Niscemi, una tragedia annunciata

Questa frana giunge su un’area già nota per il dissesto idrogeologico. Il 12 ottobre 1997 un evento meteorico analogo colpì i quartieri Sante Croci, Pirillo e Canalicchio di Niscemi. Le piogge intense saturarono gli strati argillosi, provocando scricchiolii e crepe sinistre nelle case fino al crollo a gradoni di interi edifici

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La sera del 25 gennaio 2026 una vasta frana ha interessato le colline a sud di Niscemi (CL), innescata dalle piogge torrenziali del “ciclone Harry” nel Mediterraneo. Il terreno si è sprofondato aprendosi crepe profonde sull’asfalto, e masse di argilla e fango hanno iniziato a scivolare verso la Piana di Gela. Per precauzione le autorità hanno evacuato oltre 1.500 persone dal quartiere Sante Croci e dalle frazioni limitrofe (il fronte di frana supera i 4 km di lunghezza). Il sindaco ha disposto la chiusura delle scuole e allertato il Centro Operativo Comunale; la protezione civile nazionale ha inviato équipe di monitoraggio. Su circa 4 km di fronte franoso numerose abitazioni risultano seriamente danneggiate o sospese nel vuoto. È stata attivata una mensa pubblica e centinaia di sfollati sono stati accolti da parenti o in strutture temporanee (palestra comunale, tendopoli). L’evento, benché privo di vittime grazie all’evacuazione tempestiva, ha ridotto parti del paese a un cumulo di detriti e messo in gravissimo rischio la viabilità e i servizi locali.

La frana del 1997 e il contesto storico locale

Questa frana giunge su un’area già nota per il dissesto idrogeologico. Il 12 ottobre 1997 un evento meteorico analogo colpì i quartieri Sante Croci, Pirillo e Canalicchio di Niscemi. Le piogge intense saturarono gli strati argillosi, provocando scricchiolii e crepe sinistre nelle case fino al crollo a gradoni di interi edifici. In quella circostanza circa 400 persone furono evacuate e fortunatamente non si ebbero vittime, ma lo stato d’emergenza si protrasse anni: nel 2000 furono demolite 48 case e persino l’antica chiesa di Sante Croci, allora difesa da un sit‐in dei residenti. Il sottosegretario alla Protezione Civile Barberi commentò i fatti del ’97 come un’«ordinaria malamministrazione» in una zona a vincolo geologico. Studi tecnici e fonti storiche ricordano che frane analoghe in quella zona erano note sin dal 1790. Oggi gli esperti sottolineano che quel dissesto era “annunciato”: la SIGEA (Società Italiana di Geologia Ambientale) osserva che «la frana di Niscemi è nota dal 1997 e avanzerà», perché il fronte non è mai stato adeguatamente consolidato. In altre parole, le condizioni di pericolo si trascinavano da decenni senza interventi strutturali di messa in sicurezza.

Eventi simili in Italia negli ultimi 50 anni

Analoghi disastri idrogeologici si ripetono con drammatica frequenza nel nostro Paese. Ad esempio:

  • Campania (Sarno e Quindici, maggio 1998): precipitazioni eccezionali (oltre 250–300 mm in 72 ore) scatenarono oltre 140 frane in provincia di Salerno. Si contarono 160 morti e centinaia di feriti; secondo la Protezione Civile fu la più grave catastrofe idrogeologica in Italia dopo il Vajont.
  • Sicilia (Messina, ottobre 2009): un violento nubifragio colpì le frazioni di Giampilieri, Scaletta Zanclea e dintorni, causando frane e colate di fango improvvise. Una cronaca dell’epoca ricorda che l’acqua travolse case e automobili e che 37 persone persero la vita.
  • Liguria (Cinque Terre, ottobre 2011): in poche ore caddero 542 mm di pioggia sulle province di La Spezia e Massa Carrara, inondando e franando borghi come Vernazza, Monterosso e Aulla. Il bilancio fu di 13 vittime e migliaia di sfollati.

Questi esempi mostrano un comune denominatore: eventi atmosferici estremi che saturano i pendii, accompagnati talvolta da urbanizzazione non regolamentata. L’Italia è tra i paesi europei maggiormente vulnerabili agli estremi climatici (ondate di calore, siccità e precipitazioni intense), e quindi i fenomeni franosi (spesso mortali) sono purtroppo ricorrenti.

