La vera missione professionale di Ciaccio Montalto si delineò nella seconda metà degli anni ’70, quando cominciò a immergersi nelle inchieste più scottanti sulla mafia trapanese
È l’alba del 25 gennaio 1983. Un contadino percorre la stradina di via Carollo, alla periferia di Valderice, in provincia di Trapani. All’incrocio con via dei Vespri nota un’auto bianca ferma a bordo strada, una Volkswagen Golf. Avvicinandosi, scorge il finestrino del passeggero in frantumi e, all’interno, un uomo riverso sul sedile, crivellato di colpi. Scatta l’allarme: quando giungono i Carabinieri, riconoscono subito il corpo senza vita deldottor Giangiacomo Ciaccio Montalto, 41 anni, sostituto procuratore della Repubblica presso il tribunale di Trapani. Attorno all’auto vengono trovati 23 bossoli; ben 14 proiettili di diverso calibro hanno colpito il magistrato. Uno di essi ha centrato l’orologio di bordo, fermandolo sulle1:21 di notte, l’ora esatta dell’agguato. Le indagini balistiche riveleranno che ad uccidere Ciaccio Montalto sono statitre killer, armati di una pistola mitragliatrice e di due revolver calibro 38 Special, quest’ultimi caricati con proiettili speciali da guerra. Una delle armi, una 8 Special, verrà persino ricondotta a un mafioso americano,Natale Evola, segno di possibili collegamenti internazionali del delitto. Nessuno, nelle ore notturne, aveva dato l’allarme: i pochi residenti in zona avevano scambiato quella sventagliata di colpi per spari di bracconieri. Così il corpo del magistrato è rimasto lì, a pochi passi dall’ingresso della casa di campagna di suo padre, fino a quando, verso le 6:30, quel contadino di passaggio ha fatto la tragica scoperta. Giangiacomo Ciaccio Montalto è la prima vittima della mafia nell’anno 1983, uccisosenza scorta e su un’auto non blindata nonostante le minacce ricevute. La notizia scuote il Paese e getta un’ombra cupa su Trapani, dove quel magistrato lavorava da oltre un decennio.
Un magistrato scomodo e tenace
Giangiacomo (dettoGian Giacomo) Ciaccio Montalto era nato a Milano il 20 ottobre 1941, da una famiglia originaria di Trapani. Il padre Enrico era magistrato di Cassazione e il nonno materno, Giacomo Montalto, notaio e già sindaco di Erice. Dopo la laurea in giurisprudenza a Roma, Giangiacomo segue le orme paterne: nel 1970 entra in magistratura e l’anno seguente, a soli 30 anni, viene assegnato comeuditore giudiziario(tirocinante) presso il Tribunale di Trapani. Nel 1971 è giàSostituto Procuratore della Repubblicaa Trapani, ruolo in cui si farà presto notare per l’eccezionale impegno e senso del dovere. I colleghi lo descrivono come un magistrato “attento allo studio dei fatti, perspicace nella valutazione, fedele al dettato della legge e tuttavia aperto ai valori emergenti della società”, dotato di equilibrio e acume investigativo fuori dal comune. Giovanni Falcone, destinato a diventare il simbolo dell’antimafia, all’epoca giovane giudice a Trapani, rimase colpito dalla forte personalità e dalla competenza di Ciaccio Montalto. I due condivisero anche momenti difficili: nell’ottobre 1976, durante una rivolta nel carcere di Favignana, un detenuto armato prese in ostaggio proprio Falcone, allora magistrato di sorveglianza, e Ciaccio Montalto fu chiamato a gestire la crisi, riuscendo con fermezza a risolverla senza spargimento di sangue. Questo episodio fece capire a tutti la tempra di quell’uomo,schivo e coraggioso, estremamente rigoroso ma anche umano, dotato di una calma lucidità nei momenti di tensione.
