Dal fascino degli storici stabilimenti balneari ai progetti che stanno ridisegnando il waterfront, Palermo torna a interrogarsi sul proprio rapporto con il mare. La presentazione del volume In tempo di bagni. Stabilimenti balneari e circoli nautici a Palermo, firmato da Adriana Chirco e Dario Lo Dico e pubblicato da Kalós, ospitata ieri dall’Autorità di Sistema Portuale del Mare di Sicilia Occidentale, ha trasformato un appuntamento editoriale in un momento di confronto sul futuro della città. Le testimonianze raccolte nel libro dialogano infatti con le grandi trasformazioni in corso lungo il fronte a mare, restituendo una visione in cui storia, identità e sviluppo urbano diventano parte di un unico racconto.
La presentazione del volume ha offerto l’occasione per riflettere sul valore della memoria come strumento per comprendere l’evoluzione del rapporto tra Palermo e il mare. Attraverso documenti, fotografie e testimonianze, il libro ricostruisce la nascita degli stabilimenti balneari e dei circoli nautici che, tra Ottocento e Novecento, hanno contribuito a definire il volto della città costiera, accompagnando la trasformazione delle abitudini sociali e culturali dei palermitani.
Un tema che si intreccia naturalmente con il presente, in una fase in cui il porto e il waterfront sono protagonisti di importanti interventi di riqualificazione destinati a ridisegnare il rapporto tra la città e il suo litorale.
Annalisa Tardino, presidente dell’Autorità di Sistema Portuale: “Il porto deve tornare a essere parte della città”
La presidente dell’Autorità di Sistema Portuale del Mare di Sicilia Occidentale, Annalisa Tardino, ha sottolineato come il recupero della memoria storica rappresenti un elemento imprescindibile per accompagnare la trasformazione del porto di Palermo, sempre più chiamato a coniugare sviluppo economico, sostenibilità e qualità urbana.
Presidente, il volume racconta una stagione in cui stabilimenti balneari e circoli nautici erano luoghi di socialità, identità e vita cittadina. Oggi il rapporto tra Palermo e il suo mare sta cambiando profondamente. Qual è la sfida dell’Autorità di Sistema Portuale per fare in modo che il porto non sia soltanto un’infrastruttura economica, ma anche uno spazio sempre più aperto, vissuto e riconosciuto dai cittadini?
«Credo che questo libro ci ricordi una verità semplice: Palermo è nata sul mare, ma per molti decenni gli ha voltato le spalle. Adriana Chirco racconta una città in cui il litorale era parte integrante della vita quotidiana, un luogo di incontro, di svago e di appartenenza. Oggi la nostra sfida è ricucire quella relazione, senza rinunciare alla vocazione produttiva del porto. Un porto moderno non è più soltanto un’infrastruttura logistica: è uno spazio urbano. Lo dimostrano interventi come il Palermo Marina Yachting, ma anche i nuovi collegamenti pedonali con la città, la futura passerella verso piazza Camilleri e il progetto dell’interfaccia città-porto lungo via Crispi. Vogliamo che il porto torni a essere attraversato, vissuto e percepito come una parte naturale della città, non come un confine».
Questo libro restituisce una parte importante della memoria collettiva di Palermo. Quanto è importante, secondo lei, conoscere la storia dei luoghi prima di immaginarne il futuro? E in che modo la valorizzazione della memoria può orientare le scelte di trasformazione del waterfront e del sistema portuale?
«Prima dell’esplosione della cultura balneare mondellana dei primi anni del Novecento, esistevano lungo la costa cittadina altri impianti balneari, come il Sammuzzo e l’Acquasanta. Sono tutti luoghi dove oggi la nostra Autorità opera quotidianamente. È evidente come non si possa progettare il futuro cancellando ciò che un luogo è stato: la memoria non rappresenta un vincolo, ma una risorsa. Il lavoro di Adriana Chirco dimostra come ogni tratto della costa palermitana custodisca storie, architetture, abitudini e persino linguaggi che hanno contribuito a costruire l’identità della città. Recuperare questo patrimonio significa dare maggiore qualità anche ai progetti contemporanei. La rigenerazione del waterfront non deve limitarsi a realizzare nuove opere, ma deve restituire continuità tra il porto, il mare e la comunità. Quando un cittadino riconosce in uno spazio una parte della propria storia, quello spazio diventa più vivo, più rispettato e più condiviso».
Negli ultimi anni il porto di Palermo è diventato uno dei simboli della trasformazione della città. Guardando ai prossimi anni, quale immagine vorrebbe che cittadini e visitatori avessero del porto? Quali sono gli interventi e i progetti che ritiene più strategici per consolidare questo nuovo rapporto tra Palermo e il mare?
