A Palermo c’è un luogo che spesso non ha una sede riconoscibile, né orari rigidi, né porte da varcare per forza ma che riesce ad essere un luogo di speranza. A volte è una stanza, altre una panchina, altre ancora un tavolino di bar. È lì che l’Associazione ODV Obiettivo Rinascita intercetta il disagio, quando la dipendenza ha già scavato solchi profondi nelle persone e nelle famiglie.
La storia dell’associazione comincia nel 1987, quando un gruppo di genitori, segnati dall’esperienza diretta della tossicodipendenza dei figli, decide di unirsi dando vita a “Il Grido della Speranza”. Un’esperienza nata dal basso, dal bisogno urgente di non restare soli. Nel 1997 quella spinta si trasforma in Obiettivo Rinascita, con uno sguardo più ampio, capace di includere tutte le forme di emarginazione sociale e morale.
Per anni l’associazione, sotto la guida spirituale di padre Giacomo Ribaudo, opera nel quartiere Kalsa, a Palermo, accanto alla “Basilica della Santissima Trinità” in piazza Magione, uno dei luoghi simbolo della fragilità del centro storico. Poi, nel 2010, una fase di rallentamento, segnata dalla perdita di una figura fondante. Nel 2015 arriva però la ripartenza, grazie all’ingresso di nuovi soci e a una rinnovata energia.
Oggi l’associazione Obiettivo Rinascita è una rete di ascolto diffusa, con sette centri attivi tra Palermo, Capaci, Isola delle Femmine e Cinisi. Al centro di tutto resta una convinzione semplice: nessuna storia è irrecuperabile.
Per comprendere meglio abbiamo intervistato Maria Lo Piccolo, presidente dell’associazione Obiettivo Rinascita:
Presidente Lo Piccolo, Obiettivo Rinascita affonda le sue radici in un’esperienza di dolore condiviso che risale a molti anni fa. In che modo questa origine ha inciso sull’identità dell’associazione e sul vostro modo di intervenire oggi nel disagio?
«Ha inciso in modo determinante. L’associazione nasce dall’esperienza diretta di genitori disperati che hanno vissuto la tossicodipendenza dei figli senza filtri, senza mediazioni, spesso in solitudine. Anni segnati dalla paura, dall’impotenza e anche dal giudizio sociale. Questo vissuto ha costruito il nostro sguardo: stare accanto alle persone senza etichette, senza ridurle al loro problema. Noi non partiamo mai dalla dipendenza, ma dalla persona e dalla sua storia».
Nel tempo l’associazione ha ampliato il proprio raggio d’azione, passando dalla tossicodipendenza ad altre forme di disagio. Cosa vi ha spinto a questo cambiamento?
«L’esperienza sul campo. Ci siamo resi conto che il disagio non ha una sola forma. All’inizio incontravamo quasi esclusivamente persone con problemi di tossicodipendenza. Oggi ci confrontiamo quotidianamente con l’alcolismo, la ludopatia, le dipendenze psicologiche e affettive. Cambiano le modalità, ma spesso la radice è la stessa: un vuoto profondo, una sofferenza che non trova risposte e che finisce per esprimersi attraverso una dipendenza».
Il centro di ascolto è il fulcro del vostro lavoro. Che valore assume il primo incontro per chi si rivolge a voi?
«Succede qualcosa di molto semplice: abbiamo un numero verde 800589790 a cui rivolgersi, qualcuno ascolta davvero. Senza interrompere, senza giudicare, senza promettere soluzioni immediate. Per molte persone è la prima volta dopo anni. Arrivano stanchi, diffidenti, spesso spinti dalle famiglie».
Avete scelto un modello di ascolto molto flessibile, che spesso esce dai luoghi tradizionali.
«Sì, perché non tutti riescono a entrare in un centro di ascolto. C’è chi ha paura, chi si vergogna, chi è socialmente isolato. In questi casi siamo noi ad andare incontro alle persone. Una panchina, un bar, un angolo di strada diventano luoghi di incontro. Durante il periodo del Covid questo approccio è stato essenziale. L’isolamento ha aggravato situazioni già fragili e ha fatto emergere una forte componente depressiva associata alle dipendenze».
Uno dei nodi più complessi riguarda l’inserimento nelle comunità terapeutiche. Quali sono le principali difficoltà che incontrate?