La vera missione professionale di Ciaccio Montalto, tuttavia, si delineò nella seconda metà degli anni ’70, quando cominciò a immergersi nelleinchieste più scottanti sulla mafia trapanese. Negli uffici giudiziari di Trapani all’epoca non c’era ancora una tradizione consolidata di contrasto a Cosa Nostra, ma Ciaccio Montalto cambiò passo. Tra i primi casi di grande clamore a cui lavorò vi fu il processo al “mostro di Marsala”: il pluriomicida Michele Vinci, accusato del rapimento e dell’omicidio di tre bambine, tra cui sua nipote, gettate in un pozzo a Marsala, fu assicurato alla giustizia anche grazie all’impegno del giovane PM che collaborò attivamente con Cesare Terranova e Lenin Mancuso, titolari delle indagini. Ma è dal1977che la carriera del magistrato prende una direzione precisa: Ciaccio Montalto comincia aindagare sulle cosche mafiose della provincia di Trapani, seguendo le tracce che collegano i boss locali conil mondo imprenditoriale e bancario. Capisce che per colpire la mafia occorre seguirne i soldi. Mentre la gran parte delle indagini di quei tempi si concentrava sui singoli reati sanguinari, lui allarga lo sguardo aiflussi finanziarie aicolletti bianchiche fiancheggiano la criminalità organizzata. In un’epoca in cui parlare apertamente di “mafia” era ancora quasi tabù, Ciaccio Montaltosperimenta metodi innovativi: per primo a Trapani dispone accertamenti patrimoniali e il controllo dei movimenti bancari sospetti, convinto che dietro i traffici illeciti vi sia sempre una traccia economica. Questa intuizione si rivelerà giusta e pionieristica. Ad esempio, indagando sull’onda di un arresto ad Alcamo di un corriere con 5 chili di eroina destinati agli USA, il magistrato ipotizza l’esistenza di unlaboratorio clandestino di raffineria di droga nel Trapanese, ipotesi che verrà confermata anni dopo, e comincia a seguire il percorso del denaro sporco nelle banche compiacenti di Trapani. Per quei tempi è una piccola rivoluzione investigativa, che anticipa di fatto il metodo del “seguire i soldi” reso celebre qualche anno dopo dal pool antimafia di Palermo. «Il suo metodo di investigazione è quello che poi Falcone ha portato avanti», noterà non a caso la figlia Maria Irene molti anni dopo.
Le inchieste di Ciaccio Montalto spaziano in vari settori, rivelandointrecci tra mafia, economia e politica. Futra i primi in Sicilia a indagare sul traffico internazionale di eroina e sul commercio d’armigestiti dalle cosche, ma anche su fenomeni meno noti come lesofisticazioni nel settore vinicolo, lefrodi sui finanziamenti europeie i sospetti appalti per laricostruzione della Valle del Belicedopo il terremoto del 1968. Da pubblico ministero, portò a giudizio numerosi esponenti dei clan locali, contribuendo a sgretolare l’impunità di cui godevano. In quegli anni si concentrò in particolare su due potenti famiglie mafiose del Trapanese: ilclan Minore(guidato dai fratelli Antonino “Totò” Minore, Calogero, Giuseppe e Giacomo) e ilclan Milazzo, attivi tra Trapani, Alcamo e Marsala. Sulla scrivania di Ciaccio Montalto finirono dettagliati dossier dei Carabinieri che elencavano i crimini di quei gruppi – omicidi, traffici di droga, corruzione, traffico di armi – delineandone i collegamenti con i boss palermitani e persino con la mafia italo-americana. Il magistrato non si fece intimidire: riaprì vecchi casi, come la morte sospetta di un capomafia locale (Giovanni Minore, ufficialmente stroncato da infarto) arrivando a far riesumare la salma pur di fugare ogni dubbio, gesto che i mafiosi interpretarono come un affronto intollerabile. Nel 1979 spiccò un mandato di cattura per traffico di armi contro Antonino “Totò” Minore, che infattifuggì da Trapanipur di evitare l’arresto.
