L’autonomia rubata: un viaggio tra lo Statuto sconosciuto, le norme scippate e il riscatto di un popolo.

Provate a chiedere a un giovane siciliano - o anche a un adulto - se ha mai sfogliato lo Statuto Speciale della Regione Siciliana. La risposta, in quasi nove casi su dieci, sarà un silenzio imbarazzato

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E’ abbastanza recente la pubblicazione di due libri, uno di Riccardo Compagnino (Ottant’anni di Statuto Siciliano) ed uno di Angelo Cuva (L’autonomia finanziaria e la potestà tributaria della Regione Siciliana), che cominciano ad evidenziare le criticità che da troppo tempo mortificano lo Statuto speciale della nostra Regione.

Criticità troppo spesso taciute, a discapito dei cittadini siciliani.

Il nostro Statuto (approvato con R.D.Lgs. 15 maggio 1946, n. 455 e convertito in Legge Costituzionale n. 2 del 26 febbraio 1948), infatti, nonostante la sua valenza costituzionale, sembra una “Carta fantasma“, qualcosa che non si studia a scuola e pressoché sconosciuta nell’opinione pubblica.

Provate a chiedere a un giovane siciliano – o anche a un adulto – se ha mai sfogliato lo Statuto Speciale della Regione Siciliana. La risposta, in quasi nove casi su dieci, sarà un silenzio imbarazzato.

Purtroppo questa è l’amara e scomoda verità: la “Costituzione dei Siciliani”, il documento che definisce la nostra autonomia, la nostra storia istituzionale e la nostra sovranità, è una sconosciuta per quasi il 90% dei cittadini.

Nelle nostre scuole non si studia, nei dibattiti pubblici non si cita, nella vita di tutti i giorni non esiste.

E non è una semplice dimenticanza del sistema scolastico o della politica locale. E’ un’opera di amnesia collettiva indotta.

Forse è “il risultato di una convergenza di interessi politici, istituzionali ed economici che, nel tempo, hanno reso conveniente mantenere l’autonomia siciliana in una condizione di incompletezza funzionale”. Una condizione che, nonostante l’esistenza di uno Statuto speciale di rango costituzionale, dopo ottant’anni di autonomia, determina la situazione finanziaria a tutti ben nota.

Sappiamo bene che cancellare la conoscenza dello Statuto significa disarmare i siciliani, privarli della consapevolezza dei propri diritti e, con essa, della propria memoria storica. E chi non conosce la propria Carta Fondativa non può pretenderne il rispetto, né può accorgersi quando gli viene sottratta.

Ciò nonostante, l’attuazione dello Statuto Speciale della Regione Siciliana continua ancora a restare un problema sconosciuto alla stragrande maggioranza delle persone,  un tema complesso ed insoluto del dibattito politico dell’isola, specialmente per quel che riguarda la materia finanziaria e fiscale, materia di fondamentale importanza disciplinata espressamente dagli articoli 36, 37 e 38.

Eppure, nel 1946 – ancora prima che nascesse la Repubblica Italiana – alla Sicilia fu riconosciuto un patto d’onore unico, nato prima della Repubblica.

Allora lo Statuto Speciale non fu un “regalo” di Roma, né una misura assistenziale, ma il riconoscimento del peso politico, della posizione strategica e del sangue versato da generazioni di siciliani per la propria libertà.

I padri fondatori avevano concepito un’architettura rivoluzionaria: una Sicilia capace di trattenere le proprie risorse fiscali, gestire in autonomia il proprio territorio e le proprie infrastrutture, e fare da ponte economico e culturale nel cuore del Mediterraneo.

Lo svuotamento silenzioso, tuttavia, ha preso il sopravvento. Lo Statuto, proprio a causa dell’ignoranza generale e del disinteresse della politica, nel corso dei decenni, ha subito un sistematico e feroce processo di menomazione.

Attraverso sentenze della Corte Costituzionale, accordi Stato-Regione al ribasso, interpretazioni filo centralistiche ed europee, la debolezza della Commissione Paritetica Stato-Regione e continue ingerenze centraliste, la nostra Autonomia è stata progressivamente svuotata di potere e di significato.

Anche i cittadini siciliani, per la verità, privi di consapevolezza, hanno fatto pochissimo, perché non hanno mai preteso il rispetto dei propri diritti, confermando, senza volerlo, l’alibi del parassitismo di cui il Governo nazionale si serve per negare una vera autonomia.

Insomma, è stato perpetrato un vero e proprio scippo finanziario. Le imposte e le risorse che per legge dovrebbero rimanere nell’Isola continuano a prendere la strada di Roma, lasciando la Regione sempre costretta ad operare in un sistema di dipendenza dai trasferimenti statali.

Eppure l’articolo 36 dello Statuto prevede che alla Regione spettano tutte le entrate tributarie, dirette e indirette, comunque denominate, riscosse nel territorio siciliano, tranne le imposte di produzione e le imposte derivanti dai monopoli e dal lotto. Spettano alla Regione anche le entrate tributarie maturate nell’ambito regionale, anche se affluiscono per esigenze amministrative ad uffici fiscali situati fuori dal territorio della Sicilia.

