Petralia Sottana, Petralia Soprana, Polizzi Generosa: sono tre dei centri madoniti più vicini all’epicentro della scossa di magnitudo 3.3 registrata lunedì alle 14:57, avvertita distintamente dalla popolazione e in diversi casi seguita dall’uscita in strada dei residenti. L’epicentro si trova due chilometri a nord dell’abitato di Petralia Sottana, l’ipocentro a nove chilometri di profondità, secondo la localizzazione della Sala Sismica dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) di Roma. Nessun danno a persone o cose.
Una zona sismica sì ma non ad alta sismicità, è così che Raffaele Azzaro, dirigente di ricerca e sismologo dell’INGV all’Osservatorio Etneo, inquadra il comprensorio madonita, dove i terremoti non sono rari ma, fortunatamente, contenuti nella loro energia massima. «Sicuramente è una zona che nel tempo ha dato vari terremoti», spiega, «di magnitudo massima più o meno 5, 5.3, non di più, sono intorno o poco sopra 5». Eventi che hanno prodotto danni moderati ai centri abitati, distribuiti in modo disomogeneo lungo il massiccio: «Un colpo magari a Geraci, un altro colpo a Castelbuono, un altro colpo a Isnello dall’altro lato».

Le sequenze storiche documentate risalgono all’Ottocento, con una serie di scosse che Azzaro colloca a partire dal 1819. L’ultimo terremoto ad avere prodotto danni reali nella zona è, invece, recente e nel comprensorio se ne conserva memoria diretta: quello di Pollina del giugno 1993 che «ha danneggiato tutta la parte del centro storico di Pollina, che è arroccata». Fra quella data e oggi le scosse avvertite dalla popolazione sono state numerose, con caratteristiche simili a quella di lunedì.
Ciò che rende difficile ricondurre questi eventi a una struttura precisa è la loro profondità. «Non sono faglie visibili in superficie quelle che danno origine a questi terremoti», chiarisce Azzaro, «perché sono terremoti un po’ più profondi rispetto a quelli delle nostre zone. Solitamente sono otto, nove, anche dieci chilometri».
Quello di lunedì rientra esattamente in quella fascia. Restano comunque, precisa, «strutture tettoniche attive legate al processo di convergenza tra la placca eurasiatica e la placca africana», la stessa che ha sollevato la catena montuosa siciliana dai Nebrodi ai monti di Palermo.
Nessun rapporto, invece, con le scosse che nelle scorse settimane hanno interessato il mare intorno a Ustica, dove a Ferragosto l’INGV ha localizzato quattro eventi fra magnitudo 2.2 e 3.0 a profondità comprese fra gli undici e i quattordici chilometri. «Là siamo in pieno mar Tirreno», spiega Azzaro, «e quella zona è attraversata da una serie di faglie trascorrenti, quindi con forti movimenti laterali, che passano nella zona di Ustica e poi proseguono verso le isole Eolie. È un altro tipo di situazione».
Ma, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, le scosse a ridosso di Ferragosto non hanno nessuna correlazione con l’origine vulcanica dell’Isola; infatti, i terremoti usticesi sono «tipicamente di origine tettonica» e dove il vulcanismo è estinto, come a Ustica, la sismicità vulcanica «praticamente si azzera».
Il monitoraggio sismico dell’isola è ripartito fra due strutture dell’istituto: all’Osservatorio Etneo di Catania spetta la Sicilia orientale, comprese le aree vulcaniche fino alle Eolie; all’Osservatorio Nazionale Terremoti il resto del territorio, dalla Sicilia centrale a quella occidentale. Le stazioni non registrano soltanto il segnale sismico, bensì compongono una rete multiparametrica integrata con il GPS per rilevare le deformazioni del suolo e con le stazioni di monitoraggio geochimico, collegate ai centri di acquisizione via satellite o fibra ottica. La manutenzione, ricorda Azzaro, resta lavoro di uomini sul campo: il gruppo di Catania, i colleghi della sede di Cefalù per la Sicilia centrale, quelli di Palermo che collaborano con l’Osservatorio Nazionale Terremoti di Roma.
Andrea Maria Rapisarda Mattarella