Ugo Triolo: la morte di un uomo perbene in terra di mafia

Per circa quindici anni si era occupato come magistrato onorario di piccole cause locali, acquisendo la reputazione di uomo giusto e inflessibile. Colleghi, cittadini e giornalisti lo ricordano come un servitore dello Stato corretto e scrupoloso

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Ugo Triolo era molto conosciuto e stimato nella zona dell’alto Belice corleonese. Avvocato di professione, esercitava fin dal 1963 anche la funzione di vice pretore onorario presso il mandamento di Prizzi, a circa 20 km da Corleone

È il 26 gennaio 1978 quando a Corleone, piccolo centro nell’entroterra siciliano, risuonano all’improvviso una serie di colpi d’arma da fuoco. L’avvocatoUgo Triolo, 58 anni, sta rincasando verso le 17:40, come ogni sera, accompagnato dal suo fedele cagnolino, dopo aver comprato delle sigarette in centro. Giunto davanti al portone di casa in via Cammarata n.49, preme il pulsante del citofono per farsi aprire dalla moglie. Proprio in quell’istante, dall’ombra di un vicolo adiacente, qualcuno lo chiama per nome:“Ugo, Ugo…”. Triolo si volta e si ritrova di fronte una pistola spianata a pochi passi da lui. Ha appena il tempo di alzare istintivamente le mani per ripararsi il viso, quando parte“un lugubre rosario di colpi”. Contro di lui vengono esplosi nove proiettili di pistolaP38, in rapidissima successione: due vanno a vuoto, ma gli altri sette lo raggiungono al petto e alla testa, facendolo stramazzare al suolo. La moglie, dall’interno, ode terrorizzata gli spari e la voce del marito che si strozza; spalancando la porta si trova davanti il corpo del coniuge, rantolante e coperto di sangue, che le crolla addosso morente. In pochi minuti sopraggiungono i soccorsi: Triolo viene trasportato d’urgenza al vicino ospedale Bianchi, ma per lui non c’è più nulla da fare. Alle 18:05 i medici ne constatano il decesso.

Gli assassini si sono dileguati nel buio con fredda professionalità. Testimoni oculari praticamente non ce ne sono: come notò subito il cronistaMario Francese(inviato sul posto per ilGiornale di Sicilia), nessuno vide i killer allontanarsi dalla scena del crimine. Tutto lascia pensare a un’esecuzione mafiosa premeditata: i colpi sono stati esplosi a bruciapelo, probabilmenteda due armi diverse(segno della presenza di almeno due sicari). Il modo in cui il delitto è stato compiuto, in strada, davanti all’uscio di casa, con un profluvio di pallottole esplose in faccia alla vittima, appare subito come unchiaro messaggio intimidatoriodella criminalità organizzata, una sfida plateale allo Stato. Ma chi poteva volere la morte di Ugo Triolo? Perché eliminare con tale ferocia“una persona perbene”come lui? Queste domande, destinate a restare a lungo senza risposta, iniziano drammaticamente a riecheggiare sin dalle ore successive all’omicidio.

Un magistrato integerrimo nel mirino dei boss

Ugo Triolo era molto conosciuto e stimato nella zona dell’alto Belice corleonese.Avvocato di professione, esercitava fin dal 1963 anche la funzione divice pretore onorariopresso il mandamento diPrizzi, a circa 20 km da Corleone. Per circa quindici anni si era occupato come magistrato onorario di piccole cause locali, acquisendo la reputazione diuomo giusto e inflessibile. Colleghi, cittadini e giornalisti lo ricordano come un servitore dello Stato corretto e scrupoloso: Pippo Fava – celebre cronista antimafia dell’epoca – lo descrisse come“un anziano signore distinto (…). Procuratore legale di buona stima nel territorio, […] non aveva mai avuto a che fare con interessi criminali, se non per doveri del suo ufficio”. In paese tutti lo consideravano semplicemente“una persona perbene”, un professionista onesto e al di sopra di ogni sospetto.

