Zen, ultimo appello

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Zen. Un quartiere segnato da alta disoccupazione, povertà, disagio, e infiltrazioni criminali. Ma anche da una vivace vita associativa, con continue richieste di riqualificazione. Che troppo spesso sembrano urla di aiuto lanciate nel deserto. Tranne quando, usando ancora una volta il termine emergenza e mai quello di problema strutturale, in nome della blandita necessità di migliorare la qualità della vita nelle periferie, tutti decidono di essere presenti allo Zen. Una passerella che ricorda molto, fin troppo, quelle che Palermo è abituata a vedere il 23 maggio o il 19 luglio. Tutti in prima fila. Tutti a lanciare proclami. Tanto “domani è una altro giorno, si vedrà”.

«Lo Zen rappresenta la nostra città e sarebbe un errore avviare una riflessione separandolo dal contesto palermitano in cui il quartiere si inserisce. La narrazione sulle cosiddette “periferie” non mi ha mai convinto e ritengo che possa contribuire ad alimentare il problema perché ogni qualvolta che coniamo una etichetta, cristallizzando il processo che vorremmo fotografare, allora ne boicottiamo l’evoluzione. La vicinanza di tutti noi a don Giovanni Gannalia e alla Comunità San Filippo Neri di cui è parroco, esprime la vicinanza all’intero quartiere che sta cercando di divincolarsi dalle trame della mafia e del malaffare che oggi vede nuove ciurme di adolescenti che si esaltano maneggiando armi e aprendo il fuoco su tutto ciò che gli pare di ostacolo, fosse solo un pedone che sta attraversando la loro strada o l’autista dell’autobus che vorrebbe transitare per svolgere il suo servizio» ci ha raccontato Frà Mauro Billetta, parroco della Parrocchia Sant’Agnese V.M. e presidente dell’Associazione Comunità di Danisinni ETS.

Il quartiere San Filippo Neri, quello che continua ad essere chiamato Zen, oggi conta ufficialmente circa 22.000 abitanti di cui 1.495 anziani. La popolazione mostra una struttura con un’alta percentuale di soggetti in età lavorativa, un peso poco accentuato di anziani e, proporzionalmente, più rilevante di giovani e bambini da 0 a 14 anni. In realtà quell’agglomerato urbano dimostra il fallimento della politica locale, regionale e nazionale. Complice, ancora una volta, la mancanza di una visione. Che non c’è mai stata. Da quel 1958 in cui iniziò la sua progettazione. Una mancanza di visione che non ha mai tenuto conto del’’individuo. Che non ha mai tenuto conto delle necessità di collettivizzazione. Che non ha mai tenuto conto, quindi, dei suoi abitanti e delle loro esigenze. Anche educative. E poco importa se lo Stato ha appaltato tutto, senza contratto, alle associazioni di volontariato. Le cronache ci restituiscono l’immagine di un quartiere che sarebbe meglio che non esistesse. Ma contemporaneamente illuminano la lunga passerella dove vengono lanciati slogan. L’abbiamo visto, ancora una volta, in questi scampoli di festività post natalizie. Tutti allo Zen. Tranne poi, la sera, rientrare nel proprio tran-tran quotidiano.