Alla fine del 1982, Ciaccio Montalto mise a segno quello che avrebbe dovuto essereil suo colpo più duro al cuore dei clan trapanesi. Nell’ottobre di quell’anno,emise 40 ordini di cattura per associazione mafiosanei confronti di boss e insospettabili imprenditori locali, sfruttando anche il nuovo reato di “416 bis”, quello che formalizzò come reato l’associazione mafiosa, introdotto pochi mesi prima. Per Trapani fu un terremoto giudiziario: mai prima d’allora si erano visti tanti notabili finire in manette con l’accusa di mafia. Purtroppo, il risultato fu amarissimo. Nel giro di qualche mese, quei 40 arrestati tornarono tutti in libertà perinsufficienza di prove. Le inchieste di Ciaccio Montalto urtavano contro ostacoli enormi, come la difficoltà di trovare testimoni, l’omertà e talvolta anche l’ostilità o l’inerzia di parte dell’ambiente giudiziario locale. Trapani non era Palermo, ma le collusioni erano radicate e subdole. Ciononostante, il sostituto procuratore andò avanti con determinazione, nella convinzione che il compito di un magistrato fosse dianalizzare costantemente ogni traccia riconducibile alla criminalità organizzata, per avere una visione d’insieme aggiornata e strategica. Già nell’estate del 1982, in un convegno dal titolo“Riflessioni ed esperienze sul fenomeno mafioso”organizzato dal CSM, Ciaccio Montalto aveva auspicato la creazione di una“banca dati” nazionale antimafiae maggiori strumenti investigativi centralizzati, lamentando che troppo spesso le informazioni restavano patrimonio personale di pochi inquirenti isolati. Parole profetiche, che mettevano in luce l’isolamento in cui operavano i magistrati antimafiaall’epoca.
Trapani, una mafia sommersa negli anni di piombo
Per comprendere il destino di Ciaccio Montalto occorre inquadrarlo nel contesto storico-sociale in cui operava. Nei primi anni ’80 la Sicilia è insanguinata dallaSeconda guerra di mafia: i Corleonesi di Salvatore “Totò” Riina hanno scatenato una violenta offensiva per eliminare boss rivali e conquistare la leadership di Cosa Nostra. Dal 1979 in poi cadono sotto i colpi mafiosi uomini delle istituzioni e delle forze dell’ordine: il capo della Mobile di PalermoGiorgio Boris Giuliano(luglio 1979), il giudiceCesare Terranova(settembre 1979), il capitano dei CarabinieriEmanuele Basile(maggio 1980 a Monreale), il procuratore capoGaetano Costa(agosto 1980), il segretario del PCI sicilianoPio La Torre(aprile 1982), il generale-prefettoCarlo Alberto Dalla Chiesa(settembre 1982) e molti altri. È un periodo buio, in cui la mafia toglie la vita a servitori dello Stato con cadenza impressionante, mentre lo Stato fatica a reagire. Proprio dopo l’omicidio di La Torre e Dalla Chiesa, nell’estate-autunno 1982 vengono approvate nuove leggi antimafia (come la416 bissulla partecipazione mafiosa e la legge sulla confisca dei beni illeciti) e a Palermo inizia a prendere forma un pool di magistrati dedicato esclusivamente alla lotta a Cosa Nostra. Trapani, però, resta ai margini dell’attenzione nazionale: è una provincia lontana dai riflettori, dove la mafia preferisce agire sottotraccia,“sommersa” e intrecciata col potere economico, piuttosto che sfidare frontalmente lo Stato. Eppure, proprio nel Trapanese si stanno gettando le basi di nuove, pericolose alleanze mafiose. I clan locali, ossia i Minore di Trapani città, iMessina Denarodi Castelvetrano, iAgatedi Mazara del Vallo, iMilazzodi Alcamo e gliAsarodi Castellammare, stringono patti con i Corleonesi di Riina, entrando a far parte di una struttura criminale sempre più unificata.Matteo Messina Denaro, figlio ventenne del capomafia di Castelvetrano, è uno dei giovani emergenti protetti da Riina negli anni ’80. La mafia trapanese inizia a investire i proventi dell’eroina in attività imprenditoriali, appalti pubblici e persino in regioni del Centro-Nord Italia. Già agli inizi degli anni ’80, Ciaccio Montalto aveva intuito cheuna “colonia” di mafiosi trapanesi si era insediata in Toscana, come denunciò pubblicamente in un’intervista televisiva. Per questo stava programmando di trasferirsi alla Procura di Firenze: avrebbe continuato la “caccia ai soldi” delle cosche seguendole fuori dalla Sicilia. “Si stava avvicinando alterzo livelloe avrebbe proseguito la caccia ai soldi alla procura di Firenze, dove aveva scelto di andare se non l’avessero ammazzato” scriverà qualcuno a posteriori, riferendosi all’intreccio tra mafia, politica e massoneria che il magistrato stava intravedendo.
