Dalla Zes ai Borghi Ideali: la sfida per rilanciare la Sicilia

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La Sicilia si trova davanti a una delle sfide più complesse della sua storia recente. Da un lato le opportunità offerte dalla “Zes Unica del Mezzogiorno”, dall’altro il progressivo spopolamento delle aree interne, la perdita di competitività e una crisi ambientale che avanza silenziosamente, secondo quanto riferito dal professore Vincenzo Piccione, già docente dell’Università di Catania e coordinatore di un progetto di rilancio territoriale, per cui il futuro dell’isola dipenderà dalla capacità di coniugare sviluppo economico e tutela del territorio.

Una grande opportunità che rischia di fermarsi sulla costa

Dal 1° gennaio 2024 la Zes Unica è entrata pienamente in vigore con l’obiettivo di attrarre investimenti e favorire la crescita del Mezzogiorno. Per il professor Piccione si tratta di uno strumento potenzialmente straordinario, ma non privo di rischi.

«La vera sfida non è soltanto attirare capitali grazie alle agevolazioni fiscali e alla semplificazione burocratica. Il problema è evitare che i benefici restino confinati alle aree portuali e ai poli industriali costieri, lasciando ancora una volta ai margini l’entroterra siciliano». Secondo il docente, dunque, senza una strategia capace di collegare le zone produttive della costa con i territori interni, la Zes potrebbe trasformarsi in un’occasione mancata.

Fondi disponibili, ma i piccoli comuni restano isolati

Le risorse economiche non mancano. Oltre ai fondi europei della programmazione FESR 2021-2027, per il triennio 2026-2028 sono previste importanti dotazioni finanziarie a sostegno delle Zes. Eppure il problema rimane strutturale. La Sicilia conta 391 comuni, dei quali 258 hanno meno di 10 mila abitanti e oltre 200 non raggiungono i 5 mila residenti.

Molti di questi centri potrebbero beneficiare dell’effetto traino degli investimenti, ma continuano a scontare ritardi infrastrutturali significativi. «Senza strade efficienti, reti digitali moderne e servizi logistici adeguati, i vantaggi fiscali resteranno un miraggio per gran parte delle comunità dell’entroterra. Oggi la Zes rischia di essere un motore senza ruote».

Il nemico invisibile: la desertificazione

C’è un’emergenza che però minaccerebbe il futuro dell’isola più di qualsiasi ritardo infrastrutturale: la desertificazione. Negli ultimi cento anni le precipitazioni medie annue in Sicilia sono diminuite del 25%, passando da circa 800 a 600 millimetri. Nello stesso periodo le temperature medie sono aumentate di quasi due gradi e gli eventi piovosi si sono concentrati in fenomeni sempre più brevi e intensi.

«La Sicilia è ormai considerata l’hotspot europeo della desertificazione – afferma ancora Piccione -. Oggi circa il 70% del territorio regionale è esposto a rischio, contro una media già elevata del 40% nel resto del Mezzogiorno». L’aumento dell’aridità e la perdita progressiva della fertilità dei suoli rappresentano una minaccia diretta per l’agricoltura, l’economia e la permanenza delle comunità nei territori interni.

Ripensare le politiche europee per le aree svantaggiate

Anche i criteri con cui vengono distribuiti gli aiuti alle aree rurali per gli studiosi necessiterebbero di una profonda revisione. Le politiche comunitarie continuano infatti a classificare molte zone svantaggiate sulla base di parametri tradizionali come l’altitudine o la montanità.

«Oggi un territorio è svantaggiato non solo perché si trova in montagna, ma perché soffre la siccità, perde fertilità e dispone di infrastrutture insufficienti. Occorre introdurre nuovi indicatori che tengano conto del rischio climatico e della qualità dei suoli». Una revisione che, secondo il docente, consentirebbe di indirizzare meglio le risorse verso i territori realmente più fragili.

I numeri di una crisi che dura da troppo tempo

La fotografia economica e sociale della Sicilia conferma le criticità evidenziate dagli studi territoriali. L’isola occupa le ultime posizioni nelle classifiche europee della competitività regionale. Il tasso di occupazione nella fascia tra i 20 e i 64 anni si ferma al 50,7%, molto al di sotto delle medie nazionale ed europea.

A preoccupare è anche il sistema formativo. La dispersione scolastica implicita continua a registrare valori tra i più alti d’Italia, mentre l’abbandono scolastico precoce mantiene la Sicilia ai vertici delle classifiche nazionali negative. «Non possiamo parlare di sviluppo se una parte significativa dei giovani continua a lasciare il territorio o non riesce a costruire qui il proprio futuro» sottolinea il professore Piccione.

Dai BES ai BIS: un nuovo modello di sviluppo

Da queste considerazioni nasce la proposta elaborata dal gruppo di ricerca coordinato dal professor Piccione. Il primo passaggio è rappresentato dai BES (Borghi ad Economia Speciale). L’idea prevede una mappatura dei territori maggiormente esposti alla perdita di fertilità del suolo e alla vulnerabilità climatica, seguita dall’avvio di interventi ecosostenibili per la manutenzione e la rigenerazione del territorio.

In questo modello le agevolazioni non servirebbero soltanto a favorire nuovi investimenti economici, ma anche a premiare chi contribuisce concretamente alla tutela ambientale e alla valorizzazione delle risorse locali. Per il docente la manutenzione del territorio non rappresenta un costo, ma un investimento strategico.

Contrastare il dissesto idrogeologico, recuperare i terreni degradati e proteggere la biodiversità significa infatti preservare un patrimonio economico, culturale e produttivo unico. «Difendere il suolo significa anche tutelare le produzioni agricole tradizionali, le eccellenze locali e quei patrimoni genetici che ancora oggi sopravvivono grazie all’impegno di piccoli produttori e comunità rurali» riferisce il docente UniCt.

I Borghi Ideali di Sicilia

Il traguardo finale della proposta è rappresentato dai BIS, i Borghi Ideali di Sicilia. L’obiettivo è trasformare i piccoli centri dell’entroterra in luoghi capaci di offrire qualità della vita, servizi, opportunità di lavoro e valorizzazione del patrimonio culturale. Borghi nei quali storia, paesaggio, arte, tradizioni ed eccellenze enogastronomiche diventino motori di sviluppo sostenibile e di coesione sociale.

«Trasformare il rischio desertificazione in un’opportunità di crescita economica e sociale non è un’utopia. È una responsabilità che riguarda tutti – precisa, infine, Vincenzo Piccione -. La Sicilia deve tornare a immaginare il proprio futuro, ma prima di tutto deve imparare a prendersi cura della propria terra».

Sonia Sabatino

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