L’omicidio di Piersanti Mattarella: tra mafia, politica e depistaggi

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Sul finire degli anni Settanta, la Sicilia viveva una stagione cupa segnata dalla violenza della mafia intrecciata alla strategia della tensione nazionale. La città di Palermo, in particolare, era dominio delle cosche: Vito Ciancimino, politico democristiano vicino ai Corleonesi, ne controllava di fatto l’amministrazione. Era il tempo del cosiddetto “sacco di Palermo”, la selvaggia speculazione edilizia resa possibile dalla collusione tra politici locali e mafia. Chiunque osasse opporsi rischiava grosso. Nel luglio 1979, ad esempio, venne assassinato il capo della Squadra Mobile di Palermo, Boris Giuliano, dopo che aveva messo il naso nei traffici di Cosa Nostra. Nello stesso biennio caddero per mano mafiosa il giudice Cesare Terranova (settembre 1979), il procuratore Gaetano Costa (agosto 1980) e più tardi altri simboli della lotta alla mafia come Pio La Torre e il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. In quegli anni, a Palermo, “politica e mafia vivevano una pace” fondata su convenienze reciproche. Un equilibrio oscuro destinato a spezzarsi.

Fu in questo contesto che emerse la figura di Piersanti Mattarella, destinato a diventare un’“anomalia” per quel sistema di potere. Fratello maggiore dell’attuale Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, Piersanti era un giovane politico democristiano di estrazione morotea (seguace di Aldo Moro) e cattolico fervente, ma al tempo stesso deciso innovatore. Divenuto deputato regionale e poi assessore al Bilancio, nel maggio 1978, proprio nei giorni del sequestro Moro, fu eletto Presidente della Regione Siciliana. Il suo arrivo ai vertici regionali segnò un netto cambio di passo: Mattarella avviò riforme per la trasparenza amministrativa e la programmazione rigorosa dei fondi pubblici, dichiarando guerra agli appalti truccati e ai clientelismi che ingrassavano la mafia. In un famoso discorso esortò la Democrazia Cristiana a liberarsi dell’arroganza del potere e a ritrovare la legalità, lanciando un messaggio di rinnovamento che risuonò come una sfida diretta ai potentati mafiosi e ai loro referenti politici. “Se sei contro la mafia o sei ateo o sei comunista”, ironizzavano certi ambienti all’epoca; eppure Piersanti, cattolico devoto, stava costruendo un’inedita alleanza con il PCI siciliano, convinto, come Pio La Torre, che solo un fronte comune delle forze democratiche avrebbe potuto spezzare il giogo mafioso.

Le denunce di Mattarella contro la “piovra” non erano mere parole. Aveva appoggiato ispettori come Enzo Mignosi nelle indagini su appalti pubblici irregolari, consapevole dei rischi personali che correva. Quando Mignosi, scoprendo gravi illeciti nella manutenzione di alcune scuole, gli confidò preoccupato «Presidente, se continuo, finisco in un pilone di cemento», Mattarella gli rispose senza esitare: «Lei vada avanti, nel caso nel pilone ci finiamo tutti e due». Questa determinazione ne fece agli occhi dei boss un “avversario mortale”, come confermarono più tardi numerosi testimoni. Piersanti sapeva di essersi addentrato in un “groviglio di interessi” pericolosissimo, ma proseguì sulla sua strada di rinnovamento. La mafia e i suoi complici nella politica iniziarono a vederlo come una minaccia intollerabile. Uno dei suoi primi atti da presidente fu recarsi a Cinisi per commemorare il giornalista ucciso Peppino Impastato, sfidando apertamente l’omertà: quel giorno, di fronte agli striscioni “DC = mafia” esibiti dagli amici di Impastato, qualcuno colse sul volto di Mattarella un’ombra di vergogna, il segno che “lui sapeva chi erano i suoi nemici”.

