La storia di Teresa e della sua famiglia allargata

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La storia di Teresa rappresenta un’unicità. Perchè in questo mondo contemporaneo, dove la disabilità è sempre più vista come qualcosa da sopprimere o da mettere ai margini, c’è chi invece accoglie la vita in tutte le sue forme e la considera un dono sempre. Teresa, 44 anni, e Salvatore, 48 anni, hanno cinque figli: Sandra 19 anni, Chiara 17 anni, Miriam 15 anni, Linda 11 anni e Nina 9 anni. Due di questi sono figli accolti, ma preziosi come i loro figli naturali.

Teresa, a ventiquattro anni hai fatto un anno di servizio civile nella casa famiglia della Papa Giovanni XXIII. Cosa è successo nella tua vita successivamente?

«E’ successo che quella esperienza mi ha realmente cambiato la Vita. All’ epoca ero una giovane universitaria in Scienze dell’educazione e della formazione, in cerca di esperienze, quello fu il mio primo approccio verso chi viveva un disagio sociale e soprattutto il mio primo fortunatissimo “scontro” con la disabilità. Nell’ immediato ho accostato il mio fortunato vissuto a quello dei bambini accolti in Casafamiglia. È stato disarmante capire, come per dare un primo fondamentale soccorso e risanare le cicatrici di questi bambini con la serenità. In realtà non erano necessari chissà quali studi ma dare semplicemente se stessi, una presenza calda e costante, quella che nella mia vita per me era stata normalità, per loro era un grido di speranza. Fu così, che come diceva il nostro caro Don Oreste, fondatore della Papa Giovanni XXIII, ho messo in atto il suo messaggio: chi ha visto non può far finta di non vedere. Immediatamente io e quello che allora era il mio fidanzato, oggi mio marito, decidemmo che la nostra famiglia avrebbe aperto le proprie porte. Così, negli anni, abbiamo accolto diverse ragazze e bambini alcuni di essi accompagnati all’ adozione, passaggi bellissimi che hanno dato spessore ed allargato la nostra famiglia, vivendola così come la sognavamo».

Però è successo qualcosa…

«Ad un certo punto è arrivata una richiesta che ci ha tolto il fiato. Nina di appena 2 mesi. Era rimasta nella struttura ospedaliera perchè i genitori presentavano delle fragilità che li aveva fatti arrendere di fronte alla sua complessa condizione sanitaria. Una diagnosi molto lunga, come le paure che ci sovrastavano, due fra tutte. Un’anomalia genetica rara ipotonia generalizzata, e negli anni, ci siamo regalati anche una “bella” epilessia farmaco resistente. Inutile dire che oggi, otto anni dopo, Nina è la nostra testata d’angolo, io una donna completamente nuova, lei una guerriera che mi accompagna e mi sprona silenziosamente e miracolosamente nel mio piccolo scorcio di vita è lo fa in modo così sorprendente, che avvolte penso di non meritare le meraviglie che vivo. Noi di raro in lei, non vediamo più il suo DNA, ma la sua bellezza, ed il miracolo non è lei, lei è il Dono, il miracolo è quello che ogni giorno compie in noi, che le stiamo accanto».

La tua quotidianità ora è cambiata. Vuoi raccontarci la tua giornata?

«Ci vorrebbero davvero molte pagine per raccontarti le mille sfaccettature delle mie giornate. Amo iniziarle molto presto, per godere dell’unico momento di silenzio della mia casa. Giornate che non hanno mai un inizio e una fine ben definita, perché scandite dai bisogni di tutti. Scandite anche dagli inesistenti ritmi sonno-veglia di Nina, dettati dalle sue crisi epilettiche o dalle innumerevoli terapie farmacologiche che assume. E poi ancora giornate caratterizzate dai chilometri macinati in auto per accompagnare le ragazze ai loro vari impegni che spesso mi portano a fare le ore piccole perché c’è l’ ennesima festa di compleanno dalla quale andarle a prendere, dalle decine di chat WA, dai pranzi, dalle cene.  Ma amo sottolineare che è in quell’ “accompagnarle” in tutti i sensi, che mi metto in ascolto delle loro emozioni anche attraverso i loro silenzi. Giornate, in cui le porte della nostra casa sono sempre aperte, casa dalle pareti di vetro, perché nella nostra vita familiare, a supporto di Nina, entrano, terapisti, infermieri, insegnanti e volontari. Delle ore al telefono o a fare incontri, perché in tutto questo tram tram, a riportarmi all’ essenza della mia vocazione c’è anche il servizio che svolgo in quanto referente affido minori della zona Sud per la Papa Giovanni XXIII, perché mettermi in ascolto dei bisogni degli ultimi è diventata una missione nella missione. Ma, ci tengo a sottolineare che tutti questi SÌ alla vita, mi hanno portato a vivere una quotidianità che non ha mai lo stesso ritmo, ma mi riempie talmente di così tanti doni che ne sento solo la gioia».

Nella tua scelta di vita di accogliere anche figli non tuoi, quando è importante la fede? Spiegaci.

«Certamente la Fede ne è stata la culla, la mia scelta è nata nello stesso momento in cui ho riconosciuto in me, la vocazione della Papa Giovanni XXIII. Un cammino meraviglioso nella quale, nonostante le fatiche vale la pena vivere, per affacciarsi timidamente alla Luce di Dio. La Fede ti aiuta nella scelta ed è faro nei momenti bui. Ed anche nei momenti che sono così faticosi da sentirsi soli, in fondo so di non esserlo mai. La fede inoltre è stata ancora dei miei Si, rispetto alle paure che potevo avere nei confronti dei miei figli naturali, mi ha sempre dato la certezza che non stavo togliendo nulla né in termini di affetto. ne in termini materiali. Oggi, attraverso le persone che conoscono le mie figlie, so di non essermi sbagliata, la raccontano attente e capaci di leggere il bisogno degli altri, forti, determinate e soprattutto serene. L’ accoglienza è uno strumento possibile a tutti, non può e non deve spaventare ed anche un forte segno di giustizia divina e non solo. Nella mia Vita fede e amore camminano sullo stesso binario, godendo di uno spettacolo che chiedo timidamente a Dio di poterne essere il più a lungo possibile spettatrice stupita, senza mai dare nulla per scontato».

Riccardo Rossi

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