Sport inclusivi, dietro le quinte

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Sono 273000 gli italiani con disabilità che praticano sport

Sport inclusiviLa nascita di un nuovo giornale rappresenta sempre un momento importante, un motivo per cui festeggiare, una vittoria del diritto alla libera informazione: passaggio fondamentale per ogni Paese fondato sul concetto di democrazia.

Quando mi è stato proposto di occuparmi di sport per questa nuova testata giornalistica ho subito cercato di coglierne la linea editoriale. Compresi gli obiettivi, e che l’impegno richiesto sarebbe stato rivolto allo sport “inclusivo”, non vi nascondo d’essere stato per un attimo pervaso da due sensazioni contrapposte: se da una parte l’idea di occuparmi di sport e disabilità pareva avere un po’ stravolto le mie aspettative, dall’altra ho colto una scelta coraggiosa e per me straordinaria.

Ho riflettuto e capito che dar voce a questa larga “fetta” di sport attivo, di cui in pochi scrivono, avrebbe rappresentato un vero privilegio, oltre che una netta rottura con ciò che è più comune: seguire l’onda.

Cammineremo insieme seguendo il sentiero delle attività sportive svolte da chi affronta la propria vita con una disabilità, ma che ha preferito non rinunciare al piacere dello sport, di mettersi alla prova, sfidarsi, continuare a crescere dedicandosi ad uno sport come propulsore della propria esistenza.

Scopriremo percorsi, organizzazioni, virtù, limiti. Conosceremo dinamiche poco diffuse e ci concentreremo sulle storie: le storie di chi si è concesso un’altra possibilità, di chi ha voluto fissare un nuovo obiettivo ma anche di chi, per farlo, ha dovuto e deve abbattere ogni giorno diffidenze, pregiudizi e concrete barriere morali e architettoniche.

Un progetto importante, un impegno oneroso ma anche giornalisticamente stimolante: scopriremo, sbaglieremo, cresceremo ma lo faremo con voi e, ne siamo certi, sarà fantastico!

Per darvi una prima dimensione di quello che il mondo dello sport inclusivo, rappresenta in termini di partecipazione effettiva, possiamo iniziare a raccontarvi un po’ di questa realtà. Partiamo dalla sua “impalcatura” generale, organizzativa e istituzionale.

L’organo che gestisce e promuove le attività sportive per disabili (l’esatto corrispettivo del CONI per gli atleti normodotati) è il CIP che, legalmente, è un ente autonomo di diritto pubblico ufficialmente riconosciuto con un D.L. 43 del 27 febbraio del 2017 e che ha il compito di disciplinare, regolare e gestire le attività sportive agonistiche e amatoriali relative alle persone con disabilità. Ne garantisce il diritto di partecipazione alle attività sportive in condizioni di uguaglianza e pari opportunità.

Oltre alla preparazione paralimpica il CIP svolge parallelamente altre attività inerenti alla Promozione, l’Avviamento, la Scuola, l’Impiantistica e lo sviluppo sul Territorio.

Parliamo chiaramente di un’attività di grosse proporzioni che, per essere sviluppata minuziosamente, non può non contare sulla specifica collaborazione delle varie Federazioni Sportive di ogni singola disciplina.

Una sorta di struttura piramidale che conta, a cascata, 64 entità sportive tra FSP (Federazioni Sportive Paralimpiche), FSNP (Federazioni Sportive Nazionali Paralimpiche), DSAP (Discipline Sportive Associate Paralimpiche), DSP (Discipline Sportive Paralimpiche), EPSP (Enti di Promozione Sportiva Paralimpica), EPP (Enti di Promozione Paralimpica) e Associazioni Benemerite.

Ma eccovi anche un’idea della partecipazione agli sport inclusivi: secondo l’ISTAT circa il 9% delle persone con disabilità in Italia svolge un’attività sportiva formale, a differenza di un 37,5% relativo ai normodotati di età superiore ai 3 anni.

Il divario è ancor più evidente se andiamo ad analizzare il fenomeno della sedentarietà, laddove l’incidenza tra le persone con gravi limitazioni funzionali si attesta intorno all’80% a fronte del 33% relativa alla popolazione italiana in generale.

Se volessimo categorizzare la partecipazione sportiva anche per età, potremmo dire che i giovani disabili mostrano maggiore interesse rispetto ai coetanei normodotati, ciò grazie all’attività di Enti ed Associazioni mirata all’incremento della loro partecipazione a progetti come “SPIN”, “Sport di tutti”, “Siamo sport” e “All inclusive sport” o a bandi rivolti alle famiglie, mentre il fenomeno risulta inverso se parliamo degli anziani (oltre i 65 anni) laddove la partecipazione risulta essere notevolmente inferiore. Altro dato da analizzare è il fenomeno dell’abbandono sportivo giovanile.

Sempre da dati Istat, da una ricerca conclusa nel 2024, emerge che circa un milione e mezzo di giovani tra i 10 e i 24 anni affermano di aver praticato sport in passato, ma di averlo poi abbandonato per motivi diversi: mancanza di tempo, perdita d’interesse, impegni scolastici, nuovi interessi, stanchezza, pigrizia, difficoltà economiche ma, anche, per problemi legati all’accesso alle strutture. Si tratta di un dato comune (relativo sia ai disabili che ai normodotati) ma che lascia ampio spazio alla percezione del volume del fenomeno del cosiddetto “Drop Out” ossia l’abbandono dell’attività sportiva.

Quest’ultimo è certamente un dato preoccupante che denota la necessità da parte delle istituzioni (ma anche dei privati) di operare ulteriori scelte d’inclusione e d’impegno sociale.

Un aspetto fondamentale su cui riflettere è, invece, il dato relativo ai benefici registrati dai bambini che svolgono attività sportiva: il 76% dei genitori nota un aumento della fiducia e dell’autostima nei propri figli e il 68% sottolinea l’importanza dell’attività sportiva sul piano sociale, quindi, in termini di nuovi rapporti interpersonali.

Il movimento paralimpico ha registrato una crescita significativa negli ultimi anni, con notevoli incrementi in termini percentuali rispetto alle unità partecipanti ai Giochi Paralimpici. Incremento che tocca ben il 900% circa, negli anni dal 1960 (anno dei primi giochi Paralimpici) al 2021.

Da segnalare anche il forte impatto sociale che la visibilità delle performance sportive paralimpiche ha provocato nel pubblico. Elemento che ha contribuito a ridefinire l’interazione con i portatori di disabilità, promuovendo l’inclusione ed ispirando anche le generazioni più giovani. Seppure, come già detto, la partecipazione sportiva alle attività di base, e quindi non espressamente Paralimpiche, rimanga significativamente complessa in termini di accesso e di percezione.

Insomma: tanto è stato già fatto, ma tantissimo c’è ancora da fare! La strada è sicuramente quella giusta e i tempi maturi per proseguire l’opera di sensibilizzazione e di apertura verso le attività sportive legate al mondo dei disabili.

Noi proveremo a fare la nostra parte impegnandoci a fare da cassa di risonanza, come e quanto possibile, perchè tutto il movimento possa giovarsi di ulteriori e significativi progressi.

 

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