A Trapani, però, quell’approccio dava fastidio a molti. C’erano colleghi e superiori abituati a chiudere un occhio, o a considerare il fenomeno mafioso come qualcosa di remoto. Ciaccio Montalto, invece,dichiara guerra alla mafiain una terra in cui il fenomeno criminale era radicato ma quasi invisibile. “Ha combattuto contro una mafia che iniziava ad interessarsi agli appalti pubblici e a cambiare volto, una mafia che preferiva rimanere sommersa” si legge nelle cronache locali sull’epoca. Nell’ambientenon tutti lo appoggiavano: c’era chi lo riteneva un rompiscatole, chi forse era colluso, chi aveva paura. Lui andava avanti, ma iniziava a sentirsisempre più solo.
Minacce e isolamento: un giudice lasciato solo
Le ritorsioni di Cosa Nostra non tardarono ad arrivare. Dopo l’ondata di arresti del 1982, poi vanificati, Ciaccio Montalto ricevette chiari segnali di minaccia. Un giorno trovò dipinta sul cofano della sua auto unagrande croce neratracciata con vernice spray, un sinistro avvertimento mafioso. Intorno a lui, però, il silenzio era assordante. In pubblico il magistrato non nascose la propria frustrazione. Il 15 ottobre 1982 rilasciò un’intervista al programmaTG2 Dossiernella quale denunciò l’isolamento dei magistrati nella lotta alla mafia. «Siamo in pochi, pochi che ce ne possiamo occupare, pochi che abbiamo determinate conoscenze, la cosiddetta memoria storica, e privi di determinati mezzi»spiegò, aggiungendo con amarezza che così «le nostre conoscenze finiscono col diventare un patrimonio personale (…). Tutto ciò finisce perindividualizzare la lottaal fenomeno mafioso». Parole che suonavano come una critica al sistema: la lotta alla mafia non poteva essere lasciata all’eroismo isolato di pochi magistrati, ma doveva farsi corale e strutturata.
Col senno di poi, quelle parole risuonano tragiche. Giangiacomo Ciaccio Montalto era davvero solo. Nonostante le minacce ricevute,non gli venne assegnata alcuna scorta armata. Aveva espresso timori per la propria incolumità, eppure continuava a spostarsi da solo, su un’auto non blindata. Stava ultimando gli scatoloni per il trasferimento a Firenze, ormai approvato dal CSM, ma continuava a lavorare sodo fino all’ultimo giorno, senza abbassare la guardia. In Procura a Trapani alcuni colleghi e superiori forse tiravano un sospiro di sollievo per quella sua imminente partenza: quel giudice “troppo zelante” stava per togliere il disturbo. Lui stesso eradeluso e amareggiatoper i risultati scarsi ottenuti in quelle terre difficili e, confidandosi, aveva definito Trapani “una provincia irredimibile” in cui si sentiva lasciato a combattere quasi da solo.
Anche la sera del 24 gennaio 1983 Ciaccio Montalto lavorò fino a tardi. Come al solito. Cenò con amici e verso l’una di notte si avviò in auto verso la casa di campagna di famiglia a Valderice, dove pernottava spesso. Era una notte buia e fredda. Nessuno poteva immaginare che quella sarebbe stata la sua ultima notte.
L’agguato mortale e l’indignazione dello Stato
Quella notte, però, ad attenderlo lungo la strada sterrata che conduce alla sua abitazione c’erano i sicari che lo attendevano. Quando la Volkswagen Golf bianca del giudice imbocca via Carollo, i killer si affiancano e aprono il fuoco all’improvviso con micidiale ferocia. Ciaccio Montalto non ha scampo: i proiettili trapassano i vetri e il metallo dell’auto, raggiungendolo ripetutamente. Il magistrato viene colpito al torace e alla testa; l’auto, fuori controllo, si ferma in mezzo alla strada. I killer si dileguano nella notte. Nessuno sente, nessuno vede. Solo all’alba il suo corpo viene ritrovato, crivellato di colpi, ancora all’interno della vettura.
La notizia dell’omicidio provoca un’ondata di sdegno. A Trapani e provincia, però, cala anche una cappa di paura. I funerali si svolgono con rito di Stato il 27 gennaio 1983 nella Cattedrale di San Lorenzo, a Trapani, e vi partecipano circaventimila persone. In chiesa, accanto alla famiglia distrutta dal dolore, si stringono numerosi cittadini comuni, tanti giovani e rappresentanti delle istituzioni. Il Presidente della RepubblicaSandro Pertinisi reca subito in Sicilia: poche ore dopo il delitto vola a Palermo per presiedere una riunione straordinaria del Consiglio Superiore della Magistratura, voluta per dare un segnale di presenza dello Stato. Dalle parole di Pertini emerge chiara la condanna dei mafiosi e la vicinanza al popolo siciliano onesto:«Il popolo italiano non può essere confuso con il terrorismo e il popolo siciliano non può essere confuso con la mafia», dichiara solennemente il Presidente. È un messaggio importante in un momento in cui la sfiducia serpeggia e c’è il rischio di generalizzare colpe su un’intera terra.