Figlio di una famiglia corleonese agiata, i Triolo erano“grossi possidenti e professionisti”in città, Ugo si era sempre tenuto lontano dai compromessi con i notabili locali legati alla mafia. Anzi, nel suo ruolo pubblico aveva spesso mostratofermezza nel far rispettare la legge, anche a costo di inimicarsi personaggi potenti.Integerrimo e indipendente, Triolo era visto come“una personalità dotata di un prestigio autonomo e non direttamente controllabile dalla criminalità locale”, come scriverà molti anni dopo il GIP di Caltanissetta. Questa sua autorevolezza, unita alladeterminazione a non piegarsi a nessun ricatto o intimidazione mafiosa, lo aveva forse esposto al rancore dei boss: dalle indagini successive emerse infatti che Triolo“non intendeva sottostare ad alcun ricatto”, men che meno a quelli provenienti dai mafiosi di Corleone.

Nel corso della sua carriera, Ugo Triolo si era trovato a maneggiare vicende delicate per gli interessi delle cosche. In passato, ad esempio, aveva ricoperto il ruolo di pubblico ministero in un procedimento penale (secondario ma simbolico) controLuciano Liggio, il boss corleonese allora già detenuto: un impegno svolto con forse“troppo zelo”secondo alcuni, e che potrebbe non essere passato inosservato negli ambienti mafiosi. Nell’ultimo periodo di vita, inoltre, Triolo aveva ricevutoalcune avvisaglie inquietanti: confiderà il figlio Dario che il padre gli era parso stranamente teso, come se si sentisse seguito –“un giorno eravamo in macchina insieme e mio padre vide nello specchietto un uomo su una moto… lo vidi spaventato”, racconterà anni dopo Dario. Segnali, questi, che assumono un tragico significato retrospettivo: Ugo Triolo era entrato nel mirino diCosa Nostra, diventando un bersaglio da eliminare.

Corleone negli anni ’70: un territorio insanguinato dalla mafia

Per comprendere il contesto in cui maturò l’omicidio Triolo, occorre immergersi nellaCorleone degli anni Settanta, cuore della Sicilia occidentale. In quegli anni, questa cittadina agricola divenne uno dei principali teatri della violenza mafiosa: era l’epoca dell’ascesa dei“corleonesi”, il feroce clan capeggiato daTotò RiinaeBernardo Provenzano(eredi del boss Liggio). Una sanguinosa guerra di mafia era in corso sia contro le cosche rivali, sia contro esponenti delle istituzioni ritenuti scomodi. Feroci omicidi si susseguivano a ritmo impressionante, lasciando una scia di sangue per le strade del circondario.

Nel luglio 1977 il giovane corleoneseRosario Cortimigliafu massacrato. Poche settimane dopo scomparve nel nulla (lupara bianca) un altro compaesano,Onofrio Palazzo. Nell’autunno di quello stesso anno vennero ritrovati assassinatiGiovanni Palazzo, cugino di Onofrio, eSalvatore La Gattuta, quest’ultimo boss mafioso di un vicino paese; erano vittime legate alracket dell’abigeato, il traffico di bestiame rubato che da generazioni funestava quelle campagne. Un crimine di portata ancora maggiore scosse poi l’opinione pubblica: il16 agosto 1977, in località Ficuzza (poco fuori Corleone), un commando mafioso trucidò a colpi di lupara il colonnello dei carabinieriGiuseppe Russoe un suo amico, mentre passeggiavano in un bosco. Le indagini sveleranno che a sparare in quell’agguato fu Leoluca Bagarella, uno dei più spietati killer dei Corleonesi. Russo, ufficiale impegnato contro Cosa Nostra, pagò con la vita il suo lavoro investigativo: stava infatti indagando su possibili infiltrazioni mafiose nei grandi appalti pubblici della zona (in particolare la costruzione delle dighe Garcia e Piano del Campo).