L’agguato dell’Epifania: la dinamica dell’omicidio

La mattina di domenica 6 gennaio 1980, giorno dell’Epifania, Piersanti Mattarella uscì dalla sua abitazione di via della Libertà, nel centro di Palermo, per recarsi a messa. Alla guida della propria Fiat 132, non volle alcuna scorta al seguito, nonostante il clima di minaccia crescente. In auto con lui si trovavano la moglie Irma Chiazzese sul sedile accanto, la suocera e i due figli piccoli sul sedile posteriore. Erano da poco passate le 9 del mattino quando l’agguato scattò in pieno centro cittadino. Un sicario si accostò al lato guida e fece fuoco attraverso il finestrino con una pistola calibro 38, infrangendo il vetro e colpendo ripetutamente Mattarella. La moglie, atterrita, fissò in quegli attimi concitati l’andatura saltellante dell’assassino, il suo volto sorprendentemente “dall’espressione gentile” ma dallo sguardo di ghiaccio, un dettaglio che non avrebbe mai dimenticato.

Dopo aver esploso cinque o sei colpi, il killer si allontanò di pochi metri, raggiungendo un’auto complice, una Fiat 127 bianca ferma più avanti. Al volante lo attendeva un complice, che gli porse un’altra rivoltella dello stesso calibro. Il sicario tornò quindi sui suoi passi verso la Fiat 132 di Mattarella e sparò di nuovo, attraverso il finestrino posteriore destro. I proiettili, sparati a bruciapelo in diagonale, raggiunsero il presidente già accasciato sul sedile e ferirono a una mano la signora Irma, che disperatamente cercava di proteggere con il proprio corpo il marito agonizzante. La scena fu di una brutalità tremenda: in pochi secondi Piersanti Mattarella, 45 anni appena compiuti, fu colpito a morte di fronte ai suoi familiari. Il figlio maggiore, Bernardo, accorso dal garage sottostante all’udire gli spari, riuscì solo a vedere l’auto dei killer sfrecciare via. La Fiat 127 utilizzata per la fuga venne ritrovata un paio d’ore dopo, abbandonata non lontano, con addosso targhe false e un dettaglio destinato a divenire un giallo inquietante: all’interno dell’abitacolo c’era un guanto di pelle marrone che pareva appartenere a uno degli assassini.

La città precipitò nello shock. Un commando mafioso aveva osato colpire in pieno giorno, nel cuore di Palermo, il presidente della Regione, qualcosa di inaudito fino ad allora, un salto di qualità nella guerra allo Stato. In un attimo quel tratto di asfalto macchiato dal sangue di “un uomo giusto” divenne teatro di una sconfitta bruciante per lo Stato, quasi consegnando “un pezzo d’Italia” al destino di una narco-repubblica messicana, come avrebbe scritto amaramente qualcuno. Eppure, paradossalmente, proprio da quel sangue sarebbe germogliata negli anni a venire anche una riscossa dello Stato, grazie al coraggio e al sacrificio di pochi eroi contro la codardia e le connivenze di molti. Le immagini di quei momenti drammatici restano impresse nella memoria collettiva: accanto al corpo esamine di Piersanti, estratto dall’auto, si vede un giovane Sergio Mattarella, sconvolto, e poco distante il magistrato di turno, un altrettanto giovane Pietro Grasso, accorso sul luogo dell’omicidio. Uno sarebbe divenuto Presidente della Repubblica, l’altro Presidente del Senato: il destino dell’Italia, colpita al cuore in quella “livida Epifania del 1980”, avrebbe portato proprio quei testimoni a incarnare la più alta risposta istituzionale alla violenza mafiosa.

Indagini iniziali tra piste oscure e “poteri occulti”