Intanto emergono particolari inquietanti. Si scopre che Ciaccio Montaltonon aveva la scortasemplicemente perché nessuno aveva ritenuto di assegnargliela, nonostante le sue richieste e il clima di minaccia crescente. Lo scrittore e neoeletto parlamentareLeonardo Sciascia, da sempre attento alle vicende siciliane, presenta addirittura un’interrogazione parlamentareal Ministro dell’Interno Virginio Rognoni per chiedere spiegazioni sul perché il magistrato sia stato lasciato privo di tutela nonostante il pericolo evidente. È un atto d’accusa verso le istituzioni: possibile che lo Stato non abbia saputo proteggere uno dei suoi servitori più esposti? Purtroppo è così. La tragedia di Trapani apre un altro doloroso capitolo nella stagione dei martiri dell’antimafia.
Indagini e processi: una verità a lungo cercata
All’indomani dell’omicidio, investigatori e inquirenti si mettono al lavoro per identificare i responsabili. Fin da subito i sospetti si concentrano su ciò cheCiaccio Montalto stava investigando. Chi poteva desiderare la sua morte? La risposta più ovvia era:la mafia trapanese. In particolare, i riflettori cadono sul clan Minore, quello su cui il giudice aveva inferto colpi durissimi.Salvatore “Totò” Minore, boss latitante dal 1979, ossia da quando Ciaccio aveva spiccato l’ordine di arresto a suo carico, viene indicato come il possibile mandante. Si sospetta anche di alcunimafiosi italo-americanilegati alle famiglie locali, tra cui i nomi diAmbrogio FarinaeNatale Evolaemergono nelle prime indagini. D’altronde, uno dei bossoli rinvenuti sul luogo del delitto è risultato compatibile con l’arma di Evola, come detto, a suggerire un suo coinvolgimento. Tuttavia, in quei primi anni le inchieste procedono a rilento.Totò Minorenon si trova. E non si troverà mai, perché solo molti anni più tardi si scoprirà che era stato assassinato a sua volta nel 1982 dai suoi stessi alleati Corleonesi e il corpo fatto sparire. Nonostante ciò, la giustizia va avanti anche senza cadavere: nel1989la Corte d’Assise emette unacondanna all’ergastoloin primo grado, in contumacia, proprio contro Minore, ritenuto il mandante, e contro Farina ed Evola, ritenuti esecutori materiali. Sembra un passo verso la verità, ma è un’illusione di breve durata. Nel1992, infatti, la Corte d’Appello di Caltanissettaassolve tutti gli imputatiper insufficienza di prove, ribaltando la sentenza. E nel 1994 la Cassazione conferma le assoluzioni, chiudendo il processo senza colpevoli. A oltre dieci anni dal delitto, l’omicidio Ciaccio Montalto resta impunito. È una sconfitta bruciante per lo Stato.
Eppure nuovi squarci di luce stanno per arrivare. A metà degli anni ’90, infatti, alcunicollaboratori di giustiziadecidono di parlare, svelando retroscena inediti. Nel1995le dichiarazioni incrociate di pentiti come Rosario Spatola, Vincenzo Calcara, Giacoma Filippello e Matteo Litrico indicano altri mandanti e chiariscono finalmente il movente dell’omicidio. Secondo queste rivelazioni, ad ordinare l’uccisione di Ciaccio Montalto furono i boss mafiosi di primissimo piano:Salvatore “Totò” Riina, capo dei Corleonesi, eMariano Agate, padrino del mandamento di Mazara del Vallo, in accordo con il boss localeMariano Asaroe con un oscuro avvocato trapanese,Antonio Messina, affiliato a logge massoniche deviate. Il quadro che emerge è quello di un complotto di alto livello: Ciaccio Montalto doveva morire perché la mafia temeva il suo trasferimento a Firenze, dove avrebbe potuto continuare a indagare sugli interessi mafiosi e massonici trapanesi trapiantati in Toscana. In pratica, l’ordine di eliminarlo sarebbe arrivato direttamente daTotò Riina, convinto che quel giudice “ficcanaso” fosse diventato pericoloso non solo in Sicilia ma anche altrove. A riprova di ciò, un pentito riferisce una frase in codice attribuita a Mariano Agate che avrebbe decretato la condanna a morte del magistrato:“Ciaccinu arrivò a stazione”, ovvero “il piccolo Ciaccio è arrivato al capolinea”. Un macabro modo, tipicamente mafioso, per dire che la sua corsa doveva finire lì.