È in questo clima diterrorismo mafioso diffusoche matura l’omicidio di Ugo Triolo. Corleone e i paesi vicini vivevano unastagione di piombo: i corleonesi di Riina-Provenzano, già ribattezzati“le belve”per la loro ferocia, stavano consolidando con il sangue il proprio dominio su Cosa Nostra, eliminando chiunque rappresentasse un ostacolo. La morte di Triolo si inserisce dunque in una catena di“delitti eccellenti”ordinati dalla cupola mafiosa per affermare il controllo sul territorio. Basti pensare che esattamente un anno dopo, il 26 gennaio 1979, Cosa Nostra colpirà un’altra figura simbolica legata a questa storia: il giornalista Mario Francese, che era stato tra i primi a intuire la pericolosità del clan corleonese indagando proprio sul caso Triolo. Non a caso, come sottolineerà l’ex sindaco di CorleonePippo Cipriani,“la sera stessa dell’omicidio di Triolo, Francese capì subito l’importanza di quel delitto… tanto è vero che dopo Triolo, la mafia colpì a morte Francese”. Il destino di questi due uomini onesti, legati dallo stesso tragico anniversario, testimonia quanto fosse aggressiva e arrogante in quegli anni la violenza dei mafiosi “viddani” (contadini) di Corleone.

Le ipotesi dietro il delitto: terra, appalti e sfide alla mafia

Sin dall’inizio, le autorità brancolano nel buio circa ilmoventedell’assassinio di Triolo. Col passare del tempo, tuttavia, emergonodiverse ipotesiche provano a spiegare perché la mafia volesse liberarsi di questo incorruttibile vicepretore. Nessuna di esse ha trovato conferma definitiva in tribunale – nessuno è mai stato formalmente condannato per il delitto – ma tutte convergono su un punto: Triolo sarebbe stato uccisoa causa della sua integrità, per aver detto“no” alle pressioni di Cosa Nostra. Ecco le principali piste investigative emerse:

La questione del terreno e della diga

Triolo possedeva un vasto appezzamento di terra in contradaPoggio San Calogero, nelle campagne di Corleone. Su quel terreno insistevano sorgenti d’acqua che la Regione voleva convogliare nella progettatadiga di Piano del Campo. L’avvocato aveva ottenuto regolare concessione trentennale per derivare quelle acque a uso irriguo. Ma i boss avevano messo gli occhi su quell’area strategica:“i ‘viddani’ di Corleone”miravano a controllare l’affare della nuova diga. In particolare, Totò Riina voleva che la costruzione dell’invaso fosse affidata a imprese “amiche” (come la ditta Costanzo di Catania) anziché ad aziende esterne. Già nel 1978 il pentitoGiuseppe Di Cristinarivelò che la mafia voleva quel terreno e collegò l’omicidio Triolo a quello del colonnello Russo, entrambi maturati sullo sfondo degli interessi illeciti legati alla diga. Triolo, rifiutandosi di cedere la sua proprietà e ostacolando questi piani, avrebbe fatto“un affronto”ai boss, pagato con la vita.

Le denunce sugli abusi edilizi

In qualità di vice pretore, Triolo si era occupato anche direati urbanistici e abusi edilizinel territorio di Prizzi. Secondo la testimonianza del pentitoFrancesco Di Carlo, in un’occasione un notabile mafioso di Prizzi, tale Giovanni Vallone, si lamentò conBernardo Provenzanoper l’intransigenza di Triolo su certe vicende edilizie. Vallone chiese letteralmente di“eliminare Triolo, perché lo aveva ostacolato”nel loro giro di affari illegali. Il commento riportato dal pentito è assai rivelatore della mentalità mafiosa:“Lui è avvocato, dovrebbe fare quello che dice il paesano e non quello che dice la legge”. In altre parole, ai loro occhi Triolo aveva osato anteporre la legge ai“padrini”del luogo. Una colpa imperdonabile, che potrebbe aver decretato la sua condanna a morte.

Il “delitto preventivo” e il caso Puccio

Dodici giorni prima di Triolo, sempre a Corleone, era stato ucciso il giovaneMarco Puccio– noto con il soprannome “Mercurifava” – coinvolto nel racket del bestiame rubato (abigeato). Emerge che Puccio era un cliente dell’avvocato Triolo: Ugo lo assisteva legalmente in quei frangenti. Gli inquirenti avanzarono il sospetto che il mafiosi avessero deciso di eliminare il vicepretorepreventivamente, temendo che Puccio potesse aver confidato al suo avvocato informazioni scottanti. Se il giovane allevatore aveva rivelato dettagli sulle faide di abigeato o su mandanti mafiosi al suo legale, Triolo sarebbe potuto diventare un testimone pericoloso. Uccidendolo subito dopo Puccio, la cosca si sarebbe cautelata da possibili fughe di notizie: un’ipotesi suggestiva, definita appunto delitto “preventivo”, ma che non ha trovato riscontri probatori.

