Esiste ancora, nonostante la digitalizzazione imperante, un rito antico che ogni settembre pretende di restituire ordine al mondo. È il suono metallico della campanella che perfora l’aria calda delle città siciliane, il vocio che si riappropria dei corridoi, l’odore di gesso e di pittura fresca che tenta invano di coprire le crepe delle pareti scolastiche. Eppure, dietro la solennità di questo appuntamento istituzionale, la ripartenza della macchina scolastica nell’isola rivela una frattura profonda. Per una fetta imponente di lavoratrici, lavoratori, studenti e famiglie, quel suono non rappresenta l’inizio di un percorso stabile, ma l’ennesima iterazione di un’attesa sospesa. Per loro, in realtà, la campanella non suona.
La vertigine dei numeri: il paradosso dell’isola
A guardare la mappa del reclutamento tracciata dagli Uffici Scolastici Provinciali e denunciata con fermezza dalle sigle sindacali alla vigilia dell’avvio dell’anno scolastico, la dimensione del fenomeno travalica il concetto stesso di emergenza per assumere i contorni di una condizione strutturale.
Nel solo ambito territoriale di Palermo e provincia, la fotografia scattata dai dati ufficiali restituisce un paradosso emblematico: a fronte di appena 521 immissioni in ruolo complessive, l’amministrazione si è trovata costretta ad attivare quasi seimila contratti a tempo determinato tra personale docente e personale Tecnico, Amministrativo e Ausiliario (ATA). Il calcolo matematico traduce un’amara realtà gestionale: per ogni singola cattedra o posto di lavoro assegnato a tempo indeterminato, vi sono dodici lavoratori destinati a firmare un contratto con data di scadenza.
Non si tratta di una semplice stortura burocratica, ma dell’ossatura stessa su cui poggia il funzionamento quotidiano degli istituti. Senza questo esercito di supplenti — che per oltre quattro mila unità riguarda la docenza e per quasi mille i profili collaboratori e assistenti — i portoni delle scuole rimarrebbero sbarrati. Il sistema pubblico dell’istruzione nell’isola si regge su un’impalcatura provvisoria che viene smontata ogni mese di giugno e faticosamente riassemblata alle porte dell’autunno.
Il dramma dramma invisibile del sostegno e della continuità
Se il precariato generale rappresenta la norma, l’ambito del sostegno didattico agli alunni con disabilità ne costituisce il vertice più drammatico e dolente. Dei quasi cinquemila incarichi di docenza a termine conferiti nella sola provincia palermitana, oltre l’84 per cento è destinato a coprire cattedre di sostegno.
Si incrociano qui oltre quattromila cattedre che dividono la propria sorte tra nuove attribuzioni da graduatoria e riconferme d’incarico per la continuità didattica. L’origine di questa voragine risiede nella rigida distinzione tra organico di diritto e organico di fatto. Il primo, stabilito preventivamente dal Ministero dell’Istruzione e del Merito sui parametri di bilancio, sottostima sistematicamente il fabbisogno reale. Per garantire il diritto allo studio degli studenti più fragili, l’amministrazione è quindi costretta a ricorrere ai cosiddetti “posti in deroga”: cattedre che esistono nella realtà delle aule ma che non esistono nei decreti di stabilizzazione.
Il prezzo di questo cortocircuito istituzionale non lo pagano soltanto gli insegnanti, costretti a ripresentare istanze, rincorrere algoritmi di assegnazione e riorganizzare le proprie esistenze a settembre inoltrato. A subire il danno maggiore sono gli studenti con disabilità e le loro famiglie. Per un alunno che necessita di punti di riferimento saldi, la costante rotazione dei docenti — spesso non specializzati e reclutati tramite graduatorie incrociate per carenza di titoli specifici nell’isola — trasforma la scuola da luogo di inclusione e crescita a spazio di disorientamento. La norma che consente la riconferma del docente precario su richiesta della famiglia rappresenta un tampone parziale, ma non risolve il nodo originario: l’assenza di un piano di stabilizzazione definitiva di questi posti sul profilo dell’organico di diritto.
L’edificio e il clima: le altre fratture del sistema
La condizione di precarietà personale si salda, in Sicilia, con una precarietà materiale e infrastrutturale che rende il rientro in classe un percorso ad ostacoli. Nei primi giorni di settembre, il dibattito pubblico è stato acceso dalle accorate prese di posizione dei dirigenti scolastici e dei rappresentanti dei lavoratori, i quali hanno evidenziato come l’ondata di caldo eccezionale metta a nudo l’inadeguatezza termica degli edifici scolastici.
Molte strutture, segnate da decenni di mancati investimenti e manutenzioni a singhiozzo, si trasformano in veri e propri forni, rendendo insostenibile la permanenza prolungata di alunni e docenti. La richiesta di una gestione flessibile del calendario scolastico, o di un breve rinvio delle lezioni di fronte alle emergenze climatiche, ha trovato la netta contrarietà dell’Assessorato regionale, impegnato a difendere il rispetto del calendario istituzionale. Si crea così una frattura ulteriore tra chi decide dietro una scrivania istituzionale e chi vive la realtà quotidiana di aule prive di impianti di climatizzazione, infissi obsoleti e spazi ridotti.
La necessità di un cambio di rotta
La narrazione dell’avvio del nuovo anno scolastico come un ingranaggio perfetto in cui “tutti i docenti sono al loro posto” si scontra inesorabilmente con la realtà dei fatti e delle storie personali. Il ricorso sistematico al lavoro precario ha cessato da tempo di essere una risposta flessibile a picchi temporanei di iscrizioni; si è trasformato in una scelta contabile ed economica per risparmiare sui costi di una stabilizzazione di massa.
Per restituire valore alla scuola pubblica siciliana e garantire una dignità d’insegnamento e d’apprendimento, occorre un superamento definitivo della logica dell’emergenza. Trasformare i posti in deroga del sostegno in organico di diritto, investire nei percorsi universitari di specializzazione nell’isola, pianificare assunzioni pluriennali e ammodernare il patrimonio edilizio non sono richieste categoriali, ma condizioni minime di civiltà.
Finché la stabilità lavorativa rimarrà un miraggio e il diritto all’inclusione un percorso provvisorio rinnovabile di anno in anno, ogni mese di settembre continuerà a raccontare la stessa storia. E quel suono metallico che risuona nelle piazze e nelle vie della Sicilia non sarà il segnale di una festa che ricomincia, ma il promemoria di un sistema che continua a lasciare indietro chi avrebbe più bisogno di essere accolto.
Roberto Greco