«Le difficoltà sono molte. Le liste d’attesa sono lunghe e spesso scoraggianti. Ci sono poi problemi burocratici legati alla certificazione della doppia diagnosi, cioè alla presenza contemporanea di disturbi da uso di sostanze e disturbi psichiatrici, e alle situazioni di persone con precedenti penali. In questi casi l’accesso alle comunità diventa ancora più complesso, perché non tutte sono attrezzate o disponibili ad accogliere percorsi così delicati. Inoltre, non sempre la pena può essere scontata all’interno di una comunità terapeutica. Molti, durante questa lunga fase di attesa, rinunciano prima ancora di iniziare un percorso di cura».
Quanto è importante l’utilizzo dei beni confiscati alla mafia per associazioni come la vostra?
«Intanto perché trasformare un luogo sottratto alla criminalità in uno spazio di rinascita avrebbe un valore enorme. Sarebbe un segno concreto di riscatto sociale. Ma anche perché aspiriamo a diventare una comunità vera. Se ci venisse assegnato un bene confiscato alla mafia, una struttura con almeno 10 o 15 posti letto, potremmo offrire un punto di riferimento stabile a chi è in attesa di entrare in una comunità terapeutica. L’attesa è spesso lunga e molti, purtroppo, rinunciano. Per chi presenta, come ho già detto, un quadro clinico più complesso, come la doppia diagnosi o per chi ha precedenti penali, il percorso di accesso a una comunità è ancora più difficile e richiede un approccio terapeutico integrato e multidisciplinare».
Chi sono gli operatori volontari che rendono possibile il lavoro di Obiettivo Rinascita?
«Sono psicologi, psichiatri, medici, sacerdoti. Tutti volontari. Donano il loro tempo senza compensi perché condividono il nostro approccio. Sanno che qui non si lavora sui numeri o sugli obiettivi statistici, ma sulle persone. Vedono cambiamenti reali, anche quando sono lenti, e questo li motiva a continuare».
Come vi sostenete economicamente?
«Con il 5 per mille e con le donazioni. Documentiamo tutto con trasparenza e chiarezza per rispondere ai bisogni della comunità attraverso servizi di pubblica utilità. Abbiamo infatti la “Carta dei Servizi” e siamo iscritti al RUNTS (Registro Unico Nazionale del Terzo Settore), accreditati alla Regione Siciliana e riconosciuti dalla Caritas e dalle Curie di Palermo e Monreale. Quest’ultimo riconoscimento ci permette di operare nelle comunità parrocchiali grazie alle quali vengono distribuiti generi alimentari di prima necessità e tutto quanto occorre a chi si trova in estreme difficoltà economiche. Voglio anche precisare che mai viene offerto denaro, sarebbe un ulteriore danno per chi soffre di questo tipo di dipendenze perché il denaro li porterebbe a cercare la causa che ha determinato la loro difficile condizione».
Quando può dire che il vostro lavoro ha funzionato?
«Il nostro successo è vedere qualcuno tornare completamente libero dalle dipendenze e capace di scegliere».
Durante l’intervista Maria Lo Piccolo ci ha raccontato due storie. Quelle di Marco e Giosuè, due nomi di fantasia per rispetto della loro privacy. Le loro storie parlano chiaro e ci raccontano che uscire dalle dioendenze è possibile. Due percorsi diversi, segnati dalla dipendenza, che hanno trovato un punto comune nell’ascolto e nella presenza costante dell’associazione Obiettivo Rinascita. «Marco oggi è padre di quattro figli e dirige un’azienda» continua a raccontare Maria Lo Piccolo, presidente dell’associazione.
Agli studenti dell’Istituto Salesiano Gesù Adolescente Marco ha raccontato quanto sia facile perdere il controllo. Amicizie sbagliate, abitudini distruttive, una vita che si restringe fino a lasciare solo macerie. A pagare il prezzo più alto è stata la famiglia. L’incontro con Obiettivo Rinascita ha segnato l’inizio di una risalita lenta, costruita giorno dopo giorno grazie all’ascolto e alla vicinanza. Oggi Marco testimonia che cambiare è difficile, ma possibile.
Anche Giosuè, seguito dall’associazione per tre anni, ha vissuto un lungo tempo di attesa. «Coperte, parole, presenza costante da parte nostra – prosegue Maria Lo Piccolo -. Poi l’arresto, sei mesi di carcere e l’ingresso in comunità. È lì che Giosuè ha iniziato a prendersi cura di sé, a fare sport, a immaginare un futuro diverso. La scelta di cambiare non è stata immediata, ma è maturata nel tempo, sostenuta da chi non lo ha mai abbandonato. Attualmente sta continuando il suo percorso in comunità»
Due storie a lieto fine. Due vite piegate ma non spezzate dalla tossicodipendenza che ci concedono il lusso di continuare ancora a sperare.
Dorotea Rizzo