Palermo va a morire. La parafrasi del titolo del romanzo di Renata Viganò trasformato in un film strepitoso dall’occhio registico di Giuliano Montalto, ben si adatta alla città e al suo destino che sembra ormai tracciato. Con la medesima consapevolezza di Agnese, la città sta percorrendo, tra smasmi e urla, il suo destino. Come quello della madre di Paolo Taormina, ucciso verso le 3 di notte in piazza Spinuzza, a pochi passi dal Teatro Massimo, nel cuore della zona nota come “Champagneria”, dove una rissa tra giovanissimi è degenerata nel sangue che ha urlato disperatamente «Come si fa a sparare in testa a un ragazzo? Mi avete tolto la speranza…». Nonostante la presenza delle Forze dell’ordine, la situazione è tornata a esplodere nella “ennesima notte di follia” palermitana, costata la vita a un ragazzo che voleva semplicemente evitare un pestaggio. Le Forze dell’ordine, nella mattinata di ieri hanno arrestato il presunto colpevole, Gaetano Maranzano, che ora è custodito nel carcere palermitano.
Cinque anni di violenza nella movida
L’omicidio di Paolo Taormina è solo l’ultimo episodio di una scia di violenza che da anni insanguina le notti palermitane. Negli ultimi 5 anni diversi giovani hanno subito aggressioni brutali o sono rimasti uccisi durante il fine settimana, delineando un inquietante fenomeno di “malamovida” violenta. Ecco alcuni dei casi più eclatanti. Autunno 2019: un’ondata di aggressioni notturne senza apparente motivo colpì il centro storico. In un solo weekend si registrarono tre episodi gravi: un 33enne fu colpito alla testa da uno sconosciuto in via Maqueda, riportando un trauma cranico e un ematoma cerebrale che richiesero un intervento d’urgenza. Poco dopo, una coppia di giovani venne aggredita a calci e pugni da un branco in via Emerico Amari, zona pedonale presso il porto, e nella stessa notte due ragazzi, di 25 e 33 anni, furono picchiati a sangue da tre balordi davanti a un pub di via Isidoro La Lumia. Sempre in quelle ore, due diciassettenni che cercavano di sedare una rissa nei pressi di un locale di via Monte di Pietà furono presi a pugni; uno di loro riportò la frattura del setto nasale e della mascella. Di fronte a questa escalation, la Questura aprì un’indagine per verificare se vi fosse una stessa “banda” dietro i vari raid o se fossero episodi isolati. Si invitò a evitare allarmismi, ma il segnale di un problema crescente era già evidente. Dicembre 2023: la città fu sconvolta dall’omicidio di Rosolino “Lino” Celesia, 22 anni, ex promessa del calcio. Il giovane fu ucciso con tre colpi di pistola al collo e torace durante una lite scoppiata in una discoteca di via Pasquale Calvi. Anche in questo caso, la dinamica parla di un diverbio tra ragazzi degenerato rapidamente: due fratelli di 17 e 22 anni erano stati coinvolti in una rissa con Celesia qualche settimana prima e quella notte uno dei due, minorenne, impugnò un’arma da fuoco durante la colluttazione, premendo il grilletto e ferendo mortalmente Lino. La vicenda lasciò sgomenta Palermo: il ragazzo, figlio di un ex consigliere comunale, era molto noto e benvoluto. Per l’omicidio Celesia il minore è già stato condannato in primo grado a 12 anni di carcere, nonostante l’età, a riprova della gravità dei fatti. La morte di Lino Celesia riecheggiò tristemente un altro delitto che Palermo non ha mai dimenticato, quello di Aldo Naro, il 25enne medico figlio di un generale dei Carabinieri, pestato a morte durante una rissa in discoteca la notte di San Valentino del 2015. Anche