La metodologia Pef, Product Environmental Footprint, protocollo di certificazione ambientale promosso dalla Commissione europea per misurare l’impatto ambientale dei prodotti lungo l’intero ciclo di vita
Questa mattina all’edificio 7 dell’Università degli Studi di Palermo si è svolto il convegno “La PMI come attori di innovazione per la creazione di valore sostenibile nei territori: il progetto Agropef”, promosso dal Centro di sostenibilità e transizione ecologica (Cste). L’incontro ha rappresentato un momento di restituzione pubblica dei risultati di Agropef, progetto finanziato dal Ministero dell’Università e della Ricerca nell’ambito del Fondo per i Poli universitari tecnico-scientifici del Mezzogiorno, pensato per supportare le piccole e medie imprese nella transizione verso modelli produttivi più sostenibili.
Al centro del progetto c’è l’applicazione della metodologia Pef, Product Environmental Footprint, protocollo di certificazione ambientale promosso dalla Commissione europea per misurare l’impatto ambientale dei prodotti lungo l’intero ciclo di vita. Una metodologia che Agropef ha sperimentato nel contesto delle Pmi agroalimentari, attraverso due studi pilota condotti in un’azienda vitivinicola e in un pastificio, con l’obiettivo di testarne la reale applicabilità e di individuarne limiti e potenzialità.

«Il nostro obiettivo era capire come questi strumenti possano funzionare nelle piccole e medie imprese e quali siano le barriere che ne ostacolano la diffusione», ha spiegato il professor Maurizio Cellura, direttore del Cste. Barriere che non sono solo di natura tecnica o economica, ma anche socioculturale. «Le Pmi spesso hanno difficoltà di accesso al credito, minore disponibilità di competenze specialistiche e un gap di know how che rende più complessa l’adozione di strumenti avanzati di certificazione ambientale». Eppure, ha sottolineato Cellura, il potenziale è elevato. «Una migliore immagine ambientale certificata consente alle imprese di collocarsi più facilmente nel mercato dei consumatori verdi, utilizzando uno strumento riconosciuto a livello europeo».
Il progetto ha inoltre evidenziato la necessità di andare oltre la sola valutazione del prodotto. «È importante estendere il concetto di certificazione anche all’interazione con il brand territoriale, perché nel settore agroalimentare il legame tra produzione e territorio è cruciale», ha osservato il direttore del Cste, richiamando il valore strategico dell’identità locale come leva di sostenibilità e competitività.
Ampio spazio è stato dedicato anche alle prospettive future e alla ricaduta concreta dei risultati. «Tutte le evidenze sperimentali del progetto sono disponibili e saranno ulteriormente disseminate», ha spiegato Cellura, che ha parlato di un circolo virtuoso tra università, ricerca e imprese. «Le esperienze maturate possono aiutare le Pmi a superare i limiti strutturali che spesso le penalizzano, favorendo una crescita diffusa della cultura della sostenibilità».
Un ruolo, quello delle piccole e medie imprese, che diventa centrale anche nelle strategie di mitigazione climatica. «Parliamo di un tessuto produttivo che rappresenta quasi il 90% delle imprese e di un settore, quello agroalimentare, responsabile di circa il 30% delle emissioni climalteranti. Pensare alla sostenibilità senza coinvolgere le Pmi significherebbe rinunciare a risultati significativi», ha concluso Cellura. Questo è il senso di Agropef, fare delle imprese non semplici destinatarie di politiche ambientali, ma protagoniste attive di uno sviluppo sostenibile capace di generare valore per i territori.
Samuele Arnone