Sulla base di queste nuove evidenze, la Procura di Caltanissetta (competente sui delitti ai danni di magistrati) riapre il caso e porta a processo i nuovi imputati. Nel1998, quindici anni dopo il delitto, arriva finalmente una sentenza di condanna:Riina e Agate sono dichiarati colpevoli e condannati all’ergastolocome mandanti dell’omicidio. Per Asaro e l’avvocato Messina, invece, la giustizia tentenna di nuovo: vengono assolti in primo grado perché le accuse nei loro confronti poggiavano solo sulle parole di Spatola e Calcara, pentiti giudicati parzialmente inattendibili. La verità giudiziaria, insomma, riconosce i grandi capi come responsabili, ma lascia nell’ombra alcuni esecutori materiali. La sentenza del 1998 verrà confermata anche nei successivi gradi di giudizio, rendendo definitive le condanne per Riina e Agate. Ci sono voluti quindici anni,depistaggi e silenziinclusi, per arrivare a questo risultato. Resta però il rammarico che non tutti i pezzi del puzzle siano stati trovati. Chi premette materialmente il grilletto quella notte? I nomi dei killer non sono mai stati accertati con assoluta certezza nei tribunali, «buio pesto sugli esecutori materiali”», sottolinea Maria Irene Ciaccio Montalto. Nel tempo si è ipotizzato persino che uno dei tiratori potesse essere proprio il giovaneMatteo Messina Denaro, all’epoca ventenne ma già dentro Cosa Nostra trapanese: alcuni documenti investigativi hanno suggerito questa pista, e l’arresto di Messina Denaro nel 2023 ha riacceso questi interrogativi. «Avevo letto documenti in cui si ipotizzava che potesse esserela sua manoquella che ha colpito mio padre. Vorrei incontrarlo e parlargli, perché mi spiegasse tante cose rimaste oscure e che forse non emergeranno mai»ha dichiarato Maria Irene dopo la cattura del boss latitante, manifestando il desiderio, vano, di ottenere da lui risposte e verità nascoste.
Le difficoltà nel fare giustizia per Ciaccio Montalto non furono dovute solo all’omertà mafiosa, ma anche azone d’ombra e depistaggiche accompagnarono le prime indagini. La famiglia del magistrato visse anni di dolore e indignazione. La vedova,Marisa La Torre, insegnante di lettere, dovette assistere persino a tentativi diinfangare la memoria del maritopur di trovare moventi alternativi a quello mafioso. «Si era persino cercato di collegare l’omicidio del marito a una questione di donne», racconta la figlia Maria Irene, riferendosi a illazioni su un presunto delitto passionale che all’epoca circolarono per sviare le indagini. Unamistificazionedolorosa e falsa, che spinse Marisa La Torre a un gesto forte: ritirò la costituzione di parte civile della famiglia al processo, in segno di protesta contro quella che riteneva una farsa offensiva. «La verità è che mio padre è statoisolato, lasciato solo da quello Statoche avrebbe dovuto proteggerlo. Solo in quella città di cui aveva cercato di far emergere tutto il marcio»accusa oggi Maria Irene. Trapani, dopo la sua morte, tornò velocemente nell’ombra e nel silenzio: «dopo i funerali,(mio padre fu, ndr)avvolto dal silenzio”. Quasi rimosso dalla coscienza pubblica, nota amaramente la figlia.