se fuori dal quinquennio recente, il caso Naro resta emblematico della pericolosità di certe dinamiche violente nella movida Aldo fu ucciso a calci in pista per futili motivi, e a distanza di dieci anni i processi non hanno ancora chiarito tutte le responsabilità. Segno che la giustizia fatica a tenere il passo di fenomeni così diffusi. Settembre 2024: la Vucciria, storico mercato che di notte diventa uno dei fulcri della movida cittadina, fu teatro di un accoltellamento. Due gruppi di ragazzi vennero alle mani in via Pannieri e un 21enne fu pugnalato al torace durante la rissa, con la lama che per pochi millimetri non gli trafisse il cuore. Il giovane arrivò in ospedale in condizioni critiche, con emorragia interna, e fu trasferito d’urgenza al reparto di Chirurgia: per fortuna riuscì a sopravvivere, pur riportando gravi ferite. Anche in questo caso lo scenario è quello tipico: rissa fra comitive per motivi banali, forse uno sguardo di troppo o uno scherzo degenerato, escalation di violenza e uso di armi da taglio. I carabinieri acquisirono i filmati delle telecamere attorno a via Roma e corso Vittorio Emanuele per identificare i responsabili, mentre amici e parenti del ferito si assembravano in tensione davanti all’ospedale, temendo il peggio. La Vucciria non è nuova a tali episodi: tra vicoli affollati, musica e alcol a buon mercato, già in passato vi erano state risse violente e accoltellamenti, come testimoniano le frequenti cronache di interventi delle forze dell’ordine nel quartiere. Maggio 2025: nonostante gli sforzi di vigilanza, episodi di violenza gratuita hanno continuato a verificarsi. Nella notte fra il 17 e 18 maggio, due ragazzi di 25 anni che avevano trascorso la serata con amici in un locale di piazza Sant’Anna, altra zona “calda” della movida, furono seguiti e aggrediti da un branco di 7-8 minorenni in pieno centro. Tutto nacque da un rimprovero. In via Roma uno dei giovani aggressori, su un monopattino elettrico, scorrazzava sul marciapiede, e una delle due vittime gli disse semplicemente di scendere e usare la strada. La risposta fu un’aggressione brutale. Il branco, tutti giovanissimi tra 16 e 21 anni, dapprima provocò le vittime e poi, dopo averle accerchiate all’angolo con via Fiume, le colpì con calci e pugni in un feroce pestaggio durato una ventina di secondi. Uno dei due malcapitati riportò fratture scomposte all’orbita oculare e al setto nasale, oltre a un profondo shock. “Non volevano soldi, volevano solo picchiarci”, racconterà poi uno dei ragazzi aggrediti, evidenziando l’assurdità di una violenza fine a se stessa. Questo ennesimo caso, avvenuto nell’area pedonale tra via Maqueda e via Roma, suscitò forte indignazione in città. La Cisl parlò apertamente di “spirale di violenza inaccettabile”, con baby-gang che presidiano il centro storico imponendo con la forza il loro “predominio”. “Non è più accettabile che la nostra città sia teatro di episodi di una violenza inaudita, e che a compierli siano proprio i più giovani”, ha dichiarato la segretaria generale Cisl Palermo Trapani, Federica Badami, chiedendo una risposta corale delle istituzioni, scuole, forze dell’ordine e mondo del sociale per arginare il disagio giovanile che alimenta queste bande. “La logica del branco prevale in modo allarmante (…) Servono maggiori controlli, serve la presenza dello Stato. È ora di dire basta e riprenderci la città e il diritto di viverla senza timore” ha aggiunto Badami, dando voce al sentimento di tanti palermitani onesti.