«Mi piacerebbe che il porto fosse percepito come la prima piazza sul mare di Palermo: un luogo dove convivono lavoro, innovazione, cultura e qualità della vita. Stiamo investendo in grandi infrastrutture, come il bacino di carenaggio da 150 mila tonnellate, il potenziamento dell’accessibilità, l’elettrificazione delle banchine e il completamento dell’interfaccia città-porto, ma anche in interventi che migliorano concretamente l’esperienza delle persone. Il porto deve essere il primo volto che accoglie chi arriva e un luogo di cui i palermitani possano sentirsi orgogliosi ogni giorno. In fondo, il messaggio che emerge anche da In tempo di bagni è che il mare non appartiene solo a chi lo naviga: appartiene soprattutto a chi lo vive».
Adriana Chirco, architetto e storica dell’arte: “La memoria del mare racconta l’identità di Palermo”
Coautrice del volume insieme a Dario Lo Dico, l’architetto e storica dell’arte Adriana Chirco accompagna il lettore in un viaggio che attraversa due secoli di storia cittadina. Attraverso un accurato lavoro di ricerca, il libro restituisce il ruolo che stabilimenti balneari e circoli nautici hanno avuto nella vita sociale, culturale e urbanistica di Palermo, offrendo al tempo stesso una riflessione sul valore della memoria per immaginare il futuro.
Architetto Chirco, da dove nasce l’idea di dedicare un intero volume agli stabilimenti balneari e ai circoli nautici di Palermo? C’è stato un episodio, una ricerca o una scoperta che, insieme a Dario Lo Dico, vi ha fatto comprendere che questa parte della storia della città meritava di essere raccontata e tramandata?
«L’idea è nata dalla comune passione per il mare e per i nostri incantevoli paesaggi e dalla necessità di conoscere come si sia passati da una semplice contemplazione e dall’uso delle rotte marinare come antichissimo sistema di comunicazione allo sport ed al benessere, oggi largamente ricercati. Non ci dimentichiamo che proprio dal mare arrivarono tutti i conquistatori della Sicilia, a partire dai Fenici e dagli Arabi, e che il mare è stato per secoli motivo di sostentamento per intere popolazioni. Poi, all’inizio del XIX secolo, arrivò anche qui dal Nord Europa la moda del bagno di mare, inizialmente per motivi terapeutici e poi semplicemente per diletto. I primi a cercare un luogo dove prendere i bagni di mare furono i reali Borbone, che si immergevano nelle acque dell’Acquasanta, nella Grotta della Regina, in totale privacy».
Sfogliando il volume si comprende come gli stabilimenti balneari non fossero soltanto luoghi dedicati ai bagni, ma autentici spazi di incontro, cultura e vita sociale. Qual è l’aspetto che più l’ha colpita durante la ricerca e quale ritratto della Palermo di ieri emerge da questo lavoro?
«Sebbene le aree destinate agli uomini fossero ben separate da quelle per le famiglie e da quelle per le donne, gli stabilimenti del XIX e XX secolo erano dei veri e propri luoghi d’incontro e di vita mondana. Erano dotati di sale da tè, come il celebre Chalet delle Sirene al Foro Italico, di ristoranti e ospitavano serate danzanti accompagnate da orchestrine. Era anche il luogo dove le signore esibivano gli abiti alla moda e sfoggiavano eleganti e vistosi cappelli persino in acqua. Ne emerge il ritratto di una Palermo vivace, elegante e profondamente legata al suo mare».
Oggi Palermo sta riscoprendo il proprio rapporto con il mare attraverso la riqualificazione del waterfront e una rinnovata attenzione agli spazi costieri. Quale insegnamento può offrire questa memoria storica a chi oggi è chiamato a progettare la città del futuro? E quale messaggio desiderate lasciare ai lettori attraverso questo volume?
«Nel prossimo futuro si tratta di dare continuità al rapporto col mare che è stato sempre vivo nei palermitani e che si era perduto in seguito all’allontanamento del limitare marino dopo i bombardamenti del 1943, il sacco di Palermo e l’inquinamento del porto della Cala e del litorale di Romagnolo. Oggi finalmente si sta lavorando alla riqualificazione del litorale. È importante pensare con consapevolezza non solo all’approdo portuale, ma anche alla riconversione delle borgate della costa sud-est. La passeggiata a mare è diventata una realtà, la nautica e gli sport nautici rappresentano un fiore all’occhiello dei nostri club e il waterfront è tornato a essere un luogo vissuto. Palermo e il suo mare hanno ancora molto da offrire».
Il volume “In tempo di bagni. Stabilimenti balneari e circoli nautici a Palermo” non si limita dunque a ricostruire un capitolo poco conosciuto della storia cittadina, ma invita a rileggere il mare come elemento fondante dell’identità di Palermo. Un patrimonio di memorie che dialoga con le trasformazioni del presente e che, come emerso nel corso della presentazione, può diventare una guida preziosa per immaginare una città sempre più aperta, accessibile e riconnessa al suo litorale.
Federica Dolce
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