Savoca, molto più della Sicilia de «Il Padrino»: il borgo dove la storia si nasconde tra le pietre

Savoca, in Sicilia, non è soltanto il borgo de Il Padrino: tra antichi riti funerari, tracce della comunità ebraica e chiese medievali, una storia tutta da riscoprire.

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Savoca, foto di Renato Falcone
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A Savoca, c’è un momento in cui il cinema smette di essere il protagonista. Accade quando si attraversa una piazza silenziosa, quando lo sguardo si posa sulle rovine di una chiesa o quando, dietro una facciata apparentemente anonima, si scopre la traccia di una storia che nessuna macchina da presa ha mai raccontato.

Il paese che Francis Ford Coppola scelse nel 1972 per ambientare alcune delle scene più celebri de Il Padrino è diventato, nel tempo, uno dei luoghi siciliani più riconoscibili al mondo. Il Bar Vitelli, il sagrato della chiesa di San Nicolò, le strade di pietra: immagini che hanno consegnato Savoca all’immaginario cinematografico internazionale.

Ma il paese che si affaccia sulle colline messinesi, poco distante dalla costa ionica, custodisce una memoria molto più antica del film. Una memoria fatta di comunità scomparse, rituali, devozioni, architetture trasformate e frammenti di una Sicilia che, per essere conosciuta, richiede uno sguardo più attento.

È questa la storia meno raccontata di Savoca: quella che comincia ben prima del cinema e continua anche quando i visitatori hanno già lasciato il borgo.

Quando Savoca era una terra di giudici, archiomandriti e cappellani greci

Per comprendere l’identità di Savoca bisogna tornare indietro di molti secoli, quando il paese rappresentava un importante centro del territorio collinare affacciato sullo Ionio.

La sua storia è legata anche alla presenza dell’Archimandrita di Messina, autorità ecclesiastica di rito greco che esercitò il proprio potere su numerose comunità della Sicilia nordorientale. Un’eredità che si ritrova nelle testimonianze religiose e nelle vicende degli edifici sacri.

La chiesa di San Nicolò, oggi conosciuta anche come chiesa di Santa Lucia, conserva proprio una traccia di questo passato. La sua costruzione risale al XIII secolo e un documento del 1308 attesta la presenza di cappellani greci, impegnati nella celebrazione della liturgia.

Non è soltanto una chiesa panoramica, dunque, ma una testimonianza di quella Sicilia nella quale convivevano tradizioni religiose differenti e nella quale i centri dell’entroterra svolgevano funzioni amministrative e spirituali di grande rilievo.

L’edificio, profondamente trasformato nel corso dei secoli, conserva oggi un aspetto prevalentemente settecentesco. Sotto la piazzetta antistante si trovano inoltre cripte-ossuario con i resti di abitanti di Savoca vissuti tra il XIV e il XIX secolo.

È un dettaglio che modifica la percezione del luogo: sotto lo spazio pubblico, quello che oggi appare come un semplice punto di passaggio, esiste un’altra città, fatta di generazioni e memorie sepolte.

La morte come rito: il colto più inatteso del borgo

A Savoca la storia della morte non è relegata a un racconto marginale. Per secoli, i rituali funebri hanno rappresentato una parte importante della vita collettiva.

Nel complesso del convento dei Cappuccini, fondato nel Seicento, si trova una cripta nella quale sono conservati i corpi mummificati di alcuni esponenti delle famiglie più importanti dell’antica comunità savocese.

La pratica della mummificazione, documentata anche in altre località siciliane, prevedeva un processo di essiccazione naturale dei corpi. Il trattamento poteva durare diverse settimane, prima che le spoglie venissero rivestite e collocate nella cripta.

Ma il dato più curioso riguarda le consuetudini che accompagnavano i funerali.

Secondo le informazioni storiche conservate dal Comune, fino a circa il 1870, durante le processioni funebri, ai lati del feretro procedevano sei uomini con bracieri ardenti. Alle loro spalle seguivano le prefiche, le donne incaricate di accompagnare il lutto con il pianto rituale.