Questi sono solo alcuni degli episodi che hanno segnato gli ultimi anni. In tutti i casi ricorrono elementi comuni: risse notturne per futili motivi, aggressori molto giovani spesso in branco, vittime coetanee o anche adulti capitati sulla loro strada, e sempre più spesso armi che compaiono, coltelli o pistole, trasformando i pestaggi in tragedie. Palermo, città normalmente vivace e accogliente, si è ritrovata a fare i conti con una violenza urbana giovanile che fino a qualche anno fa sembrava appartenere più alle periferie degradate o ad altre metropoli. Oggi invece anche il salotto buono del centro storico può diventare terra di nessuno dopo il calare del sole, come denunciano residenti e commercianti stanchi di convivere con questa insicurezza.
Baby-gang armate, armi facili per i giovani
Un dato allarmante emerso da questi fatti è la facilità con cui ragazzi giovanissimi riescono a reperire armi. Non si parla solo di coltelli o bottiglie rotte usate nelle risse, ma proprio di armi da fuoco vere e proprie, detenute e usate illegalmente da minorenni o poco più che maggiorenni. Il caso di Paolo Taormina lo dimostra: l’omicida, descritto come un giovane del “branco”, aveva con sé una pistola, probabilmente un’arma clandestina, che non ha esitato a puntare alla testa della vittima. Episodi analoghi si erano già visti. Il 17enne che uccise Rosolino Celesia nel 2023 sparò con una pistola portata dentro la discoteca, anche in quel caso con ogni probabilità un’arma rubata o acquistata nel mercato nero. Nell’agosto 2024 due ragazzi fermati all’Olivella erano armati di pistola carica con matricola abrasa, pronta a fare fuoco. E non sono mancati i sequestri di coltelli a serramanico o perfino repliche di pistole prive del tappo rosso, che i ragazzini talvolta esibiscono per intimidire coetanei e passanti.
Questa circolazione di armi tra i giovani è un fenomeno preoccupante e non nasce dal nulla. Esperti e investigatori sottolineano che i ragazzi non si procurano le armi da soli: spesso le ricevono da adulti o tramite canali legati alla criminalità locale. Come ha osservato un commentatore, “le armi, questi ragazzini non se le fabbricano da soli. Le ricevono, le comprano con soldi che non hanno, le ottengono da circuiti” illegali che riforniscono di pistole e munizioni anche i più giovani. In pratica, i baby-criminali attingono all’arsenale della malavita più organizzata. Non è un caso che il prefetto di Palermo, Massimo Mariani, abbia paragonato questo arruolamento di minori armati alle dinamiche di anni bui come i ’70, quando le cosche mafiose usavano i ragazzini come “soldati” di strada. Oggi non siamo in presenza di guerra di mafia, ma quella citazione evidenzia come la cultura delle armi abbia permeato alcuni strati giovanili, complici contesti familiari criminali o l’assenza di controllo. Avere una pistola a disposizione, magari presa dal cassetto di un parente pregiudicato, o comprata con pochi soldi nel mercato nero locale, dà a questi minorenni un tragico senso di potere e di impunità. Le conseguenze però possono essere irreparabili: basta un colpo esploso nella calca per uccidere una persona innocente, come abbiamo visto.
Le istituzioni sono ben consapevoli di questo problema. La Questura di Palermo negli ultimi mesi ha emesso diversi Daspo urbani, ossia divieti di accesso alle aree della movida, nei confronti di giovani violenti trovati in possesso di armi o responsabili di aggressioni. Questo strumento amministrativo, introdotto di recente a livello nazionale, consente di allontanare per uno o più anni dalle zone “calde” i soggetti ritenuti pericolosi, sul modello del Daspo calcistico. Il prefetto Mariani ha esplicitamente dichiarato di voler usare con rigore il Daspo urbano “per chiunque non rispetti le regole” nelle notti palermitane. L’obiettivo è creare un deterrente: chi viene sorpreso con un’arma o a partecipare a risse violente rischia non solo la denuncia penale, ma anche di vedersi interdetto l’accesso ai locali e alle strade della movida per lungo tempo. Certo, da solo il Daspo non basta se non si riesce a identificare i responsabili, e molti minorenni agiscono convinti di farla franca, ma rappresenta un segnale importante di tolleranza zero.