L’omicidio di Piersanti Mattarella fu da subito avvolto da depistaggi e incertezze sulla matrice. Nelle ore successive all’agguato giunse persino una rivendicazione da parte di un sedicente gruppo eversivo neofascista, facendo inizialmente classificare il fatto come attentato terroristico. La modalità dell’assassinio, un politico assassinato sotto casa, appariva insolita perfino per Cosa Nostra, e alimentò dubbi. Lo scrittore Leonardo Sciascia, sul Corriere della Sera il giorno dopo, parlò ironicamente di “confortevoli ipotesi” destinate magari ad attribuire il delitto alla mafia siciliana, quasi a sottintendere che una tale spiegazione sarebbe stata la più semplice e rassicurante, mentre ipotesi più scomode e complesse incombevano sullo sfondo. Ancora più esplicito fu il cardinale di Palermo, Salvatore Pappalardo, nell’infuocata omelia ai funerali l’8 gennaio 1980: «Una cosa sembra emergere sicura: l’impossibilità che il delitto sia attribuibile a sola matrice mafiosa. Ci devono essere anche altre forze occulte, esterne agli ambienti […] della nostra isola». Parole forti, che alludevano a mandanti “esterni” e a poteri nascosti dietro la mafia. In altri termini, per Pappalardo la Sicilia non poteva da sola aver generato un assassinio così atroce: c’era lo zampino di trame nazionali o internazionali, ipotesi che in quegli anni, tra logge massoniche deviate e servizi segreti infedeli, non apparivano peregrine.

Le autorità inquirenti, tuttavia, imboccarono presto la pista del delitto politico-mafioso. L’omicidio Mattarella venne inserito nell’ambito di un’unica inchiesta insieme a due omicidi analoghi: quello di Michele Reina, segretario provinciale della DC (ucciso a Palermo nel 1979), e di Pio La Torre, segretario regionale del PCI (ucciso nel 1982). Tutti e tre i delitti presentavano infatti un movente comune: eliminare esponenti politici impegnati a scardinare i rapporti collusivi tra mafia e pubblica amministrazione. Non a caso, nella sentenza della Corte d’Assise di Palermo del 12 aprile 1995 (primo grado del processo per i mandanti) si legge che “l’azione di Piersanti Mattarella voleva bloccare quel perverso circuito (tra mafia e pubblica amministrazione) incidendo così pesantemente proprio su questi illeciti interessi”. In altri termini, Mattarella fu ucciso perché, con le sue riforme e la sua moralizzazione, stava facendo saltare lucrosi affari mafiosi. Questo movente “politico-mafioso” divenne il filo conduttore dell’indagine.

Ciò non significava però che il quadro fosse chiaro. Sin dall’inizio emersero doppie piste e contraddizioni. Il giudice Giovanni Falcone, che dal 1980 aveva iniziato a lavorare nel pool antimafia del giudice Rocco Chinnici, dedicò grande attenzione al caso Mattarella. Convinto che dietro quell’omicidio potesse celarsi un intreccio tra mafia e eversione nera, Falcone seguì la cosiddetta “pista nera”. Nel 1984 raccolse la clamorosa confidenza di un pentito di area neofascista, Cristiano Fioravanti, il quale rivelò che suo fratello Valerio “Giusva” Fioravanti, leader dei NAR, organizzazione terroristica di estrema destra, gli aveva confidato di aver “ucciso in Sicilia un importante politico”. Il riferimento apparve subito legato al delitto Mattarella. Falcone considerò attendibile quella rivelazione e fece ciò che sembrava impensabile: iscrisse nel registro degli indagati Giusva Fioravanti e un altro neofascista, Gilberto Cavallini, imputandoli come esecutori materiali dell’omicidio Mattarella.

Il processo che ne seguì, celebrato negli anni ’80 parallelamente a quello contro i mandanti mafiosi, fu carico di tensioni. Irma Mattarella, la vedova di Piersanti, depose in aula riconoscendo proprio in Giusva Fioravanti l’uomo che aveva visto sparare alla guida della Fiat 132 quella mattina. Anche Cristiano Fioravanti confermò le accuse contro il fratello. Ciononostante, la pista neofascista si scontrò con prove insufficienti e forse con resistenze occulte: Fioravanti e Cavallini vennero assolti con sentenza definitiva, facendo cadere, almeno in tribunale, l’ipotesi di un loro coinvolgimento. Rimase però il sospetto che la mafia potesse aver subappaltato l’omicidio a killer “esterni”. Come sintetizzò Falcone stesso in un’audizione alla Commissione Parlamentare Antimafia nel novembre 1989, «si tratta di capire se e in quale misura la pista nera sia alternativa a quella mafiosa o si compenetri con quella mafiosa». Questo dubbio, osservò Falcone, era il nodo irrisolto: mafia e neofascisti potevano aver agito in concorso, mossi da “convergenze di interessi politico-criminali”. Parole che restarono scolpite negli atti, ma che nessuna sentenza chiarì mai fino in fondo.

