A quarantasette anni da quel 25 settembre 1979 in cui un agguato mafioso spezzò le vite del giudice Cesare Terranova e del maresciallo Lenin Mancuso, la ferita di quel giorno è ancora aperta. I due servitori dello Stato furono tra i primi a comprendere la natura sistemica di Cosa nostra, pagando con la vita l’aver puntato lo sguardo là dove nessuno voleva guardare: nel cuore dei legami tra mafia, politica e poteri occulti. Oggi il loro ricordo non vive solo nelle cerimonie istituzionali, ma pulsa nei quartieri e nelle aule scolastiche, trasformandosi in una bussola per le nuove generazioni.
La svolta nella coscienza collettiva e il riscatto dei quartieri
Il cambiamento più profondo, a distanza di decenni, risiede proprio nella coscienza collettiva della città. Lo ha sottolineato all‘altroparlante il presidente della Corte d’Appello di Palermo, Antonio Balsamo, evidenziando come l’eredità di quei giorni abbia generato anticorpi sociali potenti: «Io credo che sia molto cambiata, per fortuna, quella Palermo che noi ricordiamo degli anni 70, dell’inizio degli anni 80, proprio grazie al sacrificio di persone come Cesare Terranova, come Lenin e Mancuso». Una reazione d’orgoglio che oggi trova uno dei suoi simboli più forti nei murales che ritraggono i due caduti nei pressi delle scuole di quartiere, diventati presidi di idee e di futuro per i ragazzi.
La solitudine dei pionieri tra minacce e verità scomode
Eppure, quel percorso fu tracciato in una inquietudine spaventosa. A rievocare il clima che si era creato intorno al giudice è la giornalista e nipote Geraldina Piazza, ricordando la celebre relazione di minoranza alla Commissione Antimafia. Un documento dirompente in cui Terranova e Pio La Torre denunciavano per primi i legami tra i colletti bianchi e i clan, rimasto inascoltato e privo di firme istituzionali. «Lui sapeva benissimo che tornando ricominciava a correre i pericoli, i rischi e avrebbe trovato ostacoli, insensibilità dovunque» racconta la nipote, descrivendo la tensione quotidiana vissuta tra le mura domestiche – con rigidi protocolli di sicurezza persino sui pacchi e sui doni in arrivo – pur senza che il magistrato rinunciasse mai alla sua umanità e alle sue passioni.
La metamorfosi criminale: dal piombo al riciclaggio globale
Quella stessa urgenza di giustizia si scontra oggi con le metamorfosi del crimine organizzato. Carmine Mancuso, ex senatore e figlio del maresciallo Lenin Mancuso, ammonisce su quanto la mafia sia cambiata nei metodi pur mantenendo intatta la sua natura predatoria. Se un tempo si agiva con il piombo e la violenza esplicita, oggi il pericolo viaggia sulle autostrade invisibili della rete e della finanza globale. «La mafia non ha più bisogno di sparare perché i grandi traffici li fa attraverso questi sistemi che sono quasi occulti» spiega Mancuso, puntando il dito contro i dati Europol che stimano in duemila miliardi l’anno il giro d’affari del riciclaggio globale, reinvestito in imprese, industrie e attività economiche.
Secondo Mancuso, contro questa criminalità invisibile e digitalizzata, l’unica vera risposta strutturale resta la formazione e la diffusione della legalità fin dalla prima infanzia, sostituendo la rassegnazione con la memoria viva. Per questo motivo, il quarantasettesimo anniversario vuole ricordare che serve comprendere i nuovi volti del potere criminale e continuare a camminare sulla strada tracciata da Cesare Terranova e Lenin Mancuso.
Sonia Sabatino