Va anche evidenziato che spesso questi baby-aggressori provengono da contesti di disagio sociale: quartieri difficili, famiglie assenti o contigue alla criminalità. Non di rado, come emerso in alcuni casi, i membri del “branco” sono figli di pregiudicati o già noti alle forze dell’ordine per piccoli reati. La facilità con cui impugnano un coltello o una pistola riflette una mancanza di educazione alla legalità e al rispetto della vita umana. Su questo aspetto in molti invocano un maggiore intervento preventivo: scuole, associazioni e servizi sociali dovrebbero intercettare prima questi ragazzi, offrendo alternative alla strada. Alla radice c’è un disagio generazionale che va curato. In caso contrario, il rischio è di ritrovarsi con “bande di ragazzini che si credono padroni della città”, armati e pronti a esprimere la loro violenza su chiunque.
“Terra di nessuno”, paura e rabbia in cittá
Il ripetersi di queste aggressioni ha alimentato un clima di paura a Palermo, soprattutto tra coloro che vivono o frequentano il centro storico nelle ore serali. Quella che dovrebbe essere una festa, la “movida” dei giovani e il divertimento nei locali, per molti residenti si è trasformata in un incubo settimanale fatto di schiamazzi, risse sotto casa e sirene nella notte. “Il centro storico è terra di nessuno”, gridano esasperati alcuni cittadini, che nel giugno 2023 sono scesi persino in piazza per protestare. Residenti e commercianti organizzarono un corteo simbolico davanti al Palazzo di Città e alla Prefettura dopo l’ennesimo pestaggio, chiedendo misure urgenti per ristabilire ordine e sicurezza nei quartieri della movida. Non si tratta solo del timore di venire aggrediti perchè c’è anche la percezione di un degrado diffuso, di spazi pubblici dove le regole non contano. Via Maqueda, piazza Sant’Anna, Vucciria, Champagneria, piazza Magione, luoghi un tempo brulicanti di vita notturna spensierata, vengono descritti come scenari di guerriglia urbana al calar delle tenebre, in cui branchi di adolescenti ubriachi o sotto effetto di stupefacenti si affrontano per futili motivi, spesso coinvolgendo nei loro regolamenti di conti anche passanti innocenti e turisti.
Un esempio che ha fatto scalpore accedde nell’agosto 2023. Una rissa con spari all’incrocio tra via La Lumia e via Quintino Sella, in pieno centro, è stata filmata dai residenti e diffusa sui social. Nel video si vedeva un gruppo di giovani darsele di santa ragione in strada, tra urla e vetri infranti, e si udivano nettamente colpi di pistola in aria a scopo intimidatorio. Per fortuna in quel frangente non ci furono feriti da arma da fuoco, ma l’episodio dimostra come certi ragazzi arrivino a impugnare una pistola persino per regolare una lite all’uscita di un locale. “Palermo città far west”, hanno titolato alcuni giornali, riflettendo l’indignazione popolare.
Questa reputazione negativa fa male a Palermo anche sotto altri aspetti quali il turismo e, soprattutto, la vivibilità. Molti giovani e famiglie iniziano a evitare le zone centrali il sabato sera, nel timore di trovarsi coinvolti in scontri. Alcuni locali storici lamentano cali di clientela “per bene”, attirando invece fasce più problematiche. E i turisti, leggendo certe notizie, possono percepire la città come insicura. Non a caso, dopo episodi di particolare violenza, le associazioni dei commercianti e dei ristoratori hanno chiesto un giro di vite: “Servono regole più severe e più controlli, altrimenti il centro storico muore”, è stato il grido d’allarme lanciato da più parti.
