Tra le macerie di Teheran e quelle del diritto internazionale

Text with image

Each element can be added and moved around within any page effortlessly. All the features you need are just one click away.

Reading Time:3minutes

Tra le macerie di Teheran e il fragore dei cieli sopra il Golfo Persico, il 1° marzo 2026 segna uno spartiacque che la storia faticherà a digerire. L’operazione congiunta di Israele e Stati Uniti contro la Repubblica Islamica non è solo un atto di guerra; è il collasso definitivo di quel sottile velo di diplomazia che per decenni ha cercato di contenere l’incendio mediorientale.

Scrivere oggi di Iran e dei raid guidati da Washington e Tel Aviv richiede un esercizio di equilibrio quasi impossibile, ma necessario: poggiare sui piatti della bilancia la sicurezza nazionale degli Stati e l’integrità del diritto internazionale, senza cedere alla retorica della propaganda da trincea.

Da un lato della bilancia, la motivazione di Israele e degli Stati Uniti appare granitica nella sua logica di sicurezza: prevenire un Iran nucleare e neutralizzare una leadership che, per bocca dei suoi stessi vertici, ha più volte invocato la distruzione dello Stato ebraico. La morte dell’Ayatollah Ali Khamenei e i raid sui siti di lancio missilistico vengono presentati come una “chirurgia necessaria” per rimuovere una minaccia esistenziale. Tuttavia, il diritto internazionale non è una variabile dipendente della percezione del pericolo. L’attacco “preventivo”, battezzato da IsraeleShield of Judah,cammina su un filo teso sopra l’illegalità. Senza un mandato del Consiglio di Sicurezza ONU e in assenza di un attacco armato imminente e dimostrabile, l’azione militare rischia di essere rubricata come un’aggressione alla sovranità di uno Stato membro delle Nazioni Unite. Se ogni nazione decidesse di bombardare un vicino sulla base di una minaccia futura, l’ordine mondiale si scioglierebbe in una “anarchia dei forti”.

Il secondo piatto della bilancia è occupato dal costo umano, l’unico dato che non ammette analisi geopolitiche terze. Le notizie che giungono da Minab, con il bombardamento di una scuola e la morte di decine di studentesse, squarciano il velo della “precisione tecnologica” dei droni e dei missilistealth. È necessario, quindio, porsi una domana: può la liberazione di un popolo, come auspicato dai messaggi di Donald Trump agli iraniani, passare attraverso il sacrificio dei suoi figli? La storia ci insegna che il “regime change” imposto dall’alto e con il fuoco raramente fiorisce in democrazia; più spesso semina risentimento e caos.

Mentre lo Stretto di Hormuz chiude i battenti e il prezzo del petrolio inizia la sua folle corsa, l’Europa osserva dai margini, paralizzata dalla propria irrilevanza strategica. La Russia e la Cina, dal canto loro, denunciano la violazione della sovranità iraniana, non tanto per amore di Teheran, quanto per il timore di un precedente che autorizzi interventi unilaterali ovunque nel globo.

I rischi immediati, che si stanno peraltro sviluppando in queste ore sono la promessa dei Pasdaran di una risposta “feroce” contro le basi USA nel Golfo e il territorio israeliano; un Iran instabile da 85 milioni di abitanti potrebbe generare un’onda d’urto sociale senza precedenti verso l’Occidente e il fatto, non trascurabile, che la morte di Khamenei apre una successione che potrebbe scivolare verso una dittatura militare ancora più radicale o una guerra civile interna.

Non si tratta di scegliere una parte, ma di denunciare il fallimento collettivo. Il regime di Teheran ha strangolato per anni le libertà del suo popolo e destabilizzato la regione tramite i suoiproxy. Ma la risposta scelta, un attacco frontale che ignora i confini e le tutele internazionali, segna il definitivo tramonto dell’epoca in cui le dispute si risolvevano nelle aule di vetro di New York.

Se il diritto internazionale viene sacrificato sull’altare della sicurezza immediata, resterà solo la legge del più forte. E in un mondo iper-connesso e armato fino ai denti, quella legge non garantisce la pace a nessuno, nemmeno ai vincitori di oggi.

Roberto Greco

Ultimi Articoli