L’azione penale contro i boss locali

Un’ultima ipotesi riguarda l’attività giudiziaria di Triolo. Come accennato, tempo prima l’avvocato aveva svolto con scrupolo il ruolo dipubblico ministeroin un processo minore contro il boss Luciano Liggio. Inoltre, in generale Triolo era noto per la sua“determinazione nel mantenere le sue posizioni”anche di fronte a imputati eccellenti. È possibile che i mafiosi locali abbiano interpretato la sua integerrimità come una sfida personale. Qualcuno, nella Corleone omertosa di quegli anni, arrivò persino a mettere in giro voci calunniose su Triolo dopo la morte, nel tentativo di sporcarne la memoria: c’era chi malignava di inesistenti “delitti passionali” o tradimenti interni alla mafia, gettando fango su quella vittima. Questemaldicenze orchestrate ad arteconfermano quanto Triolo desse fastidio: la mafia non solo gli tolse la vita, ma provò pure a distruggerne la reputazione.

Nessuna di queste ipotesi è mai stata dimostrata al di là di ogni dubbio. Ilvero moventedell’omicidio di Ugo Triolo resta dunque formalmenteavvolto nel mistero, come sottolineato più volte dagli inquirenti e dalla stampa. Tuttavia, dal mosaico investigativo emerso negli anni si può trarre un quadro coerente: Triolo era un uomo chesi opponeva ai soprusi di Cosa Nostra– fosse per un terreno strategico, per l’applicazione rigorosa delle norme o per semplice dirittura morale – e per questo i boss di Corleone lo condannarono a morte. La sua unica “colpa”, ha scritto il giudice Tona, fu“l’essere una persona perbene”in un contesto dominato dalla prepotenza mafiosa.

Indagini e processi: una verità giudiziaria a metà

L’omicidio Triolo rappresentò da subito un rompicapo per gli investigatori. Nel 1978 l’autorità giudiziaria competente, per legge, nei casi di delitti contro magistrati scattò la competenza della Procura di Caltanissetta, avviò le indagini, ma senza risultati tangibili per molto tempo. Per oltre un ventennio calò il silenzio su questo caso:“per oltre vent’anni di Ugo Triolo a Corleone nessuno parlò più”, scrive amaramente Dino Paternostro, e addirittura non vi era certezza ufficiale che fosse una vittima di mafia. Il fascicolo rimaseirrisolto e archiviatoprovvisoriamente, mentre i riflettori mediatici si spegnevano.

Eppure, già nei primi anni ’80, alcunicollaboratori di giustiziaavevano fornito indicazioni preziose. Nel 1984 il “pentito” Giuseppe Di Cristina, interrogato dai giudiciGiovanni FalconeePaolo Borsellino, fece mettere a verbale che i responsabili dell’omicidio Triolo erano i corleonesi Salvatore Riina e Bernardo Provenzano. Falcone e Borsellino inserirono questa notizia nell’ordinanza-sentenza delMaxiprocesso di Palermo(1986-87), riconoscendo implicitamente la matrice mafiosa dell’agguato. Qualche anno dopo, durante le maxi-indagini dei primi anni ’90, emersero altre conferme: i pentitiFrancesco Di CarloeGiovanni Bruscaindicarono nuovamente in Riina e Provenzano imandantidel delitto, e fecero i nomi delgruppo di fuocoche eseguì l’agguato, composto dai killer di fiducia dei boss corleonesi:Leoluca Bagarella,Antonino MarcheseeGiovanni Vallone. In pratica, le dichiarazioni incrociate dei collaboratori delineavano loscenariodel crimine:un omicidio ordinato dalla Cupola di Cosa Nostra, all’epoca saldamente in mano a Riina e Provenzano, ed eseguito materialmente dai loro uomini più spietati.