Depistaggi e misteri: il “giallo” del guanto scomparso

In parallelo alle indagini ufficiali, col tempo affiorarono inquietanti indizi di depistaggi interni alle istituzioni, volti a ostacolare la scoperta della verità. Simbolo di questi depistaggi è diventato quel guanto di pelle marrone rinvenuto nell’auto abbandonata dai killer il giorno dell’omicidio. Il guanto, un indumento da uomo per mano destra, in pelle scura, fu persino immortalato in una fotografia scattata dalla Polizia Scientifica dentro la Fiat 127 usata per la fuga. Avrebbe potuto rappresentare un reperto cruciale: come spiegò in Parlamento due giorni dopo il delitto l’allora ministro dell’Interno Virginio Rognoni, quello era «l’unico elemento che potrebbe appartenere ai criminali», l’unica traccia fisica lasciata dagli assassini. Andava perciò custodito con massima cura per cercarvi impronte, fibre, qualsiasi indizio utile a identificare i colpevoli.

Eppure, incredibilmente, di quel guanto si perse ogni traccia. L’oggetto non venne repertato formalmente insieme agli altri materiali trovati sull’auto, che infatti furono riconsegnati al proprietario della 127 rubata, ma seguì un percorso anomalo orchestrato da qualcuno. Secondo documenti interni scoperti anni dopo, il 7 gennaio 1980 un funzionario della Squadra Mobile di Palermo, Filippo Piritore, redasse un rapporto in cui affermava di aver consegnato il guanto a un agente della Scientifica (Giuseppe Di Natale) perché lo portasse al magistrato titolare delle indagini, il sostituto procuratore Pietro Grasso. Tale procedura risultava già inusuale, normalmente sarebbe la Scientifica a trattenere il reperto per le analisi, non a recapitarlo direttamente in Procura. Ma la vicenda si fece addirittura sospetta quando emerse che nessuno, né in Procura né in Scientifica, aveva mai visto quel guanto dopo la consegna: non esisteva alcun verbale firmato dal PM o dalla sua segreteria che attestasse il ricevimento. Anni dopo, interrogato dai magistrati, l’agente Di Natale negò di aver mai conosciuto Piritore di persona, e lo stesso Pietro Grasso ha smentito recisamente di aver mai dato istruzioni sul reperto. Nel rapporto di Piritore compariva persino un misterioso secondo agente, indicato come “Lauricella”, cui il guanto sarebbe stato affidato per riportarlo in Scientifica, peccato che quel nome risulti inesistente negli archivi e che l’agente non sia mai stato identificato.

Il sospetto è evidente: qualcuno fece sparire il guanto per impedire che venisse analizzato. «Tra le cause ipotizzabili vi potrebbe essere anche il depistaggio delle indagini», ha commentato a posteriori il criminologo Vincenzo Musacchio, rilevando come la sparizione deliberata di un reperto così importante sia un fatto “certamente utile a inquinare la ricerca della verità”. Di quella sparizione si è cercato a lungo il responsabile. Solo di recente la giustizia è arrivata a un punto di svolta: il 24 ottobre 2025, a quasi 45 anni dai fatti, l’ormai ex funzionario Filippo Piritore (divenuto nel frattempo Prefetto a riposo) è stato arrestato con l’accusa di depistaggio per il caso Mattarella. Secondo la Procura di Palermo, guidata da Maurizio De Lucia, Piritore all’epoca “dichiarò il falso e omise informazioni rilevanti” proprio riguardo al guanto scomparso. In altre parole, avrebbe mentito su cosa ne fu dell’unico indizio che poteva ricondurre agli assassini.

