Napoli porta la sua canzone all’Unesco, e il resto del Sud sta a guardare

La candidatura della canzone classica napoletana a patrimonio immateriale dell’umanità è stata lanciata in prima serata su Rai 1, con un comitato guidato da Renzo Arbore e l’obiettivo del 2028. Restano due nodi, cosa si tutela esattamente e cosa resta dopo il riconoscimento

0
72
canzone napoletana
Reading Time: 2 minutes

Il 5 giugno l’Arena di Verona ha ospitato “Campioni del mondo, Italia loves Unesco”, serata trasmessa da Rai 1 davanti a cento delegati Unesco arrivati da quaranta Paesi, con arie d’opera alternate ai classici partenopei e ospiti come Patti Smith e Sal Da Vinci. Dentro quella cornice è stata lanciata ufficialmente la candidatura della canzone classica napoletana alla lista del patrimonio culturale immateriale dell’umanità, con l’obiettivo dichiarato di arrivare al riconoscimento entro la fine del 2028.

Vale la pena guardare come ci si è arrivati, perché il percorso è politico prima che musicale. Il primo passo formale è stata una risoluzione parlamentare, la 7-00307 a prima firma del deputato Gerolamo Cangiano, discussa in Commissione Cultura, che impegna il governo ad avviare le procedure per la candidatura. Da lì è nato un comitato scientifico incaricato di preparare il dossier, coordinato da Renzo Arbore. Tra i promotori più attivi c’è il ministro del Turismo Gianmarco Mazzi, che nell’occasione ha rivendicato il napoletano come lingua e non come dialetto, richiamando le classificazioni Unesco sugli idiomi a rischio.

Il primo nodo è di perimetro. La risoluzione parlamentare parla di musica classica napoletana, mentre la campagna parla di canzone, e tra le due la differenza è notevole. Si tutela il repertorio d’autore tra la fine dell’Ottocento e gli anni Sessanta del Novecento, oppure quattro secoli di produzione musicale napoletana, dal barocco di Alessandro Scarlatti all’opera buffa fino al canzoniere di Salvatore di Giacomo? Negli ultimi decenni, peraltro, l’etichetta di musica napoletana ha coperto cose molto diverse tra loro, dalla Piedigrotta al Festival di Napoli, dalla sceneggiata al neomelodico. Una candidatura Unesco richiede un oggetto definito, perché non si conserva ciò che non si è prima delimitato.

Dopo il lancio il Sole 24 Ore ha posto una questione più concreta. Napoli è una città musicale per definizione, eppure non ha ancora un vero museo della canzone napoletana e gli spazi dedicati esclusivamente al genere scarseggiano. Un riconoscimento Unesco, in queste condizioni, rischia di valere più per il turismo che per chi quella musica la esegue, e in città il punto viene sollevato apertamente.

La differenza con il resto del Sud, e con la Sicilia in particolare, non sta nel patrimonio. L’isola ha una tradizione popolare altrettanto documentata, dai cantastorie al repertorio che Rosa Balistreri ha portato fuori dai confini regionali, ma non ha costruito nulla di paragonabile sul piano istituzionale. Per il centenario della nascita di Balistreri, che cade nel marzo 2027, esistono un manifesto promosso da due fondazioni, un accordo tra i comuni di Palermo e Licata e un bando regionale da 200 mila euro per le scuole a indirizzo musicale, iniziative che però restano tutte dentro i confini della regione. In Campania il percorso è passato dal Parlamento, da un ministero e dalla televisione pubblica, che è la strada effettiva per arrivare a Parigi.

Al di là dell’esito, il caso napoletano è istruttivo proprio come procedura. Da una parte mostra che una tradizione diventa patrimonio riconosciuto quando qualcuno la porta in Commissione Cultura, e che il lavoro d’archivio da solo non produce candidature. Dall’altra ne mostra il limite speculare, perché un dossier costruito dall’alto arriva prima della filiera che dovrebbe reggerlo, tanto che a Napoli si discute di museo e spazi quando la candidatura è già partita. Il dossier dovrebbe chiudersi entro la fine del 2028, quindi il tempo per definire il perimetro e per costruire quello che manca attorno c’è. Vale per la canzone napoletana e varrebbe, se qualcuno decidesse di provarci, anche per quella siciliana.

Samuele Arnone