Per oltre un decennio la parola d’ordine è stataeconomia circolare: ridurre, riusare, riciclare. Un modello nato per contrastare l’estrazione indiscriminata di risorse e la cultura dello scarto. Oggi, tuttavia, nel dibattito accademico e imprenditoriale si fa strada un concetto più ambizioso: quello dell’economia “sferica”. Non più soltanto chiudere il cerchio dei materiali, ma allargare l’orizzonte includendo la rigenerazione sociale, culturale e territoriale.
La differenza non è semantica. Se la circolarità punta a ridurre l’impatto ambientale, la sfericità mira atrasformare l’impresa in agente di coesione e sviluppo umano, con una visione tridimensionale che intreccia ambiente, lavoro, comunità e governance.
Le radici teoriche: dall’economia civile alla “stakeholder economy”
L’idea affonda le sue radici nell’economia civile italiana e nel pensiero dello sviluppo umano. L’impresa non è più solo produttore di beni, ma generatore di relazioni. In questa prospettiva, il valore non si misura esclusivamente in EBITDA, ma inimpatto sistemico.
Anche a livello europeo il cambio di paradigma è evidente. IlGreen Dealpromosso dalla Commissione europea e il nuovo impianto dellaCorporate Sustainability Reporting Directive (CSRD)impongono alle aziende di rendicontare non solo le emissioni ma anche le ricadute sociali. La sostenibilità diventa così obbligo strategico, non più scelta reputazionale.
Dalla circolarità alla sfera: cosa cambia per le imprese
L’economia sferica si distingue per tre direttrici principali:
Rigenerazione ambientale attiva
Non basta ridurre l’impatto: si punta a migliorare gli ecosistemi. Agricoltura rigenerativa, riforestazione aziendale, tutela della biodiversità entrano nei piani industriali.Centralità della persona
Welfare aziendale, formazione continua, inclusione lavorativa di soggetti fragili. L’impresa come comunità educante.Rinascita dei territori
Investimenti in filiere locali, recupero di aree marginali, partnership con enti del terzo settore.
Non si tratta solo di CSR evoluta. È un cambio di logica: l’azienda si concepisce comenodo di una rete sferica, dove ogni azione produce effetti multidirezionali.
I casi: multinazionali e PMI a confronto
Patagonia: la governance come atto etico
Il marchio statunitense ha destinato gli utili a una fondazione ambientale, ridefinendo la proprietà aziendale come strumento di tutela climatica. Non solo materiali riciclati, ma attivismo, trasparenza fiscale e coinvolgimento delle comunità.
Illycaffè: filiera e dignità del lavoro
L’azienda triestina investe in formazione dei coltivatori nei Paesi d’origine, garantendo prezzi equi e miglioramento delle condizioni sociali. Qui la sostenibilità ambientale si intreccia con quella economica.
Chiesi Farmaceutici: certificazione B Corp
La multinazionale italiana ha ottenuto la certificazione B Corp impegnandosi a integrare nel proprio statuto obiettivi sociali e ambientali. Non un reparto green, ma una revisione della mission aziendale.
Accanto ai grandi gruppi, emergono PMI che recuperano borghi abbandonati, attivano cooperative sociali, rigenerano terreni confiscati alla criminalità. In questi casi la “sfera” coincide con la comunità.
Indicatori e misurazione: la sfida della credibilità
Il rischio di “umanesimo di facciata” è reale. La transizione verso un modello sferico richiede strumenti di valutazione solidi: bilanci di sostenibilità verificati, rating ESG indipendenti, indicatori di impatto sociale.
Secondo analisti del settore, il passaggio cruciale è dalla logica delcompliancea quella dell’accountability. Non basta rispettare standard minimi: occorre dimostrare come l’attività aziendale produca benefici misurabili.
Finanza e investitori: il capitale cerca senso
La finanza sostenibile gioca un ruolo decisivo. I fondi ESG crescono, ma chiedono coerenza. Le banche iniziano a modulare il credito in base alle performance ambientali e sociali.
Il concetto di “economia sferica” si inserisce in questa evoluzione: l’impresa capace di generare valore condiviso riduce il rischio sistemico e diventa più resiliente. Non è filantropia, ma strategia di lungo periodo.
L’Italia e il Mediterraneo: opportunità e ritardi
L’Italia, forte della sua tradizione manifatturiera e del tessuto di piccole imprese, potrebbe essere laboratorio privilegiato di questo modello. Tuttavia permangono criticità: burocrazia, frammentazione normativa, carenza di competenze.
Nel Mezzogiorno, dove la fragilità sociale è più marcata, l’economia sferica potrebbe rappresentare un’opportunità di riscatto. Rigenerare territori significa creare lavoro stabile, contrastare lo spopolamento, valorizzare patrimoni culturali e ambientali.
Criticità: tra idealismo e mercato
Non mancano le perplessità. Alcuni economisti sottolineano che un’eccessiva enfasi sulla dimensione etica potrebbe ridurre la competitività. Altri temono derive retoriche.
Ma la questione centrale resta una:è sostenibile un modello che ignora le esternalità sociali e ambientali?Le crisi climatiche, energetiche e geopolitiche degli ultimi anni sembrano indicare il contrario.
Verso un nuovo paradigma
L’economia sferica non cancella la circolarità: la ingloba. È un’evoluzione che amplia il perimetro dell’impresa, trasformandola in soggetto relazionale.
La sfida è culturale prima ancora che industriale. Significa ridefinire il concetto di profitto, includendo il benessere collettivo. Significa passare da una crescita lineare a uno sviluppo integrato.
Nel passaggio dalla circonferenza alla sfera, l’economia abbandona la bidimensionalità del solo capitale finanziario e abbraccia una tridimensionalità che comprende ambiente, persone e territorio. Non è un’utopia, ma una traiettoria già in atto.
La domanda che resta aperta è se questo paradigma riuscirà a consolidarsi o resterà confinato a nicchie virtuose. Molto dipenderà dalle politiche pubbliche, dalla pressione dei consumatori e dalla capacità delle imprese di credere che la sostenibilità non sia un costo, ma una forma superiore di competitività.
L’economia sferica, in definitiva, non è soltanto un modello produttivo. È un progetto di società.
Roberto Greco