È un’immagine lontana dalla Sicilia da cartolina e vicina, invece, a una cultura nella quale il rapporto con la morte era pubblico, comunitario e profondamente simbolico.

La cripta dei Cappuccini non racconta soltanto la sorte di alcuni notabili. Restituisce uno spaccato della società savocese, delle sue gerarchie e del modo in cui una comunità affrontava il passaggio tra la vita e la morte.

La tracce di una comunità ebraica e le storie che non si vedono

Tra i dettagli meno conosciuti del centro storico c’è quello legato alla presenza di una comunità ebraica. Nei pressi della chiesa di San Michele, uno degli edifici religiosi più antichi del borgo, sono ancora visibili le tracce di quella che viene indicata come l’antica sinagoga degli ebrei di Savoca.

Non si tratta di un monumento integro, né di uno spazio musealizzato capace di raccontare da solo l’intera vicenda. È piuttosto una testimonianza frammentaria, una presenza suggerita dalle rovine e dalla memoria storica del quartiere.

Ed è proprio questa dimensione a rendere interessante la scoperta: a Savoca, la storia non si presenta sempre attraverso edifici perfettamente conservati o percorsi espositivi. Talvolta sopravvive in un muro, in una planimetria, in un riferimento documentario.

La chiesa di San Michele, risalente a un’epoca anteriore al 1250, conserva a sua volta tracce di numerose trasformazioni. I suoi portali gotico-siculi, gli affreschi seicenteschi e la posizione legata all’antico insediamento fortificato raccontano la complessità di un centro che, nel corso del tempo, ha cambiato volto senza perdere del tutto le proprie stratificazioni.

A poca distanza si trovano anche i resti della chiesa di Gesù e Maria, legata a una confraternita attiva a Savoca tra il Cinquecento e il Seicento. Le sue mura, decorate da fregi floreali di gusto barocco, sono ciò che rimane di un edificio che un tempo partecipava alla vita religiosa del paese.

Il bar Vitelli e la seconda vita di un paese

Nel 1972, Savoca entrò nella storia del cinema grazie a Francis Ford Coppola, che la scelse come scenario per alcune sequenze de Il Padrino.

Il Bar Vitelli, ospitato in un antico palazzo della famiglia Trimarchi, divenne il luogo simbolo di questa stagione cinematografica. Ma c’è un particolare che racconta quanto il film abbia inciso sulla vita del paese: fino a quell’anno, il locale non aveva il nome con cui oggi è conosciuto.

Fu proprio in occasione delle riprese che assunse la denominazione di Bar Vitelli.

Il cinema ha così aggiunto un nuovo capitolo a una storia già secolare, trasformando un edificio privato in un luogo riconoscibile in ogni angolo del mondo.

Anche la piazza principale conserva segni di questa memoria più recente. Accanto agli edifici storici si trovano sculture e testimonianze dedicate al rapporto tra Savoca e il regista americano. Eppure, fermarsi al film significherebbe perdere una parte essenziale dell’identità del borgo.

Per comprendere più da vicino l’identità di questo borgo, le sue tradizioni e il percorso che lo accompagna  oggi verso il futuro abbiamo intervistato il Sindaco Massimo Stracuzzi, Sindaco di Savoca dal 2020 e riconfermato alla guida del Comune nel 2026.

Quali sono le radici e le testimonianze del passato di Savoca che, secondo lei, rappresentano maggiormente l’identità della comunità e che meritano di essere tramandate alle nuove generazioni?

«Savoca ha un patrimonio storico e culturale straordinario, ma credo che la sua vera identità non sia rappresentata soltanto dai monumenti. È soprattutto il risultato della storia delle persone che hanno abitato questo territorio, delle nostre famiglie, delle tradizioni religiose e popolari, degli antichi mestieri e di quel forte senso di appartenenza che ancora oggi lega i savocesi al proprio paese.

Il centro storico, le nostre chiese, i conventi, le antiche abitazioni, i vicoli e le testimonianze artistiche raccontano secoli di storia. Ma altrettanto importanti sono le frazioni, perché

Savoca non è soltanto il borgo medievale che tutti conoscono: è un territorio composto da diverse comunità che, insieme, ne costituiscono l’identità.