A preoccupare è anche la natura imprevedibile e gratuita di molte aggressioni. Non siamo di fronte a rapine finite male o a regolamenti di conti tra bande organizzate per il controllo di traffici illeciti (dinamiche classiche della criminalità); qui spesso si tratta di violenza fine a se stessa, scatenata magari da uno spintone in fila al bancone, da un apprezzamento verso la ragazza sbagliata, o addirittura, come nel caso di via Roma, da un rimprovero civile sull’uso del marciapiede. Questo rende ogni cittadino un possibile bersaglio casuale. “Poteva capitare a chiunque”, si ripete puntualmente il giorno dopo sui media locali, aumentando quella sensazione di insicurezza diffusa.
Va detto che Palermo, al di fuori di questi episodi concentrati nel weekend, non è abitualmente una città violenta: i dati generali sulla criminalità mostrano anzi un calo di omicidi di mafia rispetto al passato e livelli di microcriminalità paragonabili a quelli di altre grandi città italiane. Tuttavia, la violenza giovanile notturna rappresenta un fenomeno a sé stante, che sfugge alle statistiche tradizionali e colpisce emotivamente l’opinione pubblica. Quando un ragazzo di 21 anni muore per aver difeso un coetaneo, o quando due ragazzi escono a divertirsi e finiscono all’ospedale con il volto fracassato, è l’intera comunità a sentirsi ferita e impotente. Si innescano paura, rabbia e talvolta richieste di punizioni esemplari, persino invocando l’esercito in strada. Su quest’ultimo punto, le autorità cercano un equilibrio: Palermo non vuole militarizzarsi, ma i cittadini esigono risposte visibili.
Controlli e provvedimenti, le risposte (e i limiti) delle istituzioni
Di fronte all’emergenza sicurezza legata alla movida, le istituzioni locali hanno messo in campo una serie di misure politico-amministrative. L’obiettivo dichiarato è duplice: reprimere gli episodi violenti individuando e punendo i responsabili, ma anche prevenire nuove aggressioni rendendo più sicuri e regolamentati gli ambienti della vita notturna. Vediamo quali sono state le principali azioni intraprese negli ultimi anni e quale efficacia hanno avuto.
Task force e “Alto Impatto”. Come già accennato, Prefettura e forze dell’ordine hanno organizzato controlli straordinari nei weekend, soprattutto dal 2023 in poi. Il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica, presieduto dal prefetto e con la partecipazione del sindaco, ha disposto servizi interforze ad alto impatto nelle zone della movida. Carabinieri, Polizia di Stato e Guardia di Finanza pattugliano congiuntamente le aree critiche (Vucciria, piazza Sant’Anna, Champagneria-Olivella, Mercato del Capo, zone di via Vittorio Emanuele, piazza Magione, via La Lumia, ecc.) identificando centinaia di persone e controllando veicoli. Nei primi mesi del 2025, ad esempio, ogni fine settimana venivano identificate in media oltre 500 persone e decine di mezzi, con varie sanzioni elevate per droga, armi improprie o infrazioni amministrative. Questi blitz costanti hanno sicuramente avuto un effetto deterrente in alcune situazioni: la presenza visibile di pattuglie e posti di controllo ha evitato assembramenti incontrollati in determinati luoghi e orari. In alcuni casi i controlli hanno portato risultati concreti, come l’arresto di giovani trovati armati, si ricordino i due con la Beretta a Olivella nel 2024, o il sequestro di droga destinata allo spaccio nei luoghi della movida. Tuttavia, va riconosciuto che queste operazioni non possono coprire contemporaneamente tutte le strade e tutti i vicoli della città. Spesso i branchi violenti colpiscono nelle zone d’ombra, approfittando magari del fatto che la pattuglia sia appena passata altrove. Inoltre, il controllo a tappeto è costoso in termini di uomini e mezzi e non può essere sostenuto ogni notte a tempo indefinito. Nonostante ciò, il prefetto Mariani ha confermato che la linea dei controlli intensificati proseguirà, perché indispensabile “per prevenire e reprimere ogni forma di illegalità nei luoghi deputati allo svago”. Dalla repressione immediata, arrestare gli aggressori subito dopo i fatti, dipende anche l’efficacia di misure come il Daspo urbano citato prima. In sintesi, i controlli straordinari hanno arginato parzialmente il fenomeno, ma non sono riusciti a eliminarlo: funzionano come deterrente momentaneo, finché il presidio è attivo, ma una volta finito il pattugliamento il problema può ripresentarsi.