Nonostante tali elementi, non fu immediatamente possibile imbastire un processo. Si dovrà attendere la fine degli anni ’90 perché la vicenda Triolo torni all’attenzione della magistratura grazie anche alla pressione dell’opinione pubblica locale. Nel 2000, infatti, l’allora sindaco di CorleoneGiuseppe “Pippo” Ciprianiorganizzò una cerimonia per intitolare una strada a Ugo Triolo e lanciò un appello affinché siriaprisse l’inchiestasu quel delitto dimenticato. A quella manifestazione parteciparono alte cariche istituzionali e fu un momento importante perché“riaccese i riflettori su un caso dimenticato”. Sull’onda di questa rinnovata attenzione, la Procura di Caltanissetta riprese le indagini e nel giro di pochi anni arrivò a una conclusione.

Nel 2003il giudice istruttoreGiovanbattista Tonafirmò il provvedimento conclusivo: l’inchiesta sull’omicidio Triolo venne archiviata (in quanto i principali indagati erano tutti già deceduti o ergastolani per altri fatti), ma contestualmente il GIP sancì in modo chiaro laverità storicaemersa. In quella ordinanza, Ugo Triolo veniva formalmente riconosciuto“vittima della mafia”a tutti gli effetti. Il giudice Tona mise nero su bianco i nomi dei presunti colpevoli, Riina, Provenzano, Bagarella, Marchese e Vallone, spiegando che le prove raccolte, sebbene non sufficienti a celebrare un processo (mancavano riscontri oggettivi oltre alle parole dei pentiti), delineavano un quadro univoco.“Il vice pretore onorario viene eliminato nel periodo in cui più sfrenata e arrogante si era fatta la violenza dei ‘liggiani’ (gli uomini di Liggio) per affermare la supremazia sul territorio”, scrisse Tona. In altri passaggi dell’ordinanza il GIP sottolineò come Triolo, figura di prestigio locale e uomo di legge stimato, costituisse per i boss un elemento non controllabile, che non cedeva ai loro ricatti. Il movente esatto del delitto, ammise Tona, resta difficile da individuare con certezza assoluta,“nessuna ipotesi è stata provata”in sede giudiziaria.Ma il fatto incontestabileemerso dall’indagine è che la causa scatenante fu il rifiuto di Triolo di piegarsi ai voleri mafiosi:“le indagini […] hanno chiarito che Triolo non intendeva sottostare ad alcun ricatto”, specialmente da parte dei corleonesi di Liggio-Riina che all’epoca spadroneggiavano.

Quell’archiviazione giudiziaria del 2003, pur non portando in tribunale i responsabili, rappresentò dunque una sorta digiustizia moralepostuma.“Non è più un morto di nessuno, è una vittima della mafia”, annunciò il quotidianoLa Repubblicacommentando la decisione. Lo stesso ex sindaco Cipriani, che tanto si era speso per ottenere verità, salutò il provvedimento come un atto doveroso che“restituisce a Corleone un pezzo della sua storia”e“ridà giustizia a un uomo e alla sua famiglia”. Da allora, infatti, Ugo Triolo è entrato ufficialmente nell’elenco dellevittime innocenti di Cosa Nostra, con tutto il carico di memoria e riconoscimenti che ne consegue. La famiglia ha ottenuto lo status previsto dalla legge per i familiari delle vittime: lo stesso Dario Triolo è stato assunto presso la Regione Siciliana in quanto congiunto di vittima di mafia, un piccolo segnale di risarcimento morale e materiale per quel sacrificio.Solo qualche anno falo Stato italiano ha dunque riconosciuto a pieno titolo che Ugo Triolo fu ucciso per mano mafiosa. Nessun mafioso, va ribadito, ha scontato una pena specifica per questo omicidio – i vari Riina, Provenzano e complici stavano già scontando ergastoli per decine di altri delitti – ma almeno la verità è stata accertata e la dignità dello“smemorato”Triolo è stata restaurata agli occhi della collettività.