L’arresto di Piritore ha confermato quello che molti sospettavano: pezzi deviati delle istituzioni inquinarono le indagini già nelle prime ore dopo il delitto. Il fatto che Piritore all’epoca operasse alle dipendenze del controverso dirigente di polizia Bruno Contrada (poi condannato per collusione mafiosa e successivamente, dopo un ricorso alla Cedu, ritenuto non punibile) non fa che rafforzare l’ipotesi di complicità interne. Il guanto, ad oggi, non è mai stato ritrovato. «Senza alcuna ombra di dubbio quel guanto ci avrebbe fornito dati utili a ricostruire la verità», sottolinea Musacchio, che definisce “preoccupanti” le stranezze della sua gestione. Tutti gli unici documenti rinvenuti sul punto portano la firma di Piritore; nulla è stato mai più saputo di quell’oggetto, potenzialmente decisivo per “qualificare la matrice del delitto Mattarella, sulla quale purtroppo ancora oggi regna […] il buio più assoluto”.

Processi e verdetti: mandanti condannati, killer ignoti

Sul piano giudiziario, la ricerca di giustizia per Piersanti Mattarella è stata lunga e parziale. Come detto, le indagini confluirono in due filoni: quello sui mandanti mafiosi e quello sui possibili esecutori materiali. Il processo per i “delitti politici” (Mattarella-Reina-La Torre) contro i boss di Cosa Nostra si aprì solo dodici anni dopo, il 12 aprile 1992, nell’aula bunker dell’Ucciardone. Fu un dibattimento epocale, che vide persino il capo dei capi Salvatore “Totò” Riina, appena arrestato, comparire in aula per la prima volta. Riina, tronfio, negò persino l’esistenza di Cosa Nostra bollandosi come vittima di complotti, ma la Corte aveva ben altri elementi. Nell’aprile 1995 arrivò la sentenza di primo grado che fece finalmente luce almeno sui mandanti: Totò Riina, Bernardo Provenzano, Pippo Calò, Francesco Madonia, Michele Greco e Nenè Geraci, ossia l’intera cupola corleonese dell’epoca, furono condannati in via definitiva come mandanti dell’assassinio. La loro colpa: aver deliberato l’eliminazione di Mattarella per fermare la sua azione di pulizia nella pubblica amministrazione siciliana. La sentenza del ’95, come visto, motivò chiaramente il movente del delitto nella volontà del presidente di “incidere su interessi illeciti” spezzando il circuito mafia-politica.

Restava però un buco nero: i killer che eseguirono il delitto non avevano ancora un volto certo. Il processo parallelo contro Fioravanti e Cavallini si era concluso con un nulla di fatto, lasciando senza colpevoli ufficiali l’esecuzione materiale. Negli anni seguenti, nessun nuovo pentito fornì dettagli risolutivi sugli esecutori. Persino il maxi-processo di Palermo istruito da Falcone e Borsellino, pur coprendo centinaia di delitti di mafia, non riuscì a chiarire quell’episodio. Uno spiraglio si ebbe a metà anni ’90 grazie alle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Francesco Di Carlo: costui riferì che il boss Bernardo Brusca (padre di Giovanni Brusca) gli confidò che ad uccidere Mattarella era stato il mafioso Antonino Madonia, e che la “pista nera” era stata artatamente imboccata dagli investigatori dell’epoca per sviare le indagini. Di Carlo fece tali rivelazioni durante l’appello del processo “delitti politici”, ma all’epoca non portarono a condanne concrete: Madonia era già in carcere per altri omicidi e l’indicazione rimase lettera morta nei verbali, senza nuovi processi specifici.