Chiusura di locali “a rischio”. Un altro strumento utilizzato è quello dei provvedimenti amministrativi contro i locali notturni considerati problematici. Il Questore di Palermo può disporre la sospensione temporanea della licenza di pub, bar o discoteche ai sensi dell’art.100 TULPS, quando all’interno o nei pressi del locale si verificano risse e disordini che ne fanno un pericolo per l’ordine pubblico. Proprio nel 2025 il questore Maurizio Calvino ha emesso diversi provvedimenti di questo tipo: in luglio, ad esempio, ha chiuso per 7 giorni un bar a Contessa Entellina, in provincia di Palermo, dopo ben cinque risse tra clienti in poche settimane. Ancora, a Cinisi è stata sospesa la licenza di una nota discoteca, il “Quetzal”, per 10 giorni dopo ripetuti episodi di tafferugli. A fine agosto, decine di giovani senza biglietto avevano lanciato sassi e bottiglie contro i buttafuori e l’auto del titolare, ferendo anche due addetti alla sicurezza. Già a luglio quel locale era stato chiuso per una rissa, e a settembre, dopo un ulteriore episodio di violenza con un buttafuori mandato all’ospedale, è scattata la seconda chiusura della stagione. Anche a Cefalù, sempre nell’estate 2025, il questore ha chiuso per 7 giorni la discoteca “Le Vele” dopo che una festa era degenerata in caos con ragazzi perfino arrampicati sulle auto in sosta, paralizzando il traffico sul lungomare. Queste misure esemplari servono a lanciare un messaggio ai gestori: tolleranza zero verso chi non garantisce la sicurezza nei propri locali. A Palermo città, provvedimenti simili hanno colpito alcuni pub del centro: ad esempio a luglio 2025 la Polizia Municipale ha sequestrato e chiuso due pub di via Mazzini, Iberico e Socio, dopo ripetute segnalazioni dei residenti. In quel caso più che la violenza erano in ballo irregolarità amministrative, quali abusi edilizi, rumori fuorilegge, occupazione di suolo pubblico, ma l’effetto è stato di calmierare temporaneamente la situazione in quella strada, molto frequentata da giovani.
La chiusura temporanea di locali teatro di risse può evitare che certi punti diventino catalizzatori di balordi, ma va detto che spesso gli scontri avvengono all’esterno e coinvolgono persone che magari nel locale nemmeno entrano. Dunque punire il gestore ha senso se questo ha responsabilità, ad esempio per aver venduto alcol a minorenni o non aver fatto controlli all’ingresso. In altri casi, però, le risse avvengono in strada, tra giovani già alticci che sostano fuori dai locali: chiudere tutti i locali significherebbe desertificare il centro storico, opzione né praticabile né auspicabile. Le associazioni di categoria, come SILB per le discoteche, Confcommercio e Confesercenti per i pub, hanno anzi collaborato col prefetto firmando protocolli di “movida sicura”: impegni a dotare i locali di vigilanza privata adeguata, telecamere interne ed esterne, metal detector all’ingresso delle discoteche. L’idea è di coinvolgere gli imprenditori della notte come partner nella prevenzione parte dal presupposto che se ognuno fa la sua parte (controlli ai cancelli, segnalazione tempestiva alle forze dell’ordine di situazioni critiche), si può ridurre il rischio. Su questo fronte, qualche risultato positivo c’è stato, ad esempio molti locali hanno incrementato i bodyguard e installato telecamere HD, utili poi alle indagini. Resta però il problema delle piazze e strade pubbliche, dove non c’è un “responsabile privato” e dove spesso stazionano venditori abusivi di alcolici, che sfuggono a ogni regolamentazione e controllo. Lì l’azione deve essere tutta pubblica: pattuglie, telecamere comunali, illuminazione e arredo urbano che dissuadano dai bivacchi violenti.
