Salute mentale post-pandemica: tra l’insufficienza del “Bonus” e il nodo dei Livelli Essenziali di Assistenza

I dati parlano chiaro: a fronte di centinaia di migliaia di domande, solo una minima frazione degli aventi diritto riesce effettivamente ad accedere alle sedute finanziate

Text with image

Each element can be added and moved around within any page effortlessly. All the features you need are just one click away.

Reading Time: 3 minutes

Il quadro della salute mentale in Italia ha subito una metamorfosi drammatica nell’ultimo triennio. Se prima della pandemia il sistema dei Dipartimenti di Salute Mentale (DSM) appariva già in sofferenza per un cronico definanziamento, l’onda d’urto del disagio post-Covid ha agito da catalizzatore, portando al collasso una rete territoriale non più in grado di garantire i Livelli Essenziali di Assistenza (LEA). In questo scenario, le risposte politiche basate sulla logica dei contributi “una tantum”, come il Bonus Psicologo, aprono un dibattito critico sulla reale efficacia delle strategie di programmazione sanitaria nazionale.

L’illusione del Bonus e il limite del “Click-Day”

Il Bonus Psicologo, introdotto come misura emergenziale e poi parzialmente stabilizzato, rappresenta un caso di studio emblematico. Se da un lato ha avuto il merito di abbattere lo stigma sociale legato alla psicoterapia, dall’altro ha evidenziato l’incapacità dello Stato di offrire risposte strutturali. La modalità di erogazione, basata su graduatorie legate all’ISEE e sulla rapidità di inserimento della domanda, ha trasformato un diritto alla salute in una sorta di “lotteria del benessere”.

I dati parlano chiaro: a fronte di centinaia di migliaia di domande, solo una minima frazione degli aventi diritto riesce effettivamente ad accedere alle sedute finanziate. Inoltre, l’erogazione di un pacchetto limitato di sedute (spesso non superiore a cinque o dieci) contrasta con l’evidenza clinica che vede nei percorsi di psicoterapia processi di medio-lungo termine. Il rischio, già segnalato da numerosi ordini professionali, è quello di avviare percorsi terapeutici che vengono interrotti bruscamente per esaurimento dei fondi, lasciando il paziente in una condizione di abbandono istituzionale ancora più grave.

Leggi anche “Settimana del Cervello 2026: focus sul rapporto tra AI e benessere mentale”

Il definanziamento dei DSM: un vulnus nazionale

Mentre il settore privato vive una stagione di espansione senza precedenti, la sanità pubblica registra un declino costante delle risorse. La quota del Fondo Sanitario Nazionale destinata alla salute mentale è ferma, in quasi tutte le Regioni, a una soglia vicina al 3%. Si tratta di un dato molto lontano dal 5% concordato in sede di Conferenza Stato-Regioni nel lontano 2001 e ancora più distante dalle medie europee (Germania, Francia e Regno Unito investono tra l’8% e il 12%).

Questa carenza si traduce in una desertificazione dei centri territoriali. Mancano psichiatri, psicologi clinici e infermieri specializzati. Molti concorsi vanno deserti o non vengono banditi per vincoli di bilancio, portando alla chiusura di ambulatori e alla riduzione delle ore di assistenza. Di conseguenza, i Centri di Salute Mentale (CSM) si riducono spesso a presidi per la gestione delle acuzie e della farmacoterapia, perdendo la loro funzione originaria di riabilitazione e supporto psicoterapeutico.

Il nodo dei disturbi alimentari e dei minori

Particolarmente critica è la situazione relativa alla neuropsichiatria infantile e ai disturbi del comportamento alimentare (DCA). L’abbassamento dell’età d’esordio delle patologie, con casi registrati già a partire dagli 8-9 anni, ha trovato il sistema impreparato. I posti letto in strutture specializzate sono insufficienti, costringendo molte famiglie a migrazioni sanitarie dal Sud verso il Centro-Nord, con costi umani e sociali insostenibili.

Il recente dibattito sul taglio del fondo per i disturbi alimentari, poi parzialmente ripristinato dopo le proteste di piazza, è il sintomo di una visione politica che considera la salute mentale come una “voce di spesa accessoria” piuttosto che un investimento produttivo sulla salute pubblica e sulla tenuta del capitale umano del Paese.

Verso una riforma della psicologia nel SSN

Per superare la logica dei bonus, la comunità scientifica e professionale propone l’inserimento dello “Psicologo delle Cure Primarie” (o psicologo di base) come figura strutturale all’interno delle Case della Comunità previste dal PNRR. L’obiettivo sarebbe quello di intercettare il disagio ai primi sintomi, evitando la cronicizzazione delle patologie e riducendo l’impatto sui livelli di assistenza secondaria e terziaria.

In conclusione, la salute mentale degli italiani non può dipendere dalla velocità di una connessione internet durante un click-day. È necessaria una riforma che vincoli una percentuale fissa del fondo sanitario alla salute mentale, che potenzi i concorsi pubblici per professionisti psicologi e che garantisca la continuità delle cure. Senza un cambio di rotta, il “diritto alla speranza” resterà un lusso per pochi, sancendo la definitiva frattura dell’universalità del sistema sanitario nazionale.

Sonia Sabatino

Leggi anche “Settimana del Cervello 2026: focus sul rapporto tra AI e benessere mentale”

Ultimi Articoli