Problemi geologici e idrogeologici del sito

L’area di Niscemi si caratterizza per una geologia ad alto rischio franoso. Il centro abitato sorge su un altopiano di terreni plio-pleistocenici dominato da spesse argille e marne grigie, sovrastate da sottili strati di sabbia più permeabile. Questa configurazione crea un forte contrasto di permeabilità: le piogge entrano agevolmente nei livelli sabbiosi superficiali, mentre l’acqua penetra solo lentamente negli strati argillosi sottostanti. Le argille (illiti, smectiti etc.) trattengono l’acqua nelle loro lamine: una volta impregnate esse perdono rapidamente resistenza al taglio (fino al 50–70% in meno se sature). In pratica il pendio può deformarsi plasticamente giorni dopo il temporale, quando il suolo resta bagnato e il peso dell’acqua aumenta la pressione interna.

Tale meccanismo è ben noto per le frane lente della Sicilia: Focus descrive la frana di Niscemi come un classico crollo roto-traslazionale a sviluppo lento, dove la parte alta del versante si abbassa ruotando su una superficie curva, mentre la parte bassa si solleva e scivola in avanti. I segni premonitori erano evidenti: ampie fenditure arcuate in superficie, abbassamenti dei campi e spostamenti laterali delle strade. Geologi locali confermano che le scarpate di Niscemi superano i 20 metri di altezza e mostrano crepe profonde, segno di un fenomeno già in atto e in progressiva espansione.

Va sottolineato che la Sicilia centro-meridionale è tra le aree più instabili d’Italia. Qui si sono accumulati spessori colossali di argille plio-pleistoceniche, sollecitate da forze tettoniche compressive che hanno creato pieghe e faglie nei versanti. L’urbanizzazione di Niscemi si è estesa proprio sui colli argillosi che “tendono naturalmente a deformarsi e a scivolare verso valle”. Non a caso, nel Piano di Assetto Idrogeologico (PAI) regionale di aggiornamento 2022 l’area era già classificata a rischio molto elevato di dissesto geomorfologico. Ciò nonostante, non erano mai state effettuate opere strutturali di consolidamento del fronte. In sintesi, i fattori geotecnici intrinseci (argille saturabili) e la cronica sottovalutazione del rischio hanno reso l’area di Niscemi un pendio “a fragilità latente” predisposto allo smottamento.

Clima, fenomeni estremi e cambiamenti climatici

Se i fattori geologici hanno preparato il terreno, il cambiamento climatico in atto amplifica gli eventi estremi. L’inverno 2025–26 in Mediterraneo ha visto un’ondata di cicloni violenti: ClimaMeter riporta che il ciclone Harry (19–22 gennaio) ha portato sulla Sicilia orientale piogge persistenti ed eccezionali e venti furiosi, con onde fino a 9–10 metri sulle coste. Secondo gli studi, cicloni come Harry oggi hanno venti medi circa il 15% più intensi rispetto al passato a causa del riscaldamento globale. In pratica, mare più caldo e atmosfera umida alimentano perturbazioni più violente. Il Rapporto Copernicus 2025 conferma che l’Italia è tra le aree europee più colpite da ondate di calore, siccità ed eventi meteorologici acuti, fenomeni che aumentano in frequenza e intensità con il global warming.

Le precipitazioni straordinarie, più frequenti e concentrate in brevi periodi, hanno avuto un ruolo scatenante nella frana di Niscemi. Non si è trattato di un evento “una-tantum”: bastava una fase di saturazione prolungata del suolo per superare la soglia di sicurezza. In definitiva, il cambiamento climatico ha reso più probabili eventi come le inondazioni e le colate di fango appena vissute. L’emergenza di Niscemi (assieme alle alluvioni del sud Italia) ha peraltro suscitato commenti autorevoli sulle conseguenze del clima che cambia: si sottolinea che “non siamo fatti per la prevenzione”, ma servono preallarmi migliori e pianificazioni più rigorose. In ogni caso, il ciclone Harry di gennaio 2026, benché violentissimo, non ha causato vittime proprio grazie agli allarmi tempestivi e all’efficace coordinamento di Protezione Civile, comune e volontari. L’evento rafforza però l’avvertimento degli esperti: le coesistenza di crisi climatica e negligenza territoriale crea «il mix perfetto» per disastri ambientali.