L’eredità di Ciaccio Montalto: memoria, dolore e coraggio
A distanza di decenni, la figura di Giangiacomo Ciaccio Montalto continua a rappresentare un simbolo di coraggio e integrità, ma la sua memoria ha rischiato più volte di cadere nell’oblio. «Negli anni papà è statodimenticato: è la cosa che mi fa più male»confessa Maria Irene, sottolineando come purtroppo ci siano vittime di mafia di “serie A e serie B”, alcune ricordate da tutti e altre no. Eppure, aggiunge con orgoglio,“è stato un innovatore”: quel suo modo di indagare e concepire la lotta alla mafia, basato sul lavoro di squadra e sulla ricerca dei patrimoni criminali, era avanti sui tempi e ha anticipato metodi poi divenuti prassi. Per lungo tempo, complici anche i mancati risultati giudiziari iniziali, su Ciaccio Montalto è calato un inspiegabile velo di indifferenza.
Negli ultimi anni qualcosa però sta cambiando. Lasocietà civilee le istituzioni locali hanno riscoperto la storia di Ciaccio Montalto, rendendogli omaggio in vari modi. A Trapani gli sono stati intitolati una scuola e uno spazio pubblico: esiste un Istituto Comprensivo “Ciaccio Montalto” e presso la villa comunale è stato eretto nel 2019 un“Albero della Memoria”in rame dedicato a lui, opera di un artista trapanese, frutto dell’impegno congiunto del Comune, dell’associazione Liberae dell’Associazione Nazionale Magistrati. Ogni anno, il 25 gennaio, le autorità cittadine depongono una corona d’alloro in via Carollo, sul luogo dell’eccidio, per ricordare il sacrificio del giudice. Nel 2023, in occasione del 40º anniversario, oltre alle cerimonie ufficiali si è tenuto un convegno rivolto ai giovani magistrati presso il Tribunale di Trapani, per trasmettere alle nuove generazioni la lezione professionale ed etica di Ciaccio Montalto.
Anche la famiglia ha scelto di rompere il silenzio e ditrasformare il dolore in testimonianza. Maria Irene, la figlia maggiore, che all’epoca dell’omicidio aveva appena 12 anni, oggi gira l’Italia per raccontare la storia di suo padre nelle scuole, nelle università, in occasione di eventi sulla legalità. «Quando mi chiamano, vado con convinzione, perché i ragazzi sono molto recettivi e hanno bisogno di approfondire questo tema… non c’è niente di più vero che il rapporto con i giovani»afferma, sottolineando l’importanza di coltivare la memoria tra le nuove generazioni. Il 21 marzo 2025, in occasione dellaGiornata della Memoria e dell’Impegnoin ricordo delle vittime innocenti delle mafie, Maria Irene è tornata a Trapani, su quello stesso palco, per aprire la manifestazione nazionale. «Venire a Trapani per me è stata una scelta volontaria ma quasi obbligata, perché qui sono a casa e mi sembrava giusto iniziare questo cammino di testimonianza nel luogo dove mio padre ha perso la vita»ha dichiarato davanti a migliaia di persone. E ha ricordato un aspetto drammatico spesso ignorato: dopo l’omicidio del padre,le minacce mafiose continuarono contro la sua famiglia. «Mio padre è stato ucciso a gennaio edopo il suo omicidio sono continuate le minaccee, tra queste, quella di rapire la figlia più grande che ero io– racconta –Ho viaggiato per mesi conla scorta che mio padre non ha avutoe mi muovevo tra casa e scuola. Stavamo a Trapani ma poi mia mamma si rese conto che non potevamo andare avanti così. Abbiamo deciso di trasferirci a Parma…». Così, nel luglio 1983, a sei mesi dalla tragedia, Marisa La Torre lasciò la Sicilia con le sue tre figlie, Maria Irene di 12 anni, Elena di 9 e Silvia di 4, iniziando una nuova vita lontano dalla terra che aveva amato ma che le aveva voltato le spalle. La scelta di Parma non fu casuale. Era un luogo lontano dalla Sicilia, ma abbastanza grande da offrire anonimato e opportunità, e soprattutto Maria Irene vi avrebbe potuto proseguire gli studi di violoncello in conservatorio, coronando un sogno che il padre incoraggiava. A Parma, tuttavia, nessuno sapeva chi fosse suo padre: «nonostante io viva qui da quasi quarant’anni, in pochissimi sanno chi sia(mio padre, ndr)» dice con amarezza. Anche questo silenzio l’ha ferita.
