Un’occasione imperdibile per i piccoli borghi è scritta nella transizione energetica.
In un panorama globale dominato dalle incertezze geopolitiche e dalla pressante necessità di mitigare il cambiamento climatico, una rivoluzione silenziosa e radicata nei territori sta ridefinendo il modello di produzione e consumo dell’energia in Italia. Non si tratta di imponenti infrastrutture industriali o di decisioni calate dall’alto, bensì di un movimento democratico e cooperativo che parte dal basso: le Comunità Energetiche Rinnovabili (CER). È nei piccoli Comuni, dove il tessuto sociale è più coeso e la vicinanza tra cittadini e amministrazioni locali è tangibile, che questo paradigma sta trovando il terreno più fertile per prosperare, trasformando borghi storici e realtà rurali nei veri pionieri della transizione ecologica.
Il cambio di paradigma: da consumatori passivi a “prosumer”
Per decenni, il sistema energetico tradizionale si è basato su una struttura fortemente centralizzata: poche grandi centrali alimentate da combustibili fossili che distribuivano elettricità a milioni di utenti passivi. Il modello delle CER capovolge radicalmente questa dinamica. Fondate sui principi europei della Direttiva RED II (2018/2001/UE), recepiti nell’ordinamento italiano prima in via sperimentale con il Decreto Milleproroghe e successivamente consolidati con il Decreto Legislativo 199/2021, le comunità energetiche permettono a cittadini, enti locali, piccole e medie imprese e realtà del terzo settore di associarsi per produrre, consumare e condividere energia da fonti rinnovabili.
In questo nuovo ecosistema, la figura del consumatore evolve in quella del prosumer, un soggetto che non si limita ad acquistare energia dalla rete, ma che partecipa attivamente alla sua produzione attraverso impianti fotovoltaici, eolici, idroelettrici o a biomasse. L’energia prodotta e consumata all’interno della medesima area afferente alla stessa cabina primaria genera un beneficio economico condiviso, grazie agli incentivi statali erogati dal Gestore dei Servizi Energetici (GSE) per premiare l’autoconsumo virtuale.
Il ruolo chiave dei piccoli Comuni e la forza del PNRR
Se nelle grandi metropoli la complessità burocratica e la frammentazione sociale possono rallentare l’adozione di questi modelli, nei Comuni con popolazione inferiore ai 5.000 abitanti le CER hanno trovato il loro habitat ideale. In queste realtà, i sindaci e gli amministratori locali assumono spesso il ruolo di promotori primari, mettendo a disposizione i tetti degli edifici pubblici, scuole, municipi, palazzetti dello sport, per installare gli impianti condivisi e coinvolgere la cittadinanza in un progetto d’impatto collettivo.
A dare un’accelerazione decisiva a questo processo è intervenuto il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). La Missione 2, Componente 2 del PNRR ha infatti stanziato un fondo specifico di ben 2,2 miliardi di euro destinato proprio allo sviluppo delle CER nei Comuni con meno di 5.000 abitanti. Questa misura, attuata attraverso il decreto ministeriale del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE) entrato in vigore all’inizio del 2024, offre un contributo a fondo perduto fino al 40% dei costi ammissibili per la realizzazione degli impianti. Un’opportunità irripetibile per i piccoli borghi, che consente di abbattere barriere finanziarie altrimenti insormontabili e di stimolare l’economia locale.
Benefici ambientali, economici e contro lo spopolamento
L’impatto delle CER nei piccoli centri va ben oltre la semplice riduzione delle emissioni di anidride carbonica, pur fondamentale per raggiungere gli obiettivi continentali di decarbonizzazione al 2030 e 2050. I benefici si sviluppano su tre direttrici fondamentali: la sostenibilità ambientale, in quanto la produzione diffusa a chilometro zero abbatte le perdite di rete tipiche del trasporto di energia su lunghe distanze e riduce drasticamente l’impronta ecologica delle comunità; il Risparmio Economico e Risposta alla Povertà Energetica, perché la condivisione dell’energia genera incentivi e riduzioni in bolletta che aiutano a mitigare il carovita. Inoltre, molte CER destinano una quota dei ricavi alla creazione di fondi di solidarietà locali per sostenere le famiglie in difficoltà economica, trasformando l’energia pulita in uno strumento di welfare sociale e infine la rigenerazione territoriale e il contrasto allo spopolamento perchè proprio offrire energia a costi agevolati rappresenta un incentivo concreto per attrarre nuovi residenti, trattenere i giovani e stimolare le attività produttive locali, contrastando l’annoso fenomeno dell’abbandono dei piccoli borghi interni.
Esempi virtuosi lungo la penisola, dai pionieristici progetti sulle Alpi fino ai comuni delle aree interne dell’Appennino e del Sud Italia, dimostrano come la cooperazione energetica stia riattivando il senso di appartenenza e la coesione sociale. L’energia smette di essere una mera voce di spesa anonima e diventa un bene comune gestito con trasparenza e partecipazione.
Sfide aperte e prospettive future
Nonostante l’impianto normativo sia ormai definito e le risorse finanziarie siano disponibili, il percorso per la piena affermazione delle CER presenta ancora delle sfide. Le principali criticità risiedono nei tempi di adeguamento delle infrastrutture di rete gestite dai distributori, nella complessità procedurale per l’accesso ai contributi PNRR e nella necessità di rafforzare le competenze tecniche e gestionali all’interno delle piccole amministrazioni comunali.
Tuttavia, la direzione tracciata è irreversibile. La proliferazione dei modelli cooperativi locali sta dimostrando che la transizione energetica non è una tassa sul futuro, ma un’opportunità di sviluppo inclusivo. Nei piccoli Comuni italiani si sta scrivendo una pagina fondamentale dell’autonomia energetica del Paese, dove la tecnologia più avanzata si sposa con la tradizione più antica d’Italia: la forza delle sue comunità locali.
Roberto Greco