Aspetti politici e gestionali

L’emergenza ha suscitato anche acceso dibattito politico. In Sicilia il tema principale è stato la destinazione dei fondi statali: l’Assemblea Regionale ha approvato (32 sì, 24 no) un ordine del giorno che impegna il governo a usare i 5,3 miliardi di cofinanziamento del Ponte sullo Stretto per la ricostruzione post-alluvione. L’atto, proposto da Cateno De Luca (Sud chiama Nord) e appoggiato da Pd e M5S, raccoglie la richiesta di destinare tali risorse a “interventi straordinari di ricostruzione, risanamento ambientale e messa in sicurezza”. Sullo stesso fronte, la leader del PD Elly Schlein, in visita a Niscemi, ha chiesto di “dirottare subito un miliardo” destinato al Ponte per sostenere le zone colpite dal maltempo, definendo le opere utili come il Ponte «inutili» di fronte a emergenze simili. Il presidente Schifani (Forza Italia) ha inizialmente espresso riserve sull’odg, ma poi anche alcuni esponenti del centrodestra ne hanno appoggiato i punti chiave.

Sul piano esecutivo, la Regione,ha annunciato contributi immediati agli sfollati (400+100 € per nucleo al mese via CAS) e un piano per costruire nuovi alloggi a favore di chi non potrà più rientrare nelle case compromesse. Il Comune di Niscemi ha avviato verifiche sugli edifici e predisposto ordinanze di sgombero per gli immobili pericolanti. Allo stesso tempo permane anche un filone giudiziario: si ricorda che dopo la frana del 1997 la Procura di Caltagirone indagò per disastro colposo, e ancora oggi decine di cittadini chiedono chiarezza sulla mancata prevenzione. Alcuni abitanti, esasperati, si sono radunati in protesta sotto il municipio con slogan come «Basta passerelle, ho perso tutto» e «Perché non è stato fatto niente dal 1997?». Tali reazioni evidenziano la sfiducia verso le istituzioni e la percezione di un’emergenza gestita solo nell’urgenza.

Pianificazione urbanistica e tutela ambientale

La tragedia di Niscemi pone al centro anche problemi di gestione del territorio. Molti osservatori qualificati parlano di “disastro annunciato”. L’associazione Italia Nostra ha avvertito che «quanto sta accadendo a Niscemi non è frutto del caso»: gli esperti ricordano che la collina argillosa di Sante Croci non «era il posto dove costruire». Effettivamente, l’espansione edilizia della cittadina negli ultimi decenni è avvenuta con scarsa pianificazione. Un reportage locale rileva che fino agli anni 2000 molti nuovi lotti in zona collinare furono occupati con pratiche abusive o con accordi al limite della legalità, senza adeguato controllo degli uffici urbanistici. Il fenomeno dell’abusivismo edilizio è stato storicamente molto forte in Sicilia, aggravando la fragilità idrogeologica: costruire in fretta case senza curare le reti di drenaggio o la vegetazione del suolo ha indebolito gli argini naturali. Al contrario, la mancanza di manutenzione dei sistemi di raccolta acque (es. fossi e canalette otturati) ha reso la zona ancora più soggetta a crisi improvvise. In sintesi, la frana mostra come politiche urbanistiche miopi, senza un efficace piano di tutela del suolo, abbiano amplificato l’impatto del fenomeno naturale.

Impatto sociale

L’impatto sulla comunità niscemese è profondo. Oltre ai danni materiali (abitazioni e attività commerciali), migliaia di persone vivono giorni d’ansia. Molti sfollati lamentano incertezza sul futuro: «Abbiamo paura per noi e per le nostre case», scrive un cittadino evacuato. Famiglie con bambini, anziani e malati si sono trovate di colpo senza casa; centinaia di studenti hanno dovuto interrompere le lezioni, alcune scuole del quartiere Sante Croci sono rimaste chiuse. Piccole imprese locali sono in ginocchio: un’esempio emblematico è la coppia che gestiva una pizzeria nel rione Sante Croci: «Abbiamo perso casa e lavoro: la frana ha inghiottito la nostra abitazione e il locale è irrecuperabile».

Il sostegno istituzionale è arrivato con gli aiuti economici (indennizzi CAS e contributi straordinari) e un impegno dichiarato a ricollocare gli sfollati in nuovi appartamenti. Tuttavia gli sfollati denunciano lentezza e incertezza: i contributi statali (fino a 900 euro al mese per nucleo) sono erogati in attesa delle ordinanze di sgombero definitive. Molte famiglie hanno esaurito i risparmi nell’immediato e non sanno se potranno mai tornare nelle loro case. In chiesa e nelle piazze del paese la gente si è raccolta in preghiera, sperando in una svolta; fuori dal municipio si levano ancora voci di protesta. Le frane danneggiano non solo il territorio, ma anche la fiducia delle persone, che oggi guardano alla ricostruzione con timore ma anche con un rinnovato senso di solidarietà civica.

Roberto Greco

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