Ma le cose sono andate diversamente.

Gli accordi Stato-Regione in materia IRPEF e di IVA e la normativa riguardante le accise hanno segnato forse il punto più basso della vicenda e la causa della limitazione del gettito di spettanza siciliana.

Giova ricordare al riguardo che dal 2018, in virtù dell’articolo 2 del D.P.R. 26 luglio 1965 n. 1074, dopo le modifiche apportate con l’articolo 16 del Decreto Legislativo 25 gennaio 2018, n. 16 e con gli “Accordi” del 20 giugno 2016 e del 12 luglio 2017, contrariamente a quanto stabilito dal citato articolo 36, sono stati attribuiti alla Regione solo i 7,10 decimi dell’IRPEF afferente il territorio regionale, compreso il gettito che affluisce ad uffici situati fuori dal territorio stesso. In materia d’IVA, invece, a partire dal 2017, la percentuale di spettanza regionale è stata stabilita nella misura di 3,64 decimi del “maturato fiscale“ (anziché del riscosso).

Vuol dire che, stimando (attraverso dati del MEF e della Corte dei Conti) in circa 18 miliardi di euro all’anno il gettito maturato in Sicilia per IRPEF e IVA (tenendo conto anche della rispettive percentuali che compongono il totale), è meno della metà la somma che concretamente arriva nelle casse della nostra Regione, con una perdita (stimata) di circa 9 miliardi all’anno.

Senza contare poi la penalizzazione conseguente all’interpretazione che, specialmente a seguito dell’entrata in vigore del Decreto Legislativo 141 del 2024 (Testo Unico contenente la nuova disciplina doganale), considera l’IVA all’importazione un diritto di confine o, per meglio dire, un dazio sulle importazioni (non “IVA interna”), facendo affluire tutta l’imposta pagata sulle importazioni che transitano dalle dogane dell’Isola all’erario statale e non a quello della Sicilia.

Ma questo non è tutto.

Siamo pure in presenza di una svendita del territorio, dalle risorse energetiche alle grandi infrastrutture, un andazzo che ha visto la Sicilia trasformarsi in terra di servitù o di conquista, senza un giusto corrispettivo alla popolazione, in termini di ricchezza e sviluppo.

Ma, nonostante uno scempio giuridico di questo genere, nessuno ha fatto sentire la propria voce a difesa dei Siciliani.

Molti degli organi e dei poteri previsti dallo Statuto per tutelare i siciliani non sono mai stati attivati, lasciando che un testo rivoluzionario si trasformasse in una scatola vuota.

Intanto, il progressivo svuotamento delle nostre norme statutarie non solo continua a produrre un gravissimo danno finanziario, ma alimenta anche la falsa narrazione di una Sicilia perennemente “bisognosa”, incapace di autogovernarsi e condannata all’emigrazione dei suoi figli migliori.

Ma la verità è un’altra: la Sicilia non è debole, è stata solo deprivata degli strumenti con cui avrebbe dovuto prosperare.

E la responsabilità di tutto ciò è da addebitare non solo allo Stato centrale, ma anche alla nostra Regione, quest’ultima troppo spesso disposta a negoziare con Roma svendendo colpevolmente una parte della propria autonomia fiscale.

Ora, però, non possiamo più permetterci di restare a guardare.

Come si diceva all’inizio, sembra che qualcuna cominci a fare sentire la voce dei Siciliani, “dicendo le cose come stanno”.

Per difendere un diritto, occorre prima conoscerlo.

Sappiamo pure che «senza la conoscenza della propria storia, un popolo perde la dignità. E un popolo senza dignità finisce per credere che la propria marginalità sia un destino e non la conseguenza di un diritto tradito».

Ma siamo solo all’inizio. All’inizio di un percorso di risveglio civile che si spera possa cambiare rotta.

E forse siamo ancora in tempo per farlo.

Occorre, però, affrontare meglio il problema, esplorando le potenzialità inespresse dello Statuto, individuando i responsabili dell’accaduto, ricercando le leggi, sentenze e accordi che hanno tradito lo Statuto originario, fornendo proposte concrete per restituire orgoglio, memoria storica e sovranità a tutti i siciliani e, primo fra tutti, riportando lo Statuto tra la gente, cominciando dai giovani, anche nelle scuole.

Non sarà facile. Ma dobbiamo tentarci.

Magari puntando su una maggiore e consapevole pressione popolare, anche formalizzando una petizione popolare per la difesa dell’autonomia e per il trattenimento dei tributi sul territorio, una petizione indirizzata al Presidente dell’Assemblea Regionale ed alla Commissione Permanente Affari Istituzionali al fine di impegnare il Governo Regionale a pretendere la piena applicazione del principio di territorialità delle imposte, compresi i tributi versati dalle imprese, con domicilio fiscale fuori dall’Isola, ma   che comunque producono in Sicilia.

Salvatore Forastieri e Giovanni Scalici