornata nazionale in memoria dei giornalisti uccisi a causa del loro lavoro, che verrà celebrata ogni 3 maggio, in concomitanza con la Giornata Mondiale della Libertà di Stampa proclamata dall’ONU. Un atto dovuto, come sottolineato dalla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, per rendere omaggio a chi “ha perso la propria vita per garantire il diritto dei cittadini ad essere informati, facendo arrivare i nostri occhi dove altrimenti non sarebbero arrivati, in Italia come all’estero”. Questo riconoscimento formale colma un vuoto e accende i riflettori su una ferita aperta: la lunga scia di sangue che ha segnato la storia del giornalismo italiano, un “bilancio di guerra” con radici profonde, nomi dimenticati e un tasso di impunità inaccettabile.
Un bilancio di guerra in tempo di pace
Le cifre delineano un panorama drammatico. Secondo l’Osservatorio Ossigeno per l’Informazione, che dal 2006 monitora le violazioni della libertà di stampa in Italia, sono almeno 30 i giornalisti italiani uccisi dal dopoguerra a oggi. A questi si aggiungono 19 giornalisti e operatori televisivi uccisi all’estero dal 1980 ad oggi. L’UNCI (Unione Nazionale Cronisti Italiani), che già dal 2008 celebrava la sua Giornata della Memoria, ha dedicato un capitolo a ciascuna di queste undici vittime della criminalità e del terrorismo, a testimonianza di un impegno che ora trova piena cittadinanza istituzionale.
Il 93% delle vittime è rappresentato da cronisti locali, una statistica che, come evidenziato da Reporters Sans Frontières, sfata il mito che i pericoli siano confinati ai fronti di guerra. L’Italia si conferma un terreno rischioso per chi racconta verità scomode, con un dato agghiacciante: dal 2006, sono oltre 3.700 i giornalisti minacciati, intimiditi o aggrediti nel nostro Paese. Un bollettino di guerra in tempo di pace, che testimonia come la violenza fisica sia spesso l’ultimo atto di una sistematica strategia di intimidazione.
Le vittime delle mafie in Italia
La mafia è stata, e resta, la principale matrice criminale. L’elenco dei caduti in Italia è una mappa del dolore che attraversa la storia repubblicana, un racconto di vite spezzate per aver osato opporre la verità al potere mafioso.
Tutto comincia con Cosimo Cristina (1960), appena 25enne, il primo cronista ucciso da Cosa Nostra, assassinato con ferocia a Termini Imerese per le sue inchieste scomode, il cui corpo fu gettato sui binari della ferrovia. Appena dieci anni dopo, il 16 settembre 1970, Mauro De Mauro, firma di punta de “L’Ora” di Palermo, venne sequestrato sotto casa e mai più ritrovato. Le sue inchieste restano un enigma: stava per pubblicare un’inchiesta sulla morte di Enrico Mattei ed era venuto a conoscenza dei piani del Golpe Borghese. Il suo corpo, secondo le rivelazioni di un pentito, fu sciolto nell’acido per cancellare ogni traccia. È il primo caso di lupara bianca ai danni di un giornalista, una pratica mafiosa che sottrae anche la possibilità del lutto.
La Sicilia diventa epicentro del terrore. Giovanni Spampinato (1972), 26enne cronista de “L’Ora”, venne ucciso a Ragusa mentre indagava sulle attività criminali legate al pizzo. Mario Francese (1979), cronista del “Giornale di Sicilia”, fu assassinato a Palermo per le sue inchieste sulla mafia dei corleonesi. A Cinisi, la notte tra l’8 e il 9 maggio 1978, Peppino Impastato, conduttore di “Radio Aut”, venne ucciso da Cosa Nostra, lo stesso giorno del ritrovamento del cadavere di Aldo Moro, un macabro dettaglio che ne oscurò la memoria per anni. Giuseppe Fava (1984), fondatore de “I Siciliani”, fu assassinato a Catania nel 1984 per le sue denunce sulla commistione tra mafia, politica e imprenditoria. Mauro Rostagno (1988), giornalista e sociologo, cofondatore del Gruppo Abele e di Lotta Continua, venne ucciso a Trapani mentre indagava su Cosa Nostra e traffici internazionali. Sempre in Sicilia, ma nel 1993, viene ucciso Beppe Alfano, che annusava il suo territorio e puntava gli occhi, e la penna, sulla vicenda del raddoppio ferroviario, dei contributi in agricoltura e di altre questioni nelle quali fiuta la puzza degli interessi mafiosi.
Fuori dalla Sicilia, Giancarlo Siani venne ucciso a Napoli il 23 settembre 1985, a soli 26 anni. Le sue inchieste sul rapporto tra camorra, politica e appalti pubblici lo avevano reso un bersaglio. Un mese dopo l’inizio del processo di primo grado, la camorra lo freddò sotto casa con dieci colpi di pistola, lasciando solo la forza del suo esempio nella lotta per la verità.
