Tornare a Sud per restare: la scelta di Chiara Lo Zito

È il risultato di un percorso lungo, fatto di partenze precoci, studio all’estero, lavoro e di una domanda che, prima o poi, si è imposta con forza: dove voglio vivere davvero?

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C’è chi torna per necessità e chi torna per scelta.Chiara Lo Zitoappartiene alla seconda categoria, anche se il suo ritorno aPalazzolo Acreidenon è stato né immediato né lineare. È il risultato di un percorso lungo, fatto di partenze precoci, studio all’estero, lavoro e di una domanda che, prima o poi, si è imposta con forza: dove voglio vivere davvero?

«Sono andata via molto presto», racconta. «A sedici anni ho fatto un anno negli Stati Uniti, poi sono tornata per finire il liceo e subito dopo sono partita per Bologna. Lì ho studiato, poi sono arrivati l’Erasmus e la Danimarca, dove ho conseguito la magistrale in economia ambientale».
In Scandinavia Chiara resta oltre tre anni, inizia a lavorare mentre studia e costruisce una routine che, almeno in apparenza, ha tutte le carte in regola per diventare definitiva. «In teoria doveva essere il mio posto. Stavo bene, ma sentivo che mancava qualcosa: il sole, il cibo, il clima, ma anche un certo modo di vivere le relazioni».

Il Covid segna uno spartiacque. Due anni quasi completamente bloccata in Danimarca, con rientri difficili e la costante preoccupazione di mettere a rischio la famiglia. «Lì ho capito che non ero felice del lavoro e che quella vita non mi rappresentava più».
Nel 2021 decide di tornare in Sicilia, convinta di fermarsi. Ma il rientro si scontra presto con una realtà nota a molti giovani: la difficoltà di trovare un’occupazione. «Ho provato a cercare lavoro qui, ma non ho trovato nulla. Alla fine sono finita a Milano».

Milano, però, non è una destinazione desiderata. «Sapevo che non era una città per me. Pensavo di resistere di più, invece sono durata dieci mesi, di cui tre passati a casa durante l’estate». L’unico vero punto a favore è il contratto completamente in smart working. «Quello mi ha salvata. A un certo punto ho pensato: perché devo vivere in una città che non mi piace, pagando un affitto altissimo, solo per lavorare davanti a un computer?».

Da questa consapevolezza nasceDagiù, un progetto che ha radici profondamente personali. «Per anni, ovunque fossi, mia madre mi ha sempre mandato il “pacco da giù”. In Danimarca arrivavano scatoloni enormi, da trenta chili, con costi di spedizione folli. Ma era un pezzo di casa».
Quando quei pacchi smettono di arrivare, Chiara sente che manca qualcosa. «A un certo punto ho pensato: se io non li ricevo più, perché non essere io a spedirli?».

Dagiù prende forma così: un e-commerce che seleziona e spedisce prodotti del Sud Italia, lavorando con piccole aziende familiari che hanno scelto di restare nei propri territori. «Ho passato sei mesi a cercare fornitori, a fare degustazioni, a scegliere con attenzione. Volevo raccontare non solo i prodotti, ma le persone che ci sono dietro».
Il progetto parte nel 2024. Il magazzino è a casa sua, il sito lo costruisce da sola, le spedizioni arrivano in tutta Europa. «Dal sito il cliente crea il suo pacco: conserve, oli, pasta, caffè. È un Sud che parte dalla Campania in giù, non solo Sicilia».

Col tempo, però, Chiara si rende conto che Dagiù non può vivere soltanto online. «Sentivo che mancava qualcosa: il contatto, il racconto dal vivo». Inizia così a organizzare piccoli eventi, degustazioni, momenti di incontro. Uno di questi si tiene in un bar storico del paese,Il Soccorso.
«È andata molto meglio di quanto mi aspettassi. C’era tantissima gente». Tanto che i proprietari, pronti a chiudere l’attività per una fase diversa della loro vita, le fanno una proposta inattesa: prendere in gestione lo spazio.

«All’inizio pensavo solo a un magazzino», spiega Chiara. «Poi ho capito che poteva diventare molto di più. Non volevo aprire semplicemente un bar, ma creare un luogo coerente con Dagiù, uno spazio di incontro, di racconto, di comunità».
Nasce così l’idea di lanciare uncrowdfunding, uno strumento ancora poco utilizzato nei piccoli centri, ma che Chiara sente adatto allo spirito del progetto.

La scelta di esporsi non è priva di timori. «Un po’ di paura c’era. In un paese tutti sanno chi sei, metterci la faccia significa anche accettare il giudizio. Ma ho pensato: se non funziona, almeno ci ho provato».
La risposta, però, supera le aspettative. «C’è stata una solidarietà enorme. Tante persone mi fermano per strada, mi scrivono. E non solo da Palazzolo: anche da chi vive fuori, da siciliani emigrati, da persone che si sono riconosciute in questa storia».

Il crowdfunding raggiunge rapidamente la soglia minima di 25 mila euro, rendendo il progetto concreto. «Ormai si parte. Quello che arriverà in più servirà a investire meglio nello spazio». La campagna, rimasta aperta fino al 21 gennaio, ha raccolto oltre 30.000 €.

Intanto, Chiara si accorge di non essere sola. «Mi hanno scritto tantissimi giovani che stanno investendo nei loro territori. Studi professionali, coworking, attività artigianali. C’è un fermento che spesso non viene raccontato».

A chi sta pensando di tornare al Sud, o lo ha appena fatto, Chiara non offre soluzioni semplici. «Direi di darsi tempo. Tornare significa ritrovare un luogo che non è più quello che ricordavi, e tu non sei più la stessa persona. Serve curiosità, serve guardare il territorio con occhi nuovi. Le esperienze fatte fuori non sono una colpa, sono una risorsa. Le idee arrivano, se non ci si arrende subito all’idea che “qui non c’è niente”».

Samuele Arnone

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