Dalla tragedia di Casteldaccia alla lotta quotidiana: la voce delle famiglie delle vittime

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L’ennesima tragedia sul lavoro, questa volta al Policlinico di Palermo, in cui un operaio di Belmonte Mezzagno ha perso la vita precipitando da un tetto, riapre una ferita che non si è mai rimarginata. Una ferita che Chiara Raneri conosce bene. Vicepresidente dell’associazione “Vittime sul Lavoro” e figlia di una delle vittime della strage di Casteldaccia, Raneri vive ogni nuova notizia come «uno sconvolgimento sempre più grande».

Di fronte a queste morti che continuano a ripetersi, l’associazione – nata da poco ma già punto di riferimento per molte famiglie – si interroga sul proprio ruolo. «La prima cosa da fare è sostenere i familiari, cioè chi resta dopo la tragedia – spiega Chiara Raneri -. Ogni incidente ha dinamiche diverse. A volte c’è una mancanza dell’azienda, altre volte a difettare sono i controlli, spesso c’è anche negligenza da parte dei lavoratori. Ma chi rimane è sempre la parte più fragile, quella che continua a scontare una pena infinita: la solitudine, la perdita, spesso anche le difficoltà economiche».

Sicurezza sul lavoro: tra cultura, formazione e responsabilità

Nel suo racconto la vicepresidente dell’associazione insiste su un punto: la sicurezza non è mai un fattore unico. «La settimana scorsa ero al Nord e vedevo lavoratori sui tetti imbragati, protetti, con caschi e visiere. Qui, invece, spesso non è così. È anche una questione culturale e di contesto. Qui ci sono aziende meno tutelate e lavoratori meno formati».

Chiara Raneri denuncia come, passeggiando per strada a Palermo e in Sicilia, capiti spesso di vedere cantieri dove gli stessi operai non rispettano le norme minime. «Ma tante altre volte – precisa – è un sollievo vedere chi lavora protetto. Purtroppo le variabili sono molte e non sempre un incidente è prevedibile o evitabile».

Casteldaccia: «Se l’appalto non fosse stato dato a chi non lo meritava, mio padre sarebbe qui»

Il pensiero però torna inevitabilmente alla strage di Casteldaccia, in cui ha perso la vita anche il padre di Raneri. «Nel nostro caso non si parla solo di sicurezza, ma di un problema di appalti e subappalti. È scritto ovunque che quell’appalto non sarebbe nemmeno dovuto andare a quell’azienda. Se qualcuno avesse controllato prima, mio padre e gli altri sarebbero ancora qui».

La ricerca della verità, per lei e per gli altri familiari, è un percorso lungo e doloroso: «Crediamo nella giustizia, altrimenti non ci impegneremmo così tanto. Ma ci sono troppe dinamiche interne e non è semplice avere risposte immediate».

Accanto a loro, sottolinea Raneri, non manca il sostegno istituzionale: «L’onorevole Chiara Gribaudo, presidente della commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Casteldaccia, ci è vicina sia umanamente sia politicamente. In Parlamento stanno lavorando per aumentare i controlli, gli ispettori, le verifiche. Ma la strada è lunga».

Il ruolo dell’associazione: “La memoria è la nostra arma”

La missione dell’associazione è chiara: «Non perdere la memoria. L’Italia ce lo insegna che ricordare è fondamentale perché ciò che è accaduto non accada più». Ma c’è anche un obiettivo umano, profondo: «Fare sentire meno soli gli altri. Perché quando un dolore è condiviso, non diventa più piccolo, ma più degno di essere sostenuto».

Nonostante la sofferenza, Raneri vede nella condivisione un modo per sopravvivere alla perdita: «Il tempo aiuta. Non possiamo cambiare l’irreparabile. L’uomo ha superato tanti limiti, ma di fronte alla morte siamo tutti inutili. L’unica cosa che possiamo fare è mantenere viva la memoria e portare avanti la dignità di queste vite spezzate».

Una forza che nasce dal dolore

Oggi Chiara e gli altri familiari cercano un equilibrio fragile: «Ci sono giorni più forti e giorni meno forti. Le feste non aiutano, ma il tempo fa il suo lavoro. Nonostante la perdita fisica, resta tutto il resto: l’amore, i ricordi, la presenza che continua».

E il lavoro dell’associazione, ancora in fase di crescita, punta a diventare una rete nazionale capace di prevenire, educare e sostenere. «La sicurezza e la salute sul lavoro devono diventare una priorità culturale – conclude Chiara Raneri -. Noi faremo la nostra parte».

Sonia Sabatino 

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