Il terrorismo degli anni di piombo
Negli anni di piombo, il terrorismo politico mirava a colpire le voci ritenute autorevoli. Carlo Casalegno, vicedirettore de “La Stampa”, venne assassinato dalle Brigate Rosse a Torino nel 1977, diventando il simbolo del giornalismo sotto attacco nella stagione più buia della Repubblica. Pochi anni dopo, il 28 maggio 1980, fu la volta di Walter Tobagi, inviato speciale del “Corriere della Sera”, ucciso a 33 anni sotto casa sua a Milano da un commando della Brigata XXVIII marzo. La sua colpa fu quella di essere un cronista obiettivo, capace di analizzare il fenomeno terroristico con equilibrio e senza pregiudizi ideologici, una figura così “scomoda” da dover essere eliminata. La sua morte svelò il volto più oscuro del terrorismo: gli assassini erano giovani della buona borghesia milanese, figli di dirigenti editoriali, distanti dall’immaginario del “compagno che sbaglia”.
Il sangue versato all’estero
Fuori dai confini nazionali, la ricerca della verità si scontra con i pericoli dei conflitti e degli interessi geopolitici. Il caso più emblematico è quello di Ilaria Alpi e dell’operatore Miran Hrovatin, uccisi il 20 marzo 1994 in un agguato a Mogadiscio mentre indagavano su traffici illeciti di armi e rifiuti tossici tra l’Italia e la Somalia. Un omicidio su cui grava ancora il segreto di stato, simbolo dell’inaccettabile impunità che avvolge troppi di questi crimini. Pochi mesi prima, il 28 gennaio 1994, in Bosnia, tre inviati della Rai del Friuli, il giornalista Marco Luchetta, il video-operatore Alessandro Saša Ota e il tecnico Dario D’Angelo, erano stati dilaniati da una granata a Mostar mentre documentavano la tragedia dei bambini nati dagli stupri etnici.
La cronologia dei caduti è impietosa. In Mozambico, nel 1987, Almerigo Grilz fu il primo reporter italiano ucciso in una zona di guerra dal secondo dopoguerra. In Bosnia, nel 1993, Guido Puletti fu fucilato dai Berretti Verdi mentre portava aiuti umanitari. In Cecenia, nel 2000, Antonio Russo, corrispondente di Radio Radicale, venne assassinato mentre documentava la guerra e le violazioni dei diritti umani. In Afghanistan, nel 2001, Maria Grazia Cutuli, inviata del “Corriere della Sera”, fu uccisa in un’imboscata insieme ai colleghi del quotidiano spagnolo El Mundo mentre rientravano a Jalalabad. In Iraq, nel 2004, Enzo Baldoni, giornalista e blogger, venne rapito e giustiziato dai miliziani islamisti. Nel 2014, in Ucraina, Andrea Rocchelli, fotoreporter, e il suo interprete persero la vita sotto i colpi di mortaio nella regione del Donbass. Il racconto della scia di sangue è proseguito a Gaza: nel 2011, l’attivista e giornalista Vittorio Arrigoni fu rapito e ucciso da un gruppo salafita, mentre nel 2014, Simone Camilli, operatore dell’Ap, fu ucciso dall’esplosione di un ordigno mentre documentava un’operazione di sminamento.
L’ombra dell’impunità
Il filo rosso che unisce queste storie è l’impunità. Troppi processi si sono conclusi con assoluzioni o archiviazioni, lasciando le famiglie senza giustizia e i mandanti liberi. Lo scenario delle querele temerarie e delle minacce in Italia resta allarmante, come testimoniato dai quasi 4.000 casi di intimidazione censiti da Ossigeno. La Federazione Nazionale Stampa Italiana (FNSI) ha colto l’occasione per ricordare che la tutela della memoria deve accompagnarsi a riforme concrete: equo compenso, cancellazione del carcere per diffamazione e lotta senza quartiere alle querele bavaglio, strumenti che mirano a intimidire e ridurre al silenzio i cronisti, specialmente i più precari.
Può bastare una “giornata”?
La prima Giornata nazionale del 3 maggio 2026 rappresenta quindi un punto di partenza, non di arrivo. Dalle prime commemorazioni dell’Unci nel 2008, con gli undici colleghi ricordati nel Libro della Memoria, alla legge approvata all’unanimità, il percorso è stato lungo. La scelta di far coincidere questa ricorrenza con la Giornata Mondiale della Libertà di Stampa non è casuale, ma sancisce un impegno solenne: ricordare non solo chi ha perso la vita, ma anche chi ogni giorno, in Italia e nel mondo, continua a rischiarla per garantire il diritto a un’informazione libera e indipendente. Oltre la retorica, è un monito affinché le storie di Cosimo Cristina, Mauro De Mauro, Ilaria Alpi e di tutti gli altri non siano solo nomi su una targa, ma diventino il fondamento di un impegno collettivo per una giustizia che non può più attendere.
Roberto Greco
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