«In tutta Palermo stiamo osservando gli effetti di una generazione cresciuta senza un’efficace proposta educativa che potesse suscitare l’interesse dei figli dei malavitosi e delle famiglie indigenti. Non sono mancati gli interventi educativi da parte del terzo settore e delle diverse agenzie pubbliche e private ma questi sono rimasti disconnessi e sfiduciati dall’assenza di investimenti istituzionali che ne potessero garantire la continuità – ha proseguito Frà Mauro -. La formazione di un pensiero e di una visione personale viene negata perché la parola del più forte viene ad inibire ogni anelito attraverso la minaccia terrificante. Eppure privata del silenzio e dunque dell’ascolto, la parola si riduce a mero flatus vocis, suono senza senso, rumore d’un momento perché mancante di verità. Così è la parola dell’arrogante di turno che crede di essere autorevole su cui lo circonda. Si tratta di persone che non parlano ma si esprimono emettendo sentenze e spocchiose affermazioni di sé ricorrendo alla violenza per imporsi. Si pensi ai contesti criminali dove il bambino viene considerato solo se ‘sperto e cioè capace di destreggiarsi con malizia nel circuire il prossimo e fronteggiare le situazioni della vita. Si tratta di piccoli che hanno imparato ad ingoiare le lacrime e si sono fatti duri per non ascoltare la terribile solitudine che provavano dentro al cuore. Hanno appreso così a “fare confusione” al pari degli adulti che li hanno addestrati. La parola che non è finalizzata al bene è confusa, mortifera, rimane vuota perché solo le parole che generano vita hanno reale potere. Lo stesso accade quando i bambini vengono parcheggiati dinanzi ad un ipnotico dispositivo che ha effetto sedativo momentaneo per poi renderli ancora più iperattivi. Loro non hanno trovato adulti che gli parlassero rimanendo poi in silenzio ad ascoltare quello che avrebbero voluto comunicare. Li troviamo poveri di parole e la loro comunicazione è ridotta all’essenziale senza riuscire a dare forma al caos emozionale che vivono dentro».

Molte le voci che in questi giorni si sono alzate. Anche per uno degli insulti più gravi, o perlomeno ritenuto tale. Aver sparato colpi di arma da fuoco nei confronti di una chiesa. Solidarietà trasversale è arrivata sia dall’arco politico sia dalla società civile sia dalle istituzioni. La nuova parola d’ordine sembra essere “da domani si cambia”. «Piuttosto abbiamo bisogno di parole autentiche che restituiscano il valore dei giorni e che smascherino le trame dettate dalle parole false che consegnano ad una storia edulcorata come ad una finzione scenica – continua Frà Mauro –. Sono le parole di violenza esibite dai talk show così come dalle polarizzazioni dei dibattiti politici – che proprio per questo hanno perso il senso della politica – o dalle serie televisive le quali offrono l’illusione di una vita onnipotente fondata sull’arroganza del più forte. Di questa apparenza si nutre anche la cultura mafiosa così come quella delle fasce di popolazione indigenti che idealizzano il malaffare quale successo di vita. L’escalation di violenza a cui stiamo assistendo, dunque, è frutto di decenni di mancato investimento nell’accompagnamento formativo delle nuove generazioni».

Intanto le forze dell’ordine continuano, nonostante i pochi uomini e mezzi, a fare il loro lavoro. Che è quello della repressione. Ma ancora una volta sembra essere più efficace una cura drastica e mai preventiva. Mai educativa. Mai strutturale. «Le abilità relazionali – conclude Frà Mauro – non sono considerate dal nostro paradigma culturale o, altrimenti, sono assunte per strategie di marketing e quindi di manipolazione dell’interlocutore. Tutto questo genera povertà valoriale e frammenta il tessuto sociale alimentando la competizione e l’individualismo. L’educatore, piuttosto, ha la responsabilità di favorire l’espressione dell’umano tirandolo fuori da ciascuno trasmettendo la capacità di prendersi cura di sé e degli altri. La Comunità territoriale dello Zen è su questa linea e il parroco a fronte delle ripetute intimidazioni, lo ha ribadito assumendo una postura di dialogo verso i facinorosi che hanno sparato rispondendo con l’interesse per la loro vita che rischia di essere sciupata inutilmente. Ha cioè risposto con parole di verità le quali, proprio per questo, non sono reattive ma forti della Luce che guida il cammino e che non si lascia rabbuiare neppure dalla brutalità degli spari».

E qualcuno, probabilmente, vede la cinturazione del quartiere come ultima possibilità. Invocando il muro. Quel muro che, per definizione, isola. Quel muro che separa. Allontana. E che lascia nelle mani di un avverso destino quello dei nuovi reclusi di una società incapace di creare modelli positivi. Di una società che decida di investire su se stessa. E sul proprio futuro. Per evitare che questo, per lo Zen, sia l’ultimo appello. Prima della fine.

Roberto Greco

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