È solo in tempi recentissimi che la verità giudiziaria ha compiuto un ulteriore passo avanti. La Procura di Palermo ha riaperto il caso da alcuni anni, un cold case che brucia ancora, e nel 2023 ha dato impulso a nuove investigazioni mirate. Gli inquirenti sono andati a recuperare fotografie e filmati dell’epoca, setacciando gli archivi di giornali e agenzie stampa per rianalizzare ogni immagine scattata sulla scena del crimine immediatamente dopo l’omicidio. L’idea è che oggi, con la tecnologia moderna, da quei fotogrammi possa emergere un dettaglio sfuggito: il volto di un killer tra la folla, la targa di un’auto di copertura, qualsiasi elemento finora trascurato. E parallelamente, sulla scorta delle indicazioni di pentiti come Di Carlo, la Procura ha finalmente iscritto nel registro degli indagati due storici killer di Cosa Nostra: Antonino Madonia (72 anni, figlio del boss Francesco Madonia) e Giuseppe “Lucchiseddu” Lucchese (67 anni). Entrambi sono vecchie conoscenze, già condannati a più ergastoli per delitti eccellenti. Secondo la ricostruzione investigativa odierna, Madonia sarebbe stato l’uomo che materialmente sparò a Mattarella, dapprima esplodendo i primi colpi, poi tornando alla Fiat 127 a prendere la seconda pistola e di nuovo aprendo il fuoco, mentre Lucchese avrebbe guidato l’auto del commando, rubata la sera prima e poi abbandonata dopo la fuga. Questa pista “interna” a Cosa Nostra esclude dunque la necessità di sicari neofascisti esterni: la mafia avrebbe agito con le proprie forze, sia come mente sia come braccio armato.

Se tale ipotesi troverà conferme definitive, calerebbe il sipario su decenni di misteri sull’identità degli esecutori. Antonino Madonia, già indicato da Brusca e Di Carlo, e Giuseppe Lucchese rappresenterebbero i nomi finora mancanti. La tesi attuale degli inquirenti è che “Cosa Nostra fece tutto da sola”, senza l’appoggio logistico di gruppi eversivi di destra. È un’interpretazione che contrasta con quella perseguita da Falcone, ma che riflette l’esito dei processi: finora nessun appartenente alla galassia neofascista è mai stato condannato per il delitto Mattarella. Resta comunque aperto il capitolo delle eventuali coperture politiche. Nel corso del processo Andreotti (1995-99), ad esempio, emerse che il pentito Marino Mannoia aveva parlato di due riunioni segrete avvenute a Palermo a fine 1979, in cui i boss mafiosi manifestarono agli onorevoli Salvo Lima e Giulio Andreotti il loro odio verso Piersanti Mattarella. La Cassazione giudicò attendibile almeno una di quelle riunioni. Andreotti, processato per concorso esterno in associazione mafiosa, venne assolto, ma con la formula della prescrizione per i fatti antecedenti al 1980, il che in sostanza riconobbe che ebbe rapporti ambigui con i boss sino a quell’anno cruciale. Secondo Mannoia, Andreotti era consapevole dell’insofferenza di Cosa Nostra verso la condotta di Mattarella, ma non fece nulla per avvertire né il diretto interessato né le autorità. È un fatto storico-politico di enorme gravità, sebbene non tradottosi in condanna penale, che conferma come attorno al caso Mattarella si intrecciarono interessi criminali e coperture ai più alti livelli. Il risultato è che, a quasi mezzo secolo di distanza, l’omicidio Mattarella rimane sì rubricato come delitto di mafia, ma con un’ombra lunga di complicità esterne mai completamente dissipata.

Memorie, voci e eredità di un sacrificio

Ancora oggi, la figura di Piersanti Mattarella campeggia tra quelle dei martiri dello Stato che l’Italia onora nella sua lotta per la legalità. Le testimonianze di chi lo conobbe e combatté la sua stessa battaglia ne tracciano un ricordo luminoso. “Mattarella incarnò l’immagine dell’homo novus per la DC siciliana”, ha scritto chi ne ha studiato la vicenda, “un giovane leader con una visione moderna… Lottava per estirpare clientelismi e mafie dalle istituzioni, portando un messaggio di speranza straordinario ma anche pericoloso per gli equilibri consolidati”. Il coraggioso ispettore Enzo Mignosi, quello del “pilone di cemento”, ha ricordato come Mattarella non esitasse a mettersi in gioco in prima persona per sostenere i servitori dello Stato mostrandosi perfettamente consapevole che la sua sorte era legata all’esito di quella guerra contro gli interessi mafiosi.