Oggi Maria Irene, che gli amici chiamano“Marene”, è una donna forte, una “sopravvissuta” la definisce qualcuno. Ha costruito la sua vita, ha una figlia e un nipotino, ma quel padre perduto resta unapresenza costantee contemporaneamente un vuoto incolmabile. «Aveva 41 anni quando ci ha lasciato; praticamente ancora un ragazzo –ricorda di lui -. Un ragazzo con una vita piena, un cuore grande, con un gran bisogno di dare e ricevere affetto. Era un padre amorevole, un compagno di giochi, una presenza certa, intransigente e rigorosa per quanto riguardava l’educazione e lo studio». Giangiacomo Ciaccio Montalto non fu solo un magistrato integerrimo, ma anche un papà presente e affettuoso, che giocava con le figlie e ci teneva ai loro studi. «Ci ha trasmesso unsenso profondo del dovere, quello che non lo ha fatto arretrare di fronte a nulla; quello che ha messo sempre prima di sé e degli affetti»sottolinea Marene, consapevole che proprio quella dedizione totale al dovere portò suo padre a rischiare, e perdere, la vita.
Il sacrificio di Giangiacomo Ciaccio Montalto oggi non è dimenticato. La sua vicenda, per anni poco conosciuta al di fuori della Sicilia, sta assumendo il posto che merita nella memoria collettiva della lotta alla mafia. Nel 2024 un gruppo di avvocati e cittadini ha lanciato la campagna“Un Giusto in una terra ingiusta”in suo onore, con il supporto della famiglia Montalto, proprio per “vivificare la memoria di uno dei protagonisti della vita democratica del Novecento italiano, uno dei più grandi promotori dell’innovazione e della ricerca nel settore della giustizia”. Parole, queste di un manifesto letto in occasione dell’anniversario, che riconoscono a Ciaccio Montalto il ruolo di“Giusto”, di uomo retto in una terra che allora fu ingiusta con lui, lasciandolo solo. Anche l’Ordine giudiziario ne sta riscoprendo il lascito:“un giudice schivo e intelligente, colto e coraggioso”, così è stato definito, “che operò a Trapani, dove non mancavano figure di giudici abulici e opachi, adottando un metodo che in seguito si rivelerà esiziale per la mafia, ovvero lacooperazionenella lotta alla mafiaprima che nascessero i pool”. In questa descrizione c’è tutto Ciaccio Montalto: rigore, cultura, coraggio e visione innovativa. Oggi sappiamo che le sue intuizioni, dal lavoro di squadra tra magistrati all’aggressione dei patrimoni mafiosi, dalla banca dati nazionale antimafia ai controlli incrociati in banca, erano esattamente ciò che serviva per combattere Cosa Nostra. Lui lo capì prima di molti altri, pagando però un prezzo altissimo.
Ciaccio Montalto amava profondamente la vita e la libertà. Nel tempo libero, raccontano i familiari, veleggiava nel mare di Trapani con la sua barca a vela, sentendosi finalmente libero e leggero, con il vento tra i capelli e losguardo limpidorivolto all’orizzonte. Lo immaginiamo così, in quell’ultima estate del 1982, mentre sul suo piccolo yacht naviga al largo delle Egadi, magari sognando un futuro sereno in Toscana con la famiglia al sicuro. Sulla poppa della barca sventola il tricolore, simbolo di quello Stato che ha servito fino all’ultimo giorno. Un’immagine di pace che contrasta con la violenza del suo destino. Eppure è forse l’immagine più giusta per ricordarlo:un servitore dello Stato, un uomo libero, un sognatore coraggioso.
Giangiacomo Ciaccio Montalto fu, in definitiva, unpioniere solitarionella lotta alla mafia trapanese. La sua storia ci insegna il valore dellatenaciae dell’onestà intellettuale, ma anche il prezzo dell’isolamento. Oggi, grazie alla voce dei suoi familiari, al ricordo di colleghi e all’impegno di associazioni e istituzioni, il suo nome è stato strappato al silenzio. Risuona nelle aule scolastiche, nelle targhe commemorative, nei racconti di chi combatte le mafie. È dovere di tutti noi non dimenticare quel sorriso limpido e quel sacrificio. Perché dietro ogni eroe civile ucciso dalla mafia c’è una vita fatta di affetti, di ideali e di scelte coraggiose.Ricordare Giangiacomo Ciaccio Montalto significa onorare un uomo giusto e rafforzare in ciascuno di noi l’impegno a non lasciare mai più soli chi combatte per la legalità.
Roberto Greco