Memoria privata e impegno civile: la testimonianza che resta

La sera del 26 gennaio 1978 ha segnato indelebilmente la vita della famiglia Triolo.Dario, il figlio primogenito, allora diciottenne, visse in diretta quell’orrore.«Quella sera non la dimenticherò mai…», racconta con voce rotta.«Mi trovavo da una zia, in piazza San Domenico, e aspettavo che, come ogni sera, mio padre passasse per riaccompagnarmi a casa. Ma non lo vidi passare. Sentii invece dei colpi di pistola e mi precipitai fuori. Corsi verso casa e vidi mio padre insanguinato per terra, che ormai non respirava più…». In pochi attimi Dario perse un padre e un modello.«È stata un’esperienza traumatica, di quelle che ti lasciano il segno», confessa.«In questi trent’anni non sono ancora riuscito a capire perché hanno ucciso mio padre, perché sono stato privato di una figura per me così importante…». Parole che esprimono tutto il dolore di un figlio e l’assurdità di una perdita senza spiegazioni pienamente soddisfacenti. Per lungo tempo i familiari di Ugo Triolo hanno convissuto con questo vuoto e con l’amarezza di una verità negata. La vedova, la signoraLea Tamburello, rimase chiusa in un riserbo carico di sofferenza. In casa Triolo dell’omicidio si parlava a stento, come di una ferita impossibile da rimarginare. Solo molti anni dopo, grazie anche alle iniziative in memoria del vicepretore, quella ferita ha iniziato a rimarginarsi con la consolazione della verità storica.

Oggi Dario Triolo conserva con orgoglio il ricordo di suo padre. Ha voluto chiamareUgosuo figlio, nato anni dopo, per trasmettere alle nuove generazioni l’esempio di integrità morale del nonno.«Sono orgoglioso della figura di mio padre», afferma Dario,«e mi auguro che mio figlio Ugo lo pensi sempre come un esempio di dirittura morale. Solo pensandolo così in tutti questi anni sono riuscito a colmare un po’ il vuoto che mi ha lasciato la sua assenza…». In queste parole c’è tutto il senso di una memoria familiare tenace, che non vuole disperdere l’eredità di valori lasciata da Ugo Triolo.

Anche lacomunità civilee le istituzioni, seppur tardivamente, hanno reso omaggio a questo eroe silenzioso. A Corleone, dove un tempo regnava la paura, da qualche anno si cerca di voltare pagina e onorare chi ha pagato con la vita la fedeltà allo Stato. Già nel 2000, come visto, una via del paese era stata intitolata a Triolo; nel 2018, a quarant’anni esatti dal delitto, il Comune, allora commissariato per infiltrazioni mafiose, gli ha dedicato l’Auditorium della ex chiesa di Sant’Andrea, in pieno quartiere dei Riina. Proprio lì, nel gennaio 2018, si è svolta una sentita cerimonia in ricordo di Triolo e di Mario Francese, alla presenza di numerosi cittadini, studenti e autorità. In quell’occasione DonLuigi Ciotti, fondatore diLibera, ha partecipato alla nascita di una nuovaassociazione dei familiari delle vittime innocenti di mafiadi Corleone. Un segnale importante: nella città simbolo dei boss, germoglia finalmente un impegno collettivo per la legalità e la memoria. Dal canto suo, ogni21 marzo, Giornata nazionale della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime delle mafie, il nome di Ugo Triolo viene solennemente letto assieme a quello di altre centinaia di caduti innocenti, affinchè il suo sacrificio non sia dimenticato.

Ugo Triolo era, in vita, un uomo schivo che“ha combattuto il cancro della mafia facendo semplicemente il proprio mestiere, senza clamore”. La sua storia, per anni poco nota fuori dal circuito locale, oggi viene finalmente raccontata come merita. Triolo appartiene a quella schiera di servitori dello Stato, magistrati, avvocati, amministratori, chehanno detto “no” alla mafiain tempi e luoghi in cui farlo poteva costare caro. Il suo esempio dimostra che persino nella Corleone che fu culla dei boss, vi sono stati corleonesi onesti chehanno tenuto la schiena dritta fino alla fine. La morte atroce che gli è stata inflitta non è riuscita nel proposito di farlo cadere nell’oblio: al contrario, col tempo la figura di Ugo Triolo brilla come quella diun uomo perbenee di un autentico servitore della giustizia, il cui ricordo continuerà a ispirare la società civile nella lotta contro la mafia.

Roberto Greco

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