La famiglia Mattarella ha sempre vissuto con grande compostezza e dignità questo dolore. Sergio Mattarella, che nel tragico mattino dell’Epifania 1980 strinse tra le braccia il fratello morente, raramente parla in pubblico di quel trauma. In un’intervista di alcuni anni fa alla CNN, spiegò che Piersanti fu ucciso “per aver cercato di liberare la Sicilia dalla mafia”, e che ricordarne il sacrificio significa tenere vivo l’impegno per una società più giusta e libera dalla corruzione. Anche la vedova, Irma, portò per anni il peso di quella memoria: la sua testimonianza coraggiosa in tribunale fu determinante per inchiodare i sospetti.

Importanti voci istituzionali hanno negli anni sottolineato la eredità morale di Piersanti Mattarella. “Un uomo delle istituzioni eliminato perché nemico della mafia, anche politica”, lo ha definito un noto quotidiano, evidenziando come il suo fosse il primo di una lunga serie di omicidi eccellenti voluti da Cosa Nostra anche per conto di settori della politica collusa. L’attuale sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, che da giovane giurista collaborò con Mattarella, ama ricordare il suo rigore e la sua coerenza: “Lui sapeva chi erano i suoi nemici” – ovvero la mafia e i suoi referenti – ma non per questo arretrò di un passo.

A quarant’anni dai fatti, nel gennaio 2020, durante una solenne commemorazione all’Assemblea Regionale Siciliana, Sergio Mattarella e l’intera classe politica siciliana hanno reso omaggio alla memoria di Piersanti. In quell’occasione è stato ribadito come il suo assassinio segnò “uno spartiacque nella storia italiana”, rivelando a tutti la profondità delle connivenze esistenti e al tempo stesso spronando le coscienze oneste a reagire. L’assassinio di Mattarella fu preludio di una stagione di sangue culminata nelle stragi di Capaci e Via D’Amelio del 1992: “Con Falcone e Borsellino sono cadute le nostre Torri Gemelle”, ha detto una volta lo scrittore Andrea Camilleri, indicando come dopo quelle perdite nessuno poté più fingere di ignorare il cancro mafioso. Ma già nel 1980, commenta Il Manifesto, “per chi lo volesse vedere, tutto ciò era chiaro in quella livida epifania”: era chiaro quale “cocente sconfitta dello Stato” rappresentasse la morte di Mattarella e quale isolamento soffrissero gli uomini antimafia lasciati soli nelle istituzioni.

Oggi, grazie anche agli ultimi sviluppi investigativi, la speranza è che la vicenda giudiziaria di Piersanti Mattarella possa giungere a completa verità. Dopo l’arresto per depistaggio dell’ex funzionario Piritore, il Procuratore De Lucia ha dichiarato che “pezzi deviati delle istituzioni” inquinarono quelle indagini fin dal principio. Ma finalmente, con i nuovi elementi emersi (come le foto d’epoca e i due killer individuati), sembra possibile dare un nome e un volto agli assassini rimasti impuniti. “Ci lascia ben sperare la svolta impressa dalla Procura di Palermo”, ha affermato nel 45º anniversario il segretario del PD siciliano, riferendosi ai nuovi indagati e auspicando che “si possa raggiungere la verità su uno dei fatti più gravi della nostra storia”. Il sacrificio di Mattarella, infatti, non riguarda solo la Sicilia ma l’Italia intera: colpendo lui, la mafia lanciò un messaggio di sfida allo Stato democratico.

“Ricordarlo oggi, a 45 anni dall’assassinio, significa rendere omaggio al suo sacrificio per difendere il bene comune, la giustizia e la libertà”, ha dichiarato Roberta Schillaci, della Commissione Antimafia siciliana, il 6 gennaio 2025. E ricordarlo significa anche rinnovare l’impegno, per cittadini e istituzioni, a non abbassare mai la guardia di fronte alla mafia e a ogni forma di illegalità. Piersanti Mattarella resta un esempio limpido di integrità politica e coraggio civile: un presidente gentile nei modi ma inflessibile nei principi, che sognava “una Sicilia dalle carte in regola” e un’Italia libera dal ricatto mafioso. La sua morte, tragica e ancora per molti versi irrisolta, è divenuta seme di consapevolezza e di cambiamento. Sta a noi, oggi, raccoglierne il testimone, affinché quel sacrificio non sia stato vano e perché – come diceva lui – «il peggio va affrontato», sempre.

Roberto Greco

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