Ordinanze e regolamenti comunali. Dal lato dell’amministrazione cittadina, si è cercato di agire con strumenti normativi locali per disciplinare la movida. Già durante l’era del sindaco Leoluca Orlando furono emanate ordinanze restrittive sugli orari di vendita di alcol: nell’ottobre 2020, complice anche l’esigenza di contenere gli assembramenti per il Covid, entrò in vigore un provvedimento che vietava la vendita di bevande alcoliche da asporto dopo le 21 e imponeva la chiusura dei pub a mezzanotte. Chi voleva bere dopo le 21 poteva farlo solo seduto al tavolo di un locale, non più in piedi per strada con bottiglie da asporto. Quella misura, definita dai media un “coprifuoco dell’alcol”, ebbe effetti immediati. Molte attività improntate esclusivamente al consumo in piedi, ad esempio i chioschi della Vucciria come la famosa Taverna Azzurra, dovettero abbassare le saracinesche alle 21, tagliando sul nascere la “mala movida” notturna. Tuttavia, si trattò di un intervento emergenziale e temporaneo, legato al DPCM Covid, e decadde con la fine delle restrizioni pandemiche. Con la nuova giunta, con sindaco Roberto Lagalla, in carica da giugno 2022, il Comune ha avviato l’iter per un Regolamento sulla Movida da approvare in Consiglio Comunale. Tale regolamento punta a fissare regole chiare su orari di apertura dei locali, vendita di alcolici, emissioni sonore, pulizia e sicurezza. L’idea, sostenuta da consiglieri come Ottavio Zacco (FI), è di “riequilibrare la vita notturna in città, con regole certe per le attività commerciali e garanzie di quiete e sicurezza per i residenti”. Un insieme di norme che consentano il divertimento ma evitino eccessi, prevedendo anche sanzioni pesanti per i trasgressori. Lagalla stesso ha dichiarato che “il regolamento sulla movida” è uno strumento distinto dal tema della violenza, ma comunque importante per dare ordine ad esempio limitando gli orari di somministrazione di alcol e imponendo più responsabilità ai gestori, si riducono le occasioni di degrado in cui maturano le risse. Nel frattempo, il sindaco ha firmato diverse ordinanze specifiche, ad esempio in occasione di grandi eventi, partite di calcio o festività, per vietare la vendita di superalcolici in vetro e potenziare la presenza di vigili urbani nelle piazze affollate. Ogni Ferragosto viene emanata un’ordinanza anti-bivacco che vieta alcol e falò nelle spiagge e nei parchi, luoghi dove talvolta si spostava la movida violenta. Queste misure aiutano a prevenire episodi nei momenti critici, ma ovviamente non possono costituire una soluzione strutturale, che invece servirebbe. Ad oggi il Regolamento organico non risulta ancora approvato definitivamente, segno che la macchina amministrativa procede più lenta dell’urgenza percepita.
Videosorveglianza e illuminazione. Un capitolo a parte merita la tecnologia. Dopo tanti fatti di sangue, si è parlato di installare più telecamere di sorveglianza nelle zone calde. Il prefetto Mariani nel dicembre 2023 ha esplicitamente inserito le “telecamere diffuse” nel piano per contrastare la movida criminale. Coinvolgere i privati è una strada, ma serve soprattutto un investimento pubblico. Il Comune di Palermo, in collaborazione con la Prefettura, ha annunciato l’arrivo di fondi PON Sicurezza per nuove telecamere nel centro storico, ma i tempi di realizzazione non sono brevi. Già nel 2019 la Polizia Municipale ammise che per avere un sistema di telecamere funzionante ci sarebbero voluti “sei mesi” di lavori, che poi diventarono anni. Al momento, alcune aree come piazza Magione e piazza Sant’Anna sono sprovviste di occhi elettronici, rendendo difficile identificare i colpevoli a posteriori se non ci sono riprese amatoriali. Dove invece le telecamere ci sono, vedi Champagneria, le indagini ne traggono beneficio come per l’omicidio Taormina, per il quale gli inquirenti hanno già acquisito “diversi filmati utili” dai circuiti di sorveglianza presenti. Anche l’illuminazione pubblica è stata rafforzata in alcune vie e piazze: la logica è che zone ben illuminate scoraggiano atti violenti e facilitano l’intervento della polizia. Rimane però il problema delle risorse limitate perchè non si può pensare di coprire ogni vicolo e telecamere e luci, da sole, non bloccano un coltello né disarmano un giovane deciso a fare del male.
Sensibilizzazione e interventi sociali. Sul fronte più “soft”, occorre segnalare alcuni tentativi di intervento sul tessuto sociale. La stessa manifestazione dei residenti nel 2023, così come incontri organizzati da parrocchie e centri giovanili, testimoniano la volontà di richiamare l’attenzione sul disagio giovanile e la violenza. Il Comune, ad esempio, ha patrocinato campagne nelle scuole sull’educazione alla legalità e contro il bullismo, nella speranza di prevenire derive violente tra gli adolescenti. Si sta valutando in Prefettura di istituire un Osservatorio sulla violenza giovanile, come suggerito dalla Cisl, per monitorare il fenomeno e coordinare azioni educative sul territorio. Tuttavia, questi approcci culturali richiedono tempo per dare frutti e faticano a tenere il passo di un’emergenza immediata. Nell’immediato, la percezione dei cittadini è che a fare la differenza sia la presenza visibile delle forze dell’ordine più che i progetti educativi a lungo termine.
Efficacia delle misure
Le misure adottate hanno avuto efficacia parziale. I controlli e le chiusure di locali hanno probabilmente prevenuto qualche rissa e permesso di individuare alcuni responsabili, diversi giovani violenti sono stati arrestati o allontanati con Daspo negli ultimi mesi. Le serate e i luoghi più presidiati scoraggiano i gruppi di teppisti, spingendoli magari a desistere oppure a spostarsi altrovedove la sorveglianza è inferiore. Ma appena l’attenzione cala, il fenomeno rispunta. Lo testimonia amaramente il fatto che, nonostante il clamore e l’orrore suscitati dalla morte di Lino Celesia a fine 2023, meno di un anno dopo siamo qui a piangere un’altra giovane vita spezzata nello stesso modo insensato. “Nessun allarme violenza a Palermo”, dichiarava a metà 2022 il neo-sindaco Lagalla per tranquillizzare la popolazione, sostenendo che la situazione fosse sotto controllo. Oggi quella frase suona ottimista, se non ingenua. La realtà è che, ancora oggi, il problema non è risolto.
Le istituzioni mostrano di aver compreso la gravità della situazione, basti vedere la reazione immediata del prefetto dopo i fatti di sangue: Mariani ha convocato riunioni notturne con tutte le autorità e categorie interessate, chiedendo “responsabilità da parte di tutti”. Questo approccio collegiale è giusto: serve un impegno comune di forze dell’ordine, amministratori, esercenti e società civile. Ma serve anche tempo perché le azioni producano effetti stabili. Nel breve termine, l’urgenza è togliere dalla strada i violenti e le armi. Su ciò si misurerà l’efficacia della risposta dello Stato. Finché anche un solo ragazzino potrà girare armato e uccidere per una serata storta, “morire a Palermo” resterà una tragica possibilità nelle nostre notti estive. E questa è un’ombra che la città non può più permettersi di portare.
Roberto Greco