Il nostro compito è conservare questo patrimonio e, soprattutto, trasmetterlo alle nuove generazioni. Un paese che conosce la propria storia può affrontare il futuro senza perdere la propria identità».

Come vive oggi Savoca il rapporto tra la propria storia, le tradizioni e la notorietà internazionale legata anche a Il Padrino?

«Il Padrino rappresenta certamente una parte importante della notorietà internazionale di Savoca. Ancora oggi arrivano visitatori da ogni parte del mondo per vedere personalmente i luoghi nei quali Francis Ford Coppola girò alcune delle scene più celebri del film.

È una grande opportunità, che dobbiamo continuare a valorizzare, ma Savoca non può e non deve essere identificata esclusivamente con Il Padrino. Chi arriva attirato dal cinema deve avere l’ opportunità di scoprire tutto il resto: la storia millenaria del borgo, le chiese, i monumenti, le tradizioni, il paesaggio, l’enogastronomia e soprattutto la comunità che ancora oggi vive questo territorio.

La sfida è proprio questa: utilizzare la notorietà internazionale come una porta d’ingresso, trasformando la visita legata al cinema in un’ occasione per conoscere la vera Savoca».

Quali sono i progetti dell’amministrazione per valorizzare Savoca nei prossimi anni e renderla sempre più un borgo vivo e non soltanto una destinazione turistica?

«Questa è probabilmente la sfida più importante. Il turismo è fondamentale per Savoca, ma un borgo non può vivere soltanto di turismo. Deve essere innanzitutto un luogo nel quale sia possibile vivere, crescere una famiglia, lavorare e costruire il proprio futuro.

Per questo la nostra azione amministrativa guarda contemporaneamente alla valorizzazione del centro storico e alla qualità della vita dell'intero territorio comunale.

Significa investire nei servizi, nelle scuole e nei servizi per le famiglie, nelle infrastrutture, negli impianti sportivi, nella viabilità, nella sicurezza del territorio e nella cura degli spazi pubblici.

Allo stesso tempo vogliamo continuare a recuperare e valorizzare il patrimonio storico e culturale, migliorare l’accoglienza e i servizi turistici e creare le condizioni affinché leattività economiche possano investire sul territorio.

L’ obiettivo dei prossimi anni è quindi molto chiaro: una Savoca capace di accogliere sempre meglio chi viene a visitarla, ma soprattutto capace di offrire opportunità e servizi a chi sceglie di viverci ogni giorno.

Perché il risultato più importante non sarà soltanto avere più turisti, ma riuscire a consegnare alle nuove generazioni un paese vivo, curato e capace di guardare al futuro senza perdere la propria identità».

Savoca non è soltanto il paese in cui Michael Corleone sposò Apollonia sul grande schermo. È una comunità che ha attraversato secoli di trasformazioni, che ha visto cambiare i propri luoghi di culto, che ha custodito rituali legati al lutto, che conserva tracce di presenze religiose e culturali diverse e che ha conosciuto, nel Novecento, una nuova notorietà grazie al cinema.

Il suo fascino più autentico sta forse proprio nella distanza tra ciò che tutti conoscono e ciò che ancora rimane da scoprire. Dietro una fotografia del Bar Vitelli può esserci la storia di un palazzo settecentesco. Dietro il sagrato di San Nicolò, quella di un’antica liturgia greca. Dietro le mura di San Michele, le tracce di una comunità scomparsa.

A Savoca, il passato non è un fondale. È una presenza discreta che continua a emergere dalle pietre, dalle architetture e dai racconti di chi quel paese lo abita.

Attraverso I Borghi di Sicilia proponiamo un modo più interessante per tornare a guardare un borgo che il mondo crede già di conoscere.

Federica Dolce

Savoca-vista-dallalto, foto di Renato Falcone
Porta-della-citta-Savoca, foto di Giuseppe Parisi
Centro-storico-di-Savoca-e-sullo-sfondo-la-Chiesa-di-San-Michele